Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
QUATTRINI
Proprietario
Federico Penza, lettore


Prezzo

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1000000 €
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A proposito di questo oggetto...
MALEDETTI QUATTRINI
di Federico Penza



Conta sì il denaro altro che no!
Me ne accorgo soprattutto quando...
quando non ne ho!
Conta sì il denaro... altro che...
Altro che chiacchiere!!!

Vasco Rossi




Quando Giovanni Agnello aprì la busta paga, stranamente più pesante del solito, trovò un foglio in più rispetto al solito. La canzone era ben chiara: “in vista della riorganizzazione a livello europeo della IAIA (Industria Automobilistica Italiana Avveniristica) si comunica ai dipendenti tutti… blablabla… che dal Settembre prossimo venturo si procederà ad una riorganizzazione delle Risorse Umane… blablabla… saranno concesse ammortizzatori sociali ai dipendenti i quali faranno richiesta, nei prossimi tre (3) mesi di pensionamento anticipato… blablabla… ci produrremo tutti in una rinegoziazione dell’Orario Settimanale di Lavoro… blablabla…”
Sapeva bene, Giovanni cosa significavano quelle parole, riunioni infinite coi sindacati, urla e strepiti da entrambe le parti, giorni di sciopero (decurtati dallo stipendio), presidi con catene all’ingresso della fabbrica, settimane di cassa integrazione e lo stipendio che si assottigliava sempre di più.
Ripiegò bene la lettera e la infilò nella tasca della tuta. Si rimise al suo posto eseguendo con perizia le saldature tra le cerniere e le portiere. La fiamma scintillava dando al metallo un riflesso rosso tramonto, ripensava a quando pochi anni prima era stato assunto e c’era il boom delle automobili, tutti lì con le brochure a prenotare i nuovi modelli, dai colori fiammanti e i telai in metallo leggero. Con quei soldi aveva pagato le rate dei mobili, una stanza da letto completa (letto, comodini, armadio e comò a 3.800,00 euro), cucina componibile, con la possibilità di aggiungere via via nuovi componenti (frigorifero, lavastoviglie e forno da incasso in 5 metri angolari di pure legno massello a 5.800,00 euro), soggiorno in stile moderno (divano, parete attrezzata, tavolo e sedie a 3.400,00 euro), il tutto per un totale di 13.000 euro tondi tondi (con un finanziamento a TAEN e TAEG quasi bloccato e 99 rate da 150,00 euro di cui 6 a pagamento ritardato). In otto anni di straordinari e turni notturni aveva pagato fino all’ultimo decimo percentuale e non contento con la stessa finanziaria (FINFAN) aveva acceso un mutuo trentennale per l’acquisto della casa in cui vivevano. Dopo svariati calcoli e ipotesi era uscita fuori la cifra di 555,55 euro al mese, la cui ultima rata era datata novembre 2040.
Ora l’ipotesi che la sua busta paga potesse pendere di un solo euro in negativo rispetto allo stato attuale era per lui motivo di forti coliche addominali. Contava sul fatto di poter fare gli straordinari e anche tornare a casa di notte, in bicicletta, perché lui l’auto non era mai riuscito a comprarsela, non gli faceva tanto paura. Il passaggio nelle strade frequentate da prostitute e tossici era parte della routine giornaliera, come la sirena della pausa mensa (che per risparmiare si era fatto depennare il vitto e si portava da casa panini e piatti preparati da Fiorella, devota moglie e santa donna, che puntualmente alle cinque di mattina si alzava e si metteva ai fornelli), momento che si prendeva per gustarsi il suo pranzo su un muricciolo dietro alla parete Nord, insieme a pochi altri colleghi nelle sue stesse condizioni, e parlavano di calcio, contratti di lavoro da rinnovare e femmine.
Quel giorno la pausa passò senza che nessuno aprisse bocca. Si aspettava i commenti dei sindacalisti più ferventi, invece neanche loro si azzardarono a mettere in mezzo l’argomento. La sirena del rientro suonò qualche minuto prima del previsto, tutti si rimisero in fila e rientrarono nei pesanti cancelli dei capannoni.
Il pomeriggio fece sentire più intensa la puzza dei lubrificanti e delle bruciature delle saldature. Il caldo aveva raggiunto il limite di 34 gradi e anche rinfrescarsi la faccia con l’acqua delle fontanelle non dava alcun sollievo.
Giovanni stava bevendo mentre il Pirla, un incosciente senza interessie per niente, si mise ad urlare da uno dei carrelli elevatori.
“Ci stanno succhiando via tutto il sangue!”
Molti si fermarono e cercarono di sentire fin dove volesse arrivare.
“Prima ci hanno fatto lavorare come i pazzi, notte, giorno, doppi turni, tripli turni, per sfornare quante più macchine possibile!”
Altri invece facevano finta di lavorare senza prestare attenzione, ma erano ben attenti a quelle parole e alle reazioni che i capo cantieri potevano avere.
“Poi vengono a dirci con un fogliaccio di carta” e sventolò la lettera accartocciata che aveva messo in tasca “che non hanno più bisogno e che magari, se vogliamo, possiamo andare a casa!”
Dalle postazioni dei capisquadra si vedevano gesti pacati, che invitavano a riprendere il lavoro.
“I sindacati si occuperanno della cosa.” Riuscì a farsi sentire un caposquadra del reparto Montaggio Vetri.
Molte teste si muovevano sincrone, come rassicurate da quelle parole.
“Ma quali sindacati? Quelli ci mangiano coi padroni! Dobbiamo lottare noi!”
Il Pirla alzò il pugno in alto urlando. Tante voci gli fecero eco dicendo che era vero, che dovevano pensarci loro.
Un corteo si formò intorno al carrello elevatore, le braccia alzate che stringevano occhiali per saldature, berretti blu, chiavi inglesi e qualcuno anche qualche scarpa.
Giovanni restò ad osservare tutta quella scena dalla fontanella, che zampillava calda e incurante sul metallo del lavello.
Due capisquadra si fecero avanti tra la folla e tentarono di far scendere il Pirla, lo strattonavano per la tuta e gli scucirono anche la tasca sinistra, uno di loro gli urlò in faccia
“Stronzo ma vuoi scendere da sto coso?”
Mentre il Pirla si girava verso il caposquadra tendendogli il pugno fin davanti agli occhi si sentì un urlo di dolore. Il carrello elevatore aveva tirato sotto uno degli operai che stava seguendo il Pirla, uno di quelli col pugno alzato. La calca aumentò, tutti cercavano di dare una mano, chi sollevando il carrello, chi imprecando tutti i santi, qualcuno voleva far manovra e spostare il carrello dalle gambe del poveretto, fortunatamente fu fermato, ma quando l’operaio fu tirato via dalle ruote cingolate del carrello aveva le gambe stirate come quelle dei cartoni animati, quelli che sua figlia vedeva al pomeriggio. Solo che lì non sarebbe bastato di soffiare per l’eternità per farle tornare normali. La tuta blu aveva preso un colore scuro, inzuppata di sangue e olio, le urla arrivavano a riecheggiare per tutto il capannone tanto del silenzio che era calato.
Quando arrivò l’ambulanza il tizio era svenuto, la faccia bianca e il battito leggerissimo (almeno così dicevano quelli che stavano intorno al carrello, che poi nei giorni a seguire la versione dei fatti sarebbe stata rimodellata ad ogni apertura di bocca). Le sirene si allontanarono che ancora c’era silenzio.
Fortunatamente la direzione ( per trarne un proprio vantaggio) comunicò a tutti i dipendenti che visto l’incidente potevano considerarsi tutti liberi per la giornata.

Appena uscito Giovanni inforcò la bicicletta e si diresse verso il fiume. Voleva cercare qualche amico con cui fumarsi una sigaretta in pace. Avrebbe detto più tardi alla Fiorella della lettera della IAIA e dell’incidente, che tanto a lei poco le cambiava. Gli avrebbe urlato che sua madre l’aveva avvisata di non sposarlo, che era uno spiantato e che le avrebbe fatto patire la fame, e che quei capelloni non le erano mai piaciuti, ormai era un disco registrato, suonava sempre la stessa musica e quando non cantava significava solo che era uscita, a lavar le scale da qualche signora o chissà dove.
Il fiume che tagliava in due la città aveva una serie di piazzette sulle sponde, dove si riunivano i gruppi di amici, e c’erano chioschi con bibite gelate e bancarelle che vendevano cianfrusaglie, passò un po’ di tempo girando sotto le varie tende e complimentandosi con i venditori per le rare copie di dischi che avevano, uno lo tenne per la gola mostrandogli una prima copia del White Album dei Beatles.
“Ah! Bei tempi, quando potevi imbracciare una chitarra e urlare contro tutto questo schifo.”
Non poté che confermare le parole del venditore, anche se lui quei tempi non li aveva mai vissuti.
Si sedette sulle scale che davano sulla riva del fiume e trovò qualcuno che gli regalò una sigaretta. Aspirò lentamente, guardando i cerchi di fumo che si perdevano fra le nuvole.
Quando fu bruciato l’ultimo filo di tabacco Giovanni si alzò e si incamminò verso il muro dove aveva lasciato la bici. Le bancarelle avevano sbaraccato e non erano rimasti che fogli di giornale e buste vuote. Scalciava via i giornali leggiucchiando le notizie: crack finanziari, industrie in crisi, insolvenze, non aveva bisogno di spendere soldi in carta stampata per sapere che la situazione non era buona e che la sua poteva solo peggiorare. Specie oggi che aveva promesso a Mariluna, la piccola di casa, di regalarle una bambola nuova. Facendosi bene i conti, tolto il mutuo, le bollette da pagare, qualcosa per la spesa tutti i giorni e le tasse universitarie per il figlio maggiore gli rimavano solo 5 euro.
E di certo oggi nessuna bambola costa 5 miseri euro.
Immaginava già gli occhi lacrimosi della piccola. Il sorriso spento in un broncio, le braccia incrociate e l'aria carica di tristezza. Il pensiero di questo piccolo dolore era meno sopportabile del testo grave della lettera ricevuta.
Avrebbe potuto spiegare.
Sgridare.
Zittire.
Imporre.
Ma tutto quello che riusciva a pensare era che non se la sentiva a dare quel grande dolore a quel piccolo cuore.
Alcuni vecchietti stavano passeggiando sotto la frescura degli alberi, gusci pesanti che si facevano accompagnare da bastoni di legno, qualcuno addirittura camminava aggrappato a dei moderni tutori in metallo e plastica, ostinati a vincere contro le condanne della vecchiaia.
Loro si che potevano stare tranquilli, pensava Giovanni, avevano una pensione sicura, ogni fine mese dovevano solo fare una lenta fila in posta e ricevere il loro assegno. Senza fare neanche fatica, senza un giorno di lavoro, senza doversi svegliare la mattina presto e combattere contro la nebbia che ti ferma anche i pensieri.
Li guardava trascinarsi lungo i marciapiedi, le pelli flaccide che sembravano cascare dal viso, le palpebre che si tiravano sugli occhi come implacabili saracinesche.
Sicuramente loro non avevano tutti i problemi che lo assillavano allo stesso modo in cui il vento caldo si insinuava tra le foglie dei tigli, tutto questo pensare gli gravava sugli occhi trasformandosi in pesanti lacrime.
Eppure un modo poteva trovarlo per risolvere i suoi problemi. Osservò meglio una vecchietta che coperta di chincaglieria trasportava tutto quel ferro verso nessuna meta. Vestiva con una gonna rossa coperta di paillettes. Una camicia bianca ricolma di collane spiccava come se volesse contrastare la pelle tirata da chissà quanti lifting di gioventù. Le labbra dipinte di rosso carminio si accendevano in una faccia bianca coperta di fondotinta, gli occhi marroni erano circondati da fiumi ombretto azzurro. Alle dita anelli di ogni grandezza, e quelli sembravano veri, luccicanti e costosi.
Gli sarebbe bastato uno di quelli per far accendere un sorriso negli occhi di Mariluna. Sarebbe stato semplice, fermarla e portarle via un anello era questione di un attimo, scappare, correre e trovare dove rivenderlo.
Ci impiegò un attimo a decidersi.
Aspettò che la vecchia si avvicinasse all’albero dove si era fermato. Le afferrò una mano e stringendola le urlò contro:
“Dammi i soldi !”
L’urlo della donna si spense subito. La donna aveva capito che le conveniva lasciare tutto. Aprì il borsellino e tirò fuori un bel mazzetto di banconote da cento euro. Giovanni le guardò stupito, li afferrò, li strinse e cercò di capire quanti fossero dal peso. Ficcò tutto in tasca e guardò la vecchia negli occhi.
“Tanto a te a cosa servivano?”
Lasciò il polso della donna su cui si era impressa la forma della sua artigliata. La donna non parlava, si massaggiò la mano sentendone il dolore.
“Non urlare ora o torno e ti ammazzo.”
La donna strinse le labbra mentre Giovanni si allontanava di corsa inforcando la sua bici e sussurrò: “Che ti servano tutti di medicine!”

Giovanni entrò nel TOY’S CENTER, si precipitò allo scaffale delle bambole si mise a guardarle tutte: quella che piangeva, quella che rideva, quella che faceva la pipì, quella che chiamava mamma, quella che beveva il latte, quella che potevi pettinare, quella a cui cambiavi i vestiti, quella che potevi truccare, quella cui dipingevi le unghie, quella a cui ricrescevano i capelli, quella col cavallo, quella con la casetta, quella con il ranch, quella col principe, quella coi figli, quella col camper.
Doveva solo scegliere quale portare a Mariluna.
I prezzi poi erano tutti in salita: dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta, cento, duecento euro. Duecento euro per una bambola gli sembravano impossibili, tutti quei soldi solo per un po’ di plastica cinese, che magari a loro non arrivavano che pochi euro.
Tastò il rotolo di banconote e assicuratosi che nessuno lo guardasse lo tirò fuori e si mise a contarle: sedici foglietti da cento euro, quattro da duecento e un emozionante foglio rosso da cinquecento euro. In tutto duemilaenovecento euro. Quasi due suoi stipendi. Li rimise subito in tasca girandosi intorno in cerca di occhi indiscreti.
Prese una barbie con un bel vestito, colorato e luccicante, con la sua bella scatolina rosa e un vestitino di ricambio. Il tutto a solo trentaquattro euro. Diede alla commessa la banconota da cento euro. Era stirata e liscia, quasi appena stampata. La ragazza alzò in aria il centone e lo guardò in trasparenza, ne guardò i disegni e poi la passò sotto un money detector. Non era falsa e gli diede il resto, una da cinquanta, una da dieci euro, una da cinque euro e una moneta da un euro.
Aveva ancora tanti soldi.
Arrivato alle porte scorrevoli si fermò e tornò indietro.
“Mi fa un pacchetto?” Chiese alla commessa.
“Certo.”
La ragazza prese un foglio di carta con l’intestazione del negozio e con tanti giocattolini disegnati.

