Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
STANZA
Proprietario
Marta Campi, lettrice


Prezzo

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750 €
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A proposito di questo oggetto...
La stanza


La mia scelta è stata irremovibile: il fuori ha raggiunto per me il massimo della rappresentabilità, finirò i miei giorni nello squarcio più intimo, ricco di stanze e corridoi, ancora intatti. Ho deciso di percorrerli tutti, senza alcuna distrazione, con il massimo sforzo per conoscere il bacio dell’ombra.

Il bianco della luce mi ha guidata dentro questo piccola stanza e la sua Voce mi ha avvinta alla lama del silenzio. Il torpore del corpo è solo il principio, bisogna alimentarlo di canti, imprese colme di passione affinché io possa giungere lontano e svelarmi nella mia assenza.

Nel volto del mio essere scoprirò non la presunzione, non l’ambizione ma la Negazione. Il sogno del disarmo: le mie mani, i miei occhi incendiati, senza il loro valore.

Sono in bagno, riversa sul pavimento, tra le labbra una sottile fessura, le braccia, scomposte, in una posizione innaturale. Provo a sollevarmi, in uno sforzo disperato, per un attimo, prima di ricadere, vedo il mio viso riflesso allo specchio, un pallore, e poi, giù, ancora il buio.
Non so quanto tempo durino questi attimi di incoscienza, ma, avida, ne saggio il dopo: una continua sottrazione ricolma di pienezza ‒ intima, indicibile. La sofferenza mi rende una militante di stracci, una vedova senza sposo, un cadavere. La sofferenza annulla tutti i pensieri. Il mio nulla si chiama Dio. So di aver superato un argine misterioso, non ho fatto altro ‒ appagare quella tensione sