Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
BISTURI
Proprietario
Federico Penza, lettore


Prezzo

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7494 €
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A proposito di questo oggetto...
Si vive una sola volta. E qualcuno neppure una.
Woody Allen





A Lilla, l’amore non ha tempo.


AMORE, SARO’ IL TUO FRANKENSTEIN

Mi accorsi che era morta quando mi svegliai. Lei era lì, di fianco a me, bianca come il lenzuolo, fredda come la notte. Tentai di scuoterla. Massaggio cardiaco, respirazione bocca a bocca. Ma tutte le mie conoscenze mediche non poterono nulla contro il suo cuore immobile. Chiamai il 118. Mentre aspettavo stavo seduto vicino a lei. Le tenevo stretta la mano cercando di trasmetterle un po’ del mio calore. Ma Melania era morta.
All’arrivo dell’ambulanza i medici non poterono che constatare il decesso. Ora della morte 03.00 circa. Un infarto. Mentre dormiva. E io neanche me ne ero accorto.
Accompagnai i medici alla porta e assicurai loro che avrei chiamato le onoranze funebri. I colleghi mi salutarono lasciando le loro condoglianze.
Feci in fretta ad allestire una sala operatoria volante. Tagliai la fronte con un movimento veloce. Dopo aver adagiato il cervello in un’ampolla adatta che riempii di formaldeide. Ricucii in fretta ma senza lasciare traccia. I lunghi capelli di Melania aiutarono a nascondere il taglio.


Quando arrivò il momento di seppellirla avevo le lacrime agli occhi. Pensavo ai tanti momenti passati insieme. I piccoli gesti di lei che continuamente rivedevo con gli occhi della mente. Sentivo le sue parole riecheggiare nelle mie orecchie. Il suono dei suoi passi era ancora dietro di me. Lasciai cadere la terra su quella bara coperta di fiori e tenni nel mio cuore tutte le lacrime.
La gente scomparve in poco tempo. Le pacche sulle spalle si fecero sempre più fievoli, finché restai da solo davanti a quella croce arrugginita e ai petali che volavano via.


Lascia passare i giorni come onde sulla spiaggia. Lenti e senza senso si susseguirono. Il lavoro all’ospedale tornò ai soliti ritmi. Le vite delle persone legate alle mie mani. E l’unica di cui mi importava veramente non ero riuscita a tenerla.
Ma il tentativo di riportarla in vita lo dovevo fare. Avevo le conoscenze, avevo i mezzi e la volontà.
Mi fu facile trafugare il materiale dall’ospedale. La cosa più difficile fu rimettere in moto il cervello. Con delicati stimoli elettrici ridiedi carica ai neuroni, lentamente l’elettroencefalogramma riprese a indicare i segni dell’attività cerebrale.


Trovare un corpo adatto fu alquanto semplice.
Mi misi in macchina e girai per la periferia della città. Lì non mi fu difficile trovare compagnia senza essere osservato da nessuno. La ragazza, Natasha, era una profuga dell’Est Europa, nessuno l’avrebbe cercata una volta scomparsa. Quando ci appartammo e lei si stava spogliando presi uno straccio imbevuto di cloroformio che avevo preparato sul sedile posteriore e la narcotizzai. Corsi di fretta al laboratorio che avevo allestito nel garage. Lì tenni la ragazza in uno stato di coma indotto dai farmaci. Eseguii il taglio con molta più perizia della volta precedente. Avevo più tempo a disposizione e il lavoro venne meglio.
Natasha somigliava in modo incredibile a Melania, stesso colore di capelli, stesso viso e anche il corpo era abbastanza simile.
Una volta rimosso il cervello di Natasha lo posi in una vaschetta con la formaldeide. Quando presi il cervello di Melania le mani mi tremavano dall’emozione, sarei stato il primo chirurgo a eseguire un trapianto totale di cervello. Anche se poi non avrei potuto dirlo a nessuno. Ma il ritorno del mio amore sarebbe valso molto di più di qualunque riconoscimento.
Collegai il tronco encefalico al midollo spinale. La difficoltà maggiore era lì, se il midollo rigettava il nuovo cervello sarebbe stato per via di questa operazione. Lasciai stare quel pensiero e continuai a suturare e legare.
Lentamente.
Senza che ci fossero sfasature nei legamenti.
Senza errori.
Senza tremare.
Senza sbagliare.
Perché un altro errore non me lo sarei perdonato.
Quando ebbi ricucito anche la calotta cranica mi fermai un istante. Contemplai quell’opera d’arte che avevo appena concluso. Era quasi un miracolo. E io ero Dio.
Tenni Melania in animazione sospesa per alcuni giorni. Aspettavo reazioni da parte del corpo. Un rigetto. Un collasso. Ma fortunatamente il corpo accettò il nuovo organo.
Il corpo era caldo e sentivo la vita scorrere in lei. Il sesto giorno iniziai a risvegliarla dal coma. Gli organi reagivano bene, i polmoni riuscivano a tenere il ritmo senza sforzo e anche il cuore pompava vigorosamente. Questo anche grazie al corpo che avevo a disposizione. Giovane e pieno di vita.
Il primo giorno della sua nuova vita non fu quel granché. Gli occhi si aprirono per pochi minuti. Senza dar segno di presenza e poi si richiusero fino al giorno dopo.
La mattina del 12 agosto (ricorderò sempre questa data come il suo nuovo compleanno) Melania aprì gli occhi e mi guardò. Seguiva i movimenti della mano che gli passavo davanti.
Da destra a sinistra. Da sinistra a destra.
Le chiesi di battere le palpebre una volta se riusciva a sentirmi e lo fece. Poi le chiesi se sentiva dolore: un battito si, due battiti no. Chiuse gli occhi una sola volta. Ed era un buon segno. Significava che nervi e neuroni lavoravano bene.
Quando finalmente mosse le dita della mano destra ebbi uno scoppio di felicità. Saltai a ridere e urlare. E vidi nel suo volto quello che mi sembrò un sorriso.
Ci vollero ancora 4 giorni affinché riprendesse l’uso della voce. In quel periodo gli antidolorifici tenevano a bada il dolore. Gli occhi di lei (gli occhi di Natasha erano azzurri, quelli di Melania, prima, erano marroni) sembravano comunque soffrire. Anche con tutta la morfina del mondo tornare dalla morte non è mica uno scherzo.
La prima parola che disse fu
“Ciao!”
E le risposi: ciao. Ma capii che era una stupidaggine. La abbracciai e piangemmo insieme per un tempo che mi sembrò infinito. Quando poi ci staccammo mi accorsi che si era addormentata. La lasciai riposare e mi addormentai vicino a lei.
La luce dell’alba mi svegliò. Mi accorsi che lei era sveglia e mi stava guardando. Le chiesi se avesse bisogno di qualcosa e lei mi sorrise.
Per non traumatizzarla troppo le avevo bendato il volto. Le dissi che c’erano alcune cicatrici che avevano bisogno di rimarginarsi e non potevamo rischiare che si infettassero.
Lei fu una paziente modello, faceva poche domande, ascoltava quello che le dicevo di fare e, soprattutto, prendeva le medicine che le lasciavo sul comodino.

Giorno dopo giorno i suoi miglioramenti erano straordinari. Se all’inizio riusciva a controllare a stento i movimenti, dopo 2 settimane riusciva a muoversi con disinvoltura con quel nuovo corpo.
“Oggi devo tornare a lavoro, ti lascerò sola per sette ore, poi ritornerò subito da te.”
La giornata in ospedale sembrava non finire mai. Pensavo a lei da sola in casa. Alla tentazione di togliersi le bende. Allo shock.
Invece al mio ritorno era tutto a posto. Le bende ancora al loro posto e lei che mi aspettava guardando la TV.
Dopo una settimana passata in questo modo mi decisi a parlarle. A dirle la verità. Le raccontai del giorno della sua morte. Del dolore. Insopportabile. Della straziante decisione. E poi i funerali, fu quella la parte che le interessava di più. Alla fine mi disse:
“Così sono morta.”
Tentai di spiegarle che medicalmente non era mai stata morta, che il suo cervello era rimasto in animazione sospesa nel liquido di contenimento.
Ma la sua unica considerazione era:
“Sono morta.”
Le dissi che avremmo creato una nuova identità, potevamo procurarci dei documenti falsi e far nascere una nuova donna. Ma lei non mi ascoltava.
Guardava le sue mani e le rigirava, apriva le dita, osservava il palmo.
“La linea della vita, su queste mani è rotta, tagliata d’improvviso. E poi subito dopo scompare.”
La rassicurai, le dissi di non credere a quelle sciocchezze. Non era certo un solco nel palmo a decidere la vita, o la morte.
“Vorrei vedere il mio volto.”
Cercai di convincerla che forse potevamo prima fare una plastica facciale, avevo già contattato un chirurgo che aveva fatto qualche lavoretto del genere per la malavita. Ritornare alla vecchia faccia le avrebbe fatto bene, ma non volle sentire ragioni. Voleva conoscere la proprietaria di quel corpo.
La feci sedere e abbassai le luci, in modo da alleggerire la vista. Lentamente le tolsi le bende. Sentivo il tremore che la prendeva. I pugni tesi sul bracciolo della poltrona. I sospiri pesanti ad ogni giro delle bende.
Quando fu completamente senza bende si portò le mani al viso. Toccò ogni punto della faccia. Tentava di riconoscere quella fisionomia.
Si alzò per andare allo specchio e provai a sorreggerla. Ma lei mi allontanò.
“Ce la faccio da sola.”
Quando fu di fronte allo specchio dovette tenersi per non cadere.
“Questa non sono io…”
Vidi qualche lacrima scorrere sul volto. Ma si riprese e tornò a letto. La fatica era stata troppa e voleva riposarsi.
Mi misi seduto vicino a lei e le lessi qualche pagina di Ragione e Sentimento. Lei dolcemente si addormentò dopo pochi minuti.
Vegliai sul suo sonno finché ebbi la forza di restare sveglio.

La sensazione più terribile fu lo smarrimento quando vidi il letto vuoto. Il cuscino tratteneva ancora la forma della sua testa. Un raggio di luce filtrava dalla finestra fino a far risplendere di bianco tutto il lenzuolo. Le pantofole, ancora al loro posto, dicevano che era scesa scalza. Volli convincermi che era andata in bagno. Oppure stava lì, da qualche parte, a pensare. Mi alzai e guardai intorno. Cercavo tracce della sua presenza.
Andai in cucina sperando che stesse facendo colazione. Ma il vuoto che vi trovai mi diede nuova angoscia.
Cercai in tutte le stanze, in tutti i ripostigli, alla fine mi decisi ad andare in garage, dove avevo allestito la sua sala di rianimazione.
E lì la trovai.
Stesa in quella teca che era stata il suo nuovo utero. La sua madre artificiale.
Vedevo i suoi capelli galleggiare in quel liquido scuro. Allungarsi e ritrarsi come i tentacoli di una medusa nel mare. Capii subito che c’era qualcosa che non andava. Volevo negarlo, combattei contro quella sensazione. Ma alla fine mi avvicinai e le presi il polso che usciva dalla vasca.
Freddo.
Tastai l’arteria radiale. Ma sapevo già che era senza vita, prima ancora di vedere che il liquido giallo della vasca era mescolato con il sangue versato dall’altro polso. I tagli, più di uno, fatti con violenza erano stati fatti da un bisturi che ora giaceva a terra. Immemore della tragedia accaduta.
La tirai fuori dalla vasca e piansi. Il suo corpo senza vita, ancora una volta, divenne tanto pesante che si accasciò a terra. Io caddi insieme a lei. La tenni stretta a me. Volevo ripetere l’esperimento. Andai al tavolo operatorio e cercai un bisturi sterile.
Trovai invece un foglio ripiegato. Con le mani bagnate lo aprii. Toccai quelle lettere. L’inchiostro sbavava e rendeva irriconoscibili alcune parti. Ma il messaggio era chiaro.
“Io sono già morta.”


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