Pedalava ritmicamente verso casa. Poteva aspettare un po’ di tempo prima di dire alla moglie della lettera. Certo dei soldi non le avrebbe detto nulla. Lei non avrebbe capito. Alla fine le donne non capiscono mai.
I sacrifici.
Il dolore.
Il sudore.
Le umiliazioni.
Chi sta a casa non capisce cosa si pena. Quante volte si vorrebbe dare una spallata a tutto e andare via. Ma per i soldi, solo per quelli, non lo si fa.
Una volante dei carabinieri passò a sirene spiegate. Giovanni abbassò la testa sul manubrio e si mise a pedalare più veloce. Le cromature della bici stavano cedendo il passo alla ruggine, gli avrebbe fatto comodo una nuova bici, almeno cento euro. Ma poi per andare dove se il lavoro lo stava per perdere? Avrebbe fatto meglio a mettere quei soldi da parte e prenderli solo quando ne avrebbe avuto davvero bisogno, forse in questo modo poteva far credere a Fiorella che il lavoro non lo aveva perso per due, o anche tre, mesi.
Avrebbe dovuto rifletterci meglio. Accelerò le pedalate per arrivare prima a casa. Il sonno gli avrebbe portato consiglio.

Incatenò la bici al palo della luce vicino al cancello e salì in casa di fretta. Due mandate di chiave e fu dentro.
Nessuno gli venne incontro.
I due maggiori, Roberto e Stefania, forse non erano ancora tornati da scuola. Ma la piccola? Mariluna doveva essere di sicuro in casa, forse a giocare in camera o a fare i compiti. E la Fiorella? In cucina non c’era. Né c’era nulla sui fornelli. Nemmeno una pentola. Si affacciò in sala da pranzo, forse erano sul divano a vedere qualche film. Ma nemmeno lì c’erano. Mentre attraversava il corridoio dalla camera dei ragazzi spuntò la testa di Fiorella.
Le labbra chiuse in una smorfia di dolore muto.
“Cos’è successo?”
Le urlò mentre cercava degli indizi.
La donna aveva le lacrime al viso. Gli occhi rossi e inghiottiva singhiozzi.
“La piccola, ha la febbre alta da stamattina… ho chiamato il dottore e ha detto che non riesce a capire cos’è!”
Giovanni si infilò nella stanza della bambina e la cercò sul letto. Aveva le coperte addosso e ripeteva che aveva freddo. Le mise una mano sulla fronte e sentì che scottava esageratamente. Poi fece scendere la mano e le carezzò la guancia.
“Ma come non capisce cos’è? Non è medico? E’ il suo lavoro! Deve sapere cos’ha!”
Fiorella scuoteva la testa. Aveva in mano degli asciugamani di lino bagnati d’alcool e li mise in fronte a Mariluna. La bambina apriva la bocca cercando di inspirare quanta più aria possibile.
Poi tirò un forte sospiro e si addormentò.
La mamma le tenne la mano sulla fronte per alcuni secondi.
Quando ebbe deciso che poteva allontanarsi si recò in cucina seguita dal marito. Scostò una sedia dal tavolo, al cui centro svettava una biscottiera desolatamente vuota.
“Cosa dobbiamo fare?”
Giovanni chiuse gli occhi e pensò. A lungo. Cercando diverse soluzioni e sperando di non dover dare troppe spiegazioni.
“Chiamiamo uno specialista. Il dottor Ferlinghetti, te lo ricordi? Quello che venne quando Roberto stette male.”
Fiorella aprì la bocca come se volesse ribattere. Ma non trovò le parole adatte.
“Lo so che ci vorranno un sacco di soldi, ma so come fare. Chiederò a qualcuno un prestito.”
I loro occhi si incrociarono, quelli di Giovanni cercarono di rassicurare quelli della donna.
“Si, è l’unica soluzione.”
Fiorella prese l’agenda e cercò il numero del dottore.
“Allora chiamo?”
Giovanni tastò il rotolo di soldi che aveva in tasca e confermò la domanda della donna con un cenno del capo.

“Sono trecento euro… senza fattura, se poi la volete c’è da aggiungere l’IVA. Sarebbero altri sessanta euro.”
Il dottore si lisciò la barba bianca e scrutò la stanza.
“No, no, non c’è bisogno di fattura, dottore.”
Giovanni accompagnò il dottore in sala da pranzo e al riparo dagli occhi della moglie tirò fuori il rotolo con le banconote. Prese tre foglietti da cento euro e li porse al dottore. In un lampo i soldi finirono nella tasca dei pantaloni.
“Se avete ancora bisogno di me potete telefonarmi anche al numero di cellulare che vedete sulla ricetta. Mi raccomando osservatela scrupolosamente!”
Giovanni tentò di leggere quella grafia ghirigoreggiante, e aiutandosi con quello che il medico aveva già detto si fece un’idea della scrittura.

