Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
CROCIFISSO
Proprietario
Daniele Capaccio, lettore


Prezzo

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80 €
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A proposito di questo oggetto...
Il crocifisso
di Daniele Capaccio

Liberaci dal male. Questo è tutto quel che riusciamo a dire, sottovoce, seguendo l’omelia del parroco della nostra chiesa. E tutti, nessuno escluso, gettiamo una veloce e furtiva occhiata alla statua del crocifisso appeso alla destra dei banchi. Ora l’hanno messo lì e lì se ne sta, appeso al muro con chiodi rinforzati, crocifisso a più livelli.
Con il sangue vero della sua ultima vittima che spicca sul sangue d’artista accennato sul costato.
Il settimo strano incidente.
Torniamo tutti a guardare verso il sagrato quando un urletto ci fa voltare di nuovo, all’unisono, verso la statua maledetta. Una delle piccole figlie dei bolognesi, gente traferitasi da poco che nessuno in paese conosce bene, se ne sta proprio sotto la statua, ipnotizzata davanti agli occhi del cristo a ridere in modo inquietante. La madre scatta dal banco, sfuggendo di poco al braccio del padre che cerca di fermarla.
Urlando come un’invasata bracca la bambina, si ferma solo per un istante, anche lei pallida e impietrita davanti al cristo. Gli rivolge uno sguardo di supplica che in pochi riescono a scorgere il cui significato, sostanzialmente, è: ti prego non ucciderci!
Subito dopo si rende conto del pericolo che sta correndo e si getta all’indietro, tenendo la bambina tra le braccia perché non si faccia male nella caduta.
In altri luoghi, in altri paesi, tutti resterebbero indifferenti alla cosa, tacciando la donna di follia. Non qui. Qui le persone vicine al punto in cui la signora è caduta accorrono per aiutarla a rialzarsi e controllare che stia bene. Solo quando una delle vecchie del paese, una di quelle che passano le giornate sedute sull’uscio di casa, caccia un grido di terrore, solo allora tutti capiscono che è successo ancora.
Il dottore ci spiegherà poi che, per una strana quanto fatale coincidenza, la signora è caduta battendo forte la testa su uno dei chiodi rinforzati del crocifisso, svitatosi non si sa bene quando, finendo per ficcarselo nel cranio. Ma questi sono solo dettagli per noi. L’ipotesi dell’incidente non regge più.
Mentre il marito si getta in lacrime sulla moglie, mentre le signore si accertano che almeno la bambina sia ancora in salute, io, Massimo e altri ci scambiamo sguardi d’intesa.
Siamo a otto, decisamente troppi. È il momento di intervenire.

La sera ci troviamo in piazza. Siamo solo in tre di una decina che, si supponeva, dovevamo essere.
Terrorizzati forse, incerti sul da farsi, ma decisi a risolvere la questione. Io, Massimo e il bolognese marito della signora, che scopro chiamarsi Giacomo, ci avviamo lungo la strada che dalla piazza del paese si dilunga nei campi per venti minuti prima di arrivare alla chiesa. Non abbiamo armi nel vero senso della parola, abbiamo attrezzi quelli sì, attrezzi per smontare quella cosa e gettarla lontano, nel fiume forse. Che le acque profonde se la vedessero con quella statua dannata.
Nel tragitto ripenso a tutta la storia, a come è cominciata... con un atto di fede.
Durante la ristrutturazione della chiesa io e altri paesani, tra cui Massimo, trovammo una vecchia stanza nelle cantine, murata chissà quanti anni prima. Nella stanza c’era un altare e, appeso al soffitto per i piedi, c’era il crocifisso. Una bella scultura in bronzo, d’artista ignoto. Don Stelvio non seppe spiegarci la storia dietro quella stanza, il motivo per cui fosse stata murata, né seppe dirci perché il crocifisso fosse appeso al contrario se non dando qualche generica motivazione satanista.
Di comune accordo decidemmo di liberare la statua e riportarla di sopra, la pulimmo e la sistemammo sopra l’altare di Don Stelvio. La domenica successiva, la messa ebbe un sapore diverso per molti di noi, ci sentivamo eroi, sentivamo di aver salvato cristo dalle forze del male e di averlo riportato alla luce.
Almeno finché non udimmo il rumore più schifoso che orecchie umane abbiano a sentire.
Sciaff!
Il rumore del corpo di Don Stelvio che si spreme sotto il peso della statua caduta dai sostegni. Grida, panico generale, un centinaio di chiamate all’ospedale giù in città e l’attesa, l’attesa di un’ambulanza che venisse a portarsi via quel che rimaneva del nostro parroco. Il primo incidente venne archiviato davvero come incidente.
Ma quando i puntelli, i sostegni e i chiodi di rinforzo si moltiplicarono e, nonostante tutto, la statua continuò a produrre quel suono, quel liquido sciaff!, schiantandosi su donne, uomini e bambini, divenne chiaro che, contro ogni pensiero razionale, sembrava essere proprio la statua il problema. Come se si muovesse, dotata di vita propria, di un’anima maligna.
Arrivati alla chiesa facciamo pochi passi all’interno quando Massimo grida stupefatto:
«Non c’è! La maledetta non c’è!» dice indicandoci il vuoto sulla parete.
Il signor Giacomo ha la bocca spalancata e il volto deformato dalla paura.
«Scappiamo...» dice con un filo di voce.
Mi guardo intorno nervosamente cercando di trovarla, cercando di convincermi che è stata semplicemente spostata dopo l’ennesimo lutto, quando la vedo.
Appare davanti all’altare, muovendosi goffamente sulle gambe, come animata a passo uno in una pellicola rovinata dal tempo. Il rumore del bronzo che si lacera mentre apre la bocca non è un suono prodotto da corde vocali ma è comunque molto vicino ad un grido di rabbia.
Dopo quei pochi secondi che impiego a capire davvero quel che vedo, mi giro e comincio a correre, corro lontano dalla chiesa. Corro senza pensare a quella... quella cosa, chiedendomi solo se Massimo e il signor Giacomo siano stati veloci quanto me.
Una sola volta mi guardo alle spalle per vedere se mi seguono, se mi insegue, ma non c’è nessuno oltre la strada che mi sono lasciato dietro. Forse sono riusciti a scappare, forse hanno solo deviato un po’, Massimo per andare a prendere la sua compagna e il signor Giacomo per portare in salvo le sue due bimbe.
Io continuo a correre, intimamente felice di essere una persona senza legami, corro pensando che il prossimo paese è a tre chilometri.
Rallento fin quasi a fermarmi quando mi rendo conto che anche lì hanno una chiesa.



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