Mentre era in fila in farmacia in attesa che la giovane ragazza dai capelli ondulati gli rivolgesse la parola, Giovanni guardò quanti tipi di medicina erano riposti sugli scaffali. Tutti i generi di composti e per ogni tipo di malattia.
Uno scaffale pullulava di articoli per l’infanzia, giocattoli, omogeneizzati, pannolini, vestitini. Ormai era come essere ad un supermercato. Sul bancone troneggiava un espositore con decine di tipi di occhiali per tutte le gradazioni. Una misura della vista fai da te. Accompagnata da bolle di lenti a contatto monouso.
“Prego?”
Gli occhi azzurri della farmacista gli si piantarono sul cuore. Porse timidamente la ricetta di cui aveva rinunciato la decifrazione.
“Però, deve essere ben grave la bambina...”
“Dice?”
La ragazza alzò gli occhi dalla ricetta e sembrò imbarazzata del commento appena fatto.
“Ma no, se è in cura col dottor Ferlinghetti vedrà che in pochi giorni si rimette. E' un luminare della medicina!”
La farmacista si allontanò e raccolse da alcuni cassetti degli scatolini. Girò dietro al bancone per qualche istante, raccolse altre scatole.
Quando ebbe le mani piene appoggiò tutto sul banco di fronte a Giovanni. Passò un lettore laser sui codici a barre dei farmaci. Tutti appena raccolti. Come frutta fresca.
“Centoundici euro.”
Giovanni sfilò dal rotolo una banconota da cento e una da dieci e, infine, una moneta da un euro. Le porse alla farmacista, i cui occhi da cerbiatta si incunearono sulla cento euro per scrutare nella filigrana se fosse vera o falsa.
Il test fu passato a pieni voti. La banconota finì nella cassa e le ditina smalatate emisero lo scontrino.
“Arrivederci!”
Sussurrò la cerbiatta.
“Si.”
Non poté che rispondere stentato Giovanni.

Quando fu a casa ci trovò anche la signora Pina, vicina di pianerottolo e esperta nell'arte della siringa. Subito gli sfilò di mano le medicine e le mescolò alchimicamente tra loro seguendo le criptiche istruzioni del foglietto.
La signora Pina scoprì Mariluna dalle lenzuola. La fece mettere di lato e abbassando leggermente il pigiama fece scomparire l'ago nella carne.
Poi velocemente Mariluna si ricoprì con le lenzuola.
Fiorella versava il caffé nelle tazzine. La prima alla signora Pina, la seconda a lui e la terza la tenne per sé.
Nel primo sorso ci fu solo silenzio. Dopo che le labbra si furono scaldate la signora Pina si lasciò sfuggire un po' di tenera compassione.
“Poverina, così piccola e deve fare queste siringhe così pesanti! A questo mondo non c'è proprio giustizia.”
Avvicinò di nuovo le labbra alla tazzina aspettandosi un commento da uno dei due. Ma nessuno di loro se la sentiva di ribattere un'affermazione così vera.

All'ennesima misurazione manuale della febbre suonò il telefono. Fiorella e Giovanni incrociarono gli occhi e spingevano l'altro ad andare a rispondere. Al quarto squillo si alzò Giovanni.
“Pronto?”
“Papà? Ma sei a casa?”
“Sembra di si. Ma tu? Roberto dove sei?”
Alcuni secondi di silenzio.
“Sono in ospedale. Ho avuto un incidente con la moto e sto al pronto soccorso”
Di risposta qualche silenzioso interrogativo.
“Papà? Ci sei?”
“Si, Roberto, si. Ma tu non hai una moto!”
“Se mi dai il tempo ti spiego tutto.”
“Inizia pure, allora...”
“Ero con la moto di Giuseppe. Me l'aveva prestata stamattina per farci un giro. Deve vendersela e volevo vedere come andava.”
“Volevi comprare la moto? E con quali soldi?”
“Ma no papà! Era solo per farci un giro.”
Silenzio.
“Comunque stavo facendo il giro del quartiere e ad un certo punto un ragazzo ha attraversato la strada... e boom me lo sono ritrovato sotto le ruote.”
“Ma allora non ti sei fatto male?”
“No, io no. Ma il problema è un altro...”
“Cioè?”
“Dato che doveva vendersela, la moto, Giuseppe aveva sospeso l'assicurazione. E questo qui sta facendo un casino della madonna. Vuole i soldi dell'assicurazione oppure ci denuncia tutti.
“Quanto vuole?”
“Ha detto mille euro e non sporge denuncia. Ed è il minimo, giusto per pagarsi le cure e il danno biologico.”
Altri mille euro. Lasciò in silenzio Roberto e pensò a cosa rispondergli.
“Sicuro che non ti stia pigliando per il culo?”
“Papà...”
“Se vuoi vengo io e ci parlo con questo qui.”
“E si, forse è meglio se vieni.”
“Allora aspettami prima di fare altre stronzate!”
“Pa...”
Giovanni mise giù il telefono e corse a cambiarsi.
Scese senza dire nulla a Fiorella. Tanto lei era concentrata a misurare la febbre a Mariluna.
Inforcò la sua bici e pedalò come mai aveva fatto, neanche se dovesse vincere il Giro d'Italia. Staccava auto dalle vernici metallizzate e motori cromati. Su parecchie era sicuro di averci anche lavorato. Ai semafori cercava di infilarsi nel flusso delle persone che attraversava sulle strisce, sentendosi urlare dietro di essere uno stronzo. Una vecchia signora agitò la borsa e gliela conficcò nella schiena. Ma lui imperterrito proseguiva la sua corsa.
Quando fu al pronto soccorso vide il figlio seduto su una panchina.
“Allora?”
“Ah, si. E' qui, sta firmando per uscire. Ma non ha ancora sporto denuncia, ha detto che è caduto.”
“Fammici parlare!”
Roberto lo accompagnò presso un ragazzo con dei capelli stranissimi, intrecciati come corde di navi, rasta li chiamavano al telegiornale.
“Allora ragazzo? Che è successo?”
“Oh, matusa, ché tuo figlio non te l'ha raccontato? M'ha investito con la moto e non ha neanche l'assicurazione! Guarda qua che mi sono fatto.”
Mostrò il braccio steccato e la fasciatura alla mano.
“Minimo un mese fermo devo stare. E se l'assicurazione non c'è allora dobbiamo trovare qualcuno che paghi!”
“Ma mille euro mi sembrano un po' troppi!”
“Guarda che io non ci metto niente a denunciarlo, e poi altro che mille euro... ti ci vorranno solo di avvocato mille euro. Io invece ti propongo un accordo amichevole, voi mi date mille euro, un mese di stipendio, dato che non potrò lavorare per un mese, e lascio le cose come stanno, senza mettere di mezzo la legge.”
Giovanni incurvò le labbra. Sapeva che con tipi del genere non ci si poteva trattare, erano i sindacalisti della vita, in un modo o nell'altro trovavano sempre il modo di vincerla loro.
Come ormai gli era diventato d'abitudine prese dal rotolo dei soldi ne scartò fuori il foglietto da cinquecento e vi mise vicino altri cinque fogli da cento euro.
Li ficcò velocemente in mano al ragazzo.
“Guai se sento ancora parlare di te!”
Tirò via per il braccio Roberto e prese la bicicletta per il manubrio.
La via del ritorno sembrava non finire mai. Quasi a metà strada arrivò la domanda che si aspettava dal figlio.
“Papà, ma dove hai preso tutti quei soldi?”
Il volto di Giovanni si fermò insieme a tutto il suo corpo. Le labbra gli si seccarono e frugò nel poco di razionalità che gli era rimasta la spiegazione da dare.
“Una cosa sola ti chiedo: non dire nulla a tua madre di questi soldi.”
“Dai papà, non li avrai mica rubati?”
Gli occhi faticarono un po’ a mentire.
“Roberto, stai scherzando? Sono soldi che avevo messo da parte. Un po’ alla volta.”
Il silenzio si murò tra loro fino a quando tornarono a casa.

Arrivato a casa Giovanni si sbragò sulla sedia in cucina. La testa chinata sul tavolo. Chi lo avesse visto in quel momento avrebbe pensato che stava pensando a quanto tempo avrebbe impiegato per rimettere insieme tutti i soldi spesi. Ed era quello che Roberto stava pensando mentre stava vicino alla sorella malata.
Invece i pensieri di Giovanni giravano intorno al rotolo di banconote che si stavano assottigliando. Trentaquattro la bambola, trecento il dottore, centoundici la farmacia e mille al ragazzo.
Millequattrocentoquarantacinque euro persi in mezza giornata. Gli restavano quasi millecinquecento euro. Ancora un bel po’.
Fiorella gli si avvicinò da dietro e gli appoggiò una mano sulla spalla.
“Come faremo, abbiamo speso molti soldi per Mariluna, non ci rimarrà niente per tutto il mese.”
Il sospiro di Giovanni fu insolitamente lungo e finto.
“In qualche modo faremo.”
La sua mano ritastò il gruzzolo che aveva in tasca.
“Ma a che ora torna Stefania?”
“Non lo so, ha detto che andava da quella sua amica, in centro.”
“Uhm.”
Con quel rumore Giovanni fece risuonare tutta la stanza.

Il campanello suonò in mezzo al silenzio assoluto della casa. Ad aprire la porta andò Giovanni, Roberto stava in camera sua con la musica nelle orecchie, Mariluna e Fiorella stavano dormendo vicine nel letto della bambina.
Era Stefania. La faccia stravolta. Gli occhi rossi di lacrime. Si precipitò tra le braccia del padre e si mise a piangere.
Lui non poté fare altro che accoglierla tra le sue braccia.
Quando l’ondata di lacrime si fu calmata Giovanni accompagnò la figlia in cucina e la fece sedere con lui al tavolo della cucina. Era il posto dove di solito discutevano delle cose di famiglia. E quella gli sembrava che stava su una grossa bomba pronta per esplodere.
“Vuoi dirmi cosa è successo?"
Stefania tirò su col naso e si asciugò le lacrime con l’indice. Ricompose la faccia e tirò un lungo respiro.
“Sono incinta.”
Un pugno forte colpì lo stomaco di Giovanni.
“Stamattina quando sono uscita non ne ero sicura. Avevo vomitato in questi giorni. Ma non sapevo che potevo essere …”
La gola di Giovanni si seccò e sentì il bisogno di prendersi un bicchiere d’acqua.
Quando si risedette la ragazza continuò.
“Sono andata a fare le analisi l’altro ieri e il risultato è che sono incinta.”
Quella notizia risuonò nelle orecchie di Giovanni molto più violentemente di come aveva fatto la lettera della IAIA.
“Però non voglio avere problemi papà. Vorrei abortire. So come la pensi, ma a vent’anni non ho proprio intenzione di farmi rovinare la vita da un figlio non voluto.”
“E il padre che dice?”
“Era un ragazzo che ho conosciuto ad una festa, qualche mese fa. Ora è andato via, è a Amsterdam. Vive lì e non so come contattarlo.”
L’ulcera che aveva ereditato da suoi genitori si fece strada nel dolore di quelle parole. Aveva una figlia incinta e senza marito. E che voleva addirittura abortire.
“Ma ti rendi conto di quello che vuoi fare? Stai parlando di una vita umana.”
“Papà, non è ancora un bambino, è solo un embrione.”
Giovanni non capiva la lucida razionalità della figlia. Per lui quell’analisi di più e meno fatta nei confronti di una vita era inconcepibile.
Scuoteva la testa e non riusciva a inchiodare le parole ai pensieri. Non poteva fare a meno di legare quel momento a quello in cui la moglie gli disse di essere incinta del primo figlio. L'emozione forte. La gioia. Le corse dai parenti per dare la bella notizia. Perché per loro era una bella notizia, non una maledizione lanciata da chissà chi.
“Che pensi?”
Lui la guardò e vide che somigliava moltissimo alla madre da giovane. Lo stesso viso. Gli stessi occhi impetuosi e il sorriso che non si spegneva mai.
“E che devo pensare?”
“Non vorrei che tu pensassi male di me.”
Giovanni le si avvicinò e l'abbracciò.
“Non ti preoccupare, sarai sempre la mia bambina.”
“E ora che facciamo?”
Giovanni si passò la lingua sulle labbra, per dare un po' di umidità a quella carne asciutta.
“Quanti soldi ci vogliono?”
Stefania abbassò gli occhi.
“La dottoressa ha detto cinquecento euro.”
“Millenovecentoquarantacinque.”
“Cosa?”
“No, niente, pensavo ad alta voce. Domani ti do i soldi. Però vorrei che tua madre non ne sapesse nulla.”
Lei fece di si con la testa. Anche se non capiva quella strana richiesta. Di solito il padre parlava con la madre di ogni decisione che andava presa in casa. Ma forse non voleva darle quel dispiacere.

Giovanni si chiuse in bagno. Mise i soldi rimastigli sulla lavatrice.
Sei pezzi da cento.
Quattro da duecento.
Uno da cinquanta.
Tolse due pezzi da duecento e uno da cento.
Restavano cinque pezzi da cento e due da duecento e un altro da cinquanta.
Novecentocinquanta euro.
Poteva ancora farci molte cose.


La mattinata passata a lavoro sembrò non finire mai. Quando il suono della sirena segnò il fine turno si precipitò a cambiarsi e veloce imbracciò la bici.
Per prima cosa si fermò in farmacia, doveva comprare ancora un antiallergico per Mariluna.
“Ecco a lei signor Giovanni, sono quarantanoveenontanove.”
Ormai la farmacista lo conosceva bene. Lui porse il biglietto da cinquanta che gli era rimasto e lei prontamente gli diede il centesimo di resto insieme allo scontrino.
Restavano novecento euro.

Sotto il portone di casa lo aspettava Stefania. Lasciò la bici incatenata al palo e si incamminarono insieme verso lo studio della dottoressa Derdini.
Arrivati lì stettero in anticamera perché una segretaria piuttosto anziana li informò che la dottoressa era al momento impegnata.
Lo studio era pitturato di un rosa pallido, tagliato in mezzo da una striscia verde. Al centro un tavolino pieno di riviste, da cui Stefania trasse un Donna Moderna d'annata. Tutto intorno dodici sedie ultamoderne il cui il sistema per cui restavano in piedi era praticamente un mistero. Giovanni non ce la faceva a restare seduto, gironzolava per la sala fermandosi a leggere i manifesti affissi.
La segretaria si avvicinò a Stefania con dei fogli.
“Dovrebbe riempirli, sono le dichiarazioni di responsabilità. Lei è il marito?”
Giovanni si sentì colpito. Ma cosa pensava quella donna? Se lui fosse stato il marito non si sarebbe mai sognato di fare abortire la moglie. Ma un padre è tutta un'altra cosa.
“No, sono il padre.”
“Ah, capisco.”
Stefania si mise appoggiata sul tavolino a riempire i moduli. Quando ebbe finito li consegnò allo sportello della segretaria.
“Vuole che le prepari già la fattura?”
Stefania guardò il padre, ma non seppe rispondere.
“Va bene anche senza.”
Si avvicinò anche lui allo sportello e prese i soldi che aveva già preparato. Cinque fogli da cento euro.
Quando Stefania entrò e lui dovette aspettare fuori, per una interminabile ora, passeggiando e ripasseggiando intorno a quel tavolo ricolmo di vecchie riviste, rileggendo sempre gli stessi manifesti, guardando sempre la stessa foto del faro con le spighe di grano in primo piano, gli sembrò di essere in attesa della nascita di un altro figlio. Questa volta, però, nato morto. O non nato. O non ancora esistente. Non ci capiva nulla su tutta questa storia di embrioni, feti, coscienza e vita prenatale. Sapeva solo che poteva diventare nonno ma senza un genero. Chissà come avrebbero sparlato i colleghi, e quelle pettegole delle vicine? Sempre pronte a parlar male di qualcuno. Avrebbero dato della donnaccia a sua figlia. Il suo tesoro sarebbe stato coperto di fango! Forse Stefania stava prendendo la decisione giusta, ma lui non lo capiva. Non era il suo modo di pensare.
Ogni tanto cercava di incrociare lo sguardo della segretaria, per carpire informazioni o aggiornamenti. Ma i suoi occhi erano piantati sullo schermo del computer dove stava digitando senza sosta.
Quando Stefania uscì dalla porta scorrevole, in tinta con il resto della parete, lui non ebbe il coraggio di incontrare il suo sguardo basso. Era completamente bianca, la faccia senza un minimo di colore. La prese sottobraccio e andarono via.

La strada del ritorno fu priva di domande e di commenti. Solo un lungo andare come appresso ad un funerale. Gli occhi bassi, le mani ferme, le ginocchia tremolanti. Nell’aria si sentiva solo il rumore dei loro passi. Fino a quando arrivarono vicino casa.
“Torna prima tu a casa, io faccio un giro.”
La ragazza non rispose, ma si dimostrò d’accordo.

Si rifugiò in un bar e ordinò una grappa. Tre euro. Automaticamente mise la mano in tasca e pagò.
Il liquore scese giù raspando la gola. Subito si fece largo un calore insopportabile nello stomaco.
Ne prese un’altra.
Altri tre euro.
Raspata e calore.
Ancora un’altra.
Tre.
Raspata.
Calore.
Sentiva la testa un po’ brilla. In quella confusione ricordò il sussurrò della vecchia che ti servano tutti di medicine. Ed era quello che stava succedendo. Stava spendendo tutti i soldi presi alla vecchia di medicine.
Quella vecchia strega lo aveva maledetto. Gli aveva lanciato addosso il malocchio e avrebbe colpito lui e la sua famiglia. Fino a fargli spendere tutti i soldi di medicine.
Toccò i soldi in tasca e si disse che erano tutte sciocchezze. Era solo l’ubriacatura che lo faceva sragionare. Con la lucidità sarebbero svaniti tutti questi fantasmi superstiziosi.
Uscì dal bar per rinfrescarsi le idee. La sera aveva raffreddato un po’ la calura dell’aria. Ma sentiva ancora caldo per via dell’alcool che gli bruciava in pancia.
Lentamente si avvicinava a casa. Ugualmente smaltiva la leggera sbronza. Fiorella avrebbe sentito il puzzo dell’alito. Avrebbe fatto un po’ di storie. Ma poi sarebbe stata zitta.
Salì le scale guardandole una ad una. Mettendo a fuoco uno scalino dopo l’altro. Arrivato alla porta indugiò prima di aprirla.
Un’altra notizia di malattia avrebbe confermato la sua teoria.
Tirò fuori le chiavi dalla tasca e cercò quella giusta. Sbadatamente si conficcò la lama di una chiave arrugginita nel palmo della mano. Una chiazza rossa si formò intorno alla ferita. La porta si aprì e Fiorella sgranò gli occhi e cacciò un urlo.
“Non è successo niente, solo un graffio.”
Lei gli prese la mano e lo portò fino in bagno. Sciacquò la ferita e la tamponò con un asciugamano.
“Come te lo sei fatto?”
Prese con l’altra mano la chiave arrugginita e la mostrò alla moglie.
“Con questa.”
Lei la osservò bene.
“Devi fare l’antitetanica. Guarda quanta ruggine!”
Fiorella chiamò Roberto e gli disse di andare in farmacia a comprare la siringa per l’antitetanica, consegnandogli cinquanta euro per pagarla.

Al ritorno Roberto aveva portato con sé la signora Pina, già pronta ad infilzare il malato di turno.
Consegnò il resto alla mamma. Sedici euro. Aveva speso trentaquattro euro.
La signora Pina armeggiò con la siringa e in pochi minuti fece il suo lavoro. La maledizione aveva colpito ancora.
Chissà quanto tempo ci avrebbe messo per sferrare un altro attacco.
Una bussata forte alla porta. Fiorella aprì e vide Roberto che tutto rosso in faccia sventolava una lettera. Giovanni si chiese se non fosse per l’incidente.
“…il dottore, il dentista, ha mandato una fattura…”
Giovanni lesse la lettera e noto come parole come insolvente, debitore, avvocato, fossero così create per stare bene assieme. Gli venne quasi da ridere fino a quando arrivò alla parte in cui era scritto: “per tanto ci dovete 882,98 euro, a cui aggiunti i dovuti interessi si solve con 902 euro, da versarsi in unica rata entro dieci giorni dalla ricezione di questa missiva”.
Il conto tornava. La somma totale aveva raggiunto la cifra che aveva preso alla vecchia signora. L’indomani sarebbe andato dal dentista a chiedere spiegazioni, ma ricordava bene che non era riuscito a saldare tutto l’importo per la cura dei denti della famiglia. Quel mese dovette pagare due rate di tasse arretrate dell’università di Roberto, e poi c’era stata la bolletta della luce esageratamente salata. E alla fine aveva completamente dimenticato di passare dal dentista per pagare i trattamenti.
Da domani avrebbe ricominciato a sperare di non essere tra quelli che sarebbero stati costretti al ridimensionamento delle ore. E poi, avrebbe scelto con più cura la prossima vecchietta, facendo attenzione che non fosse una strega.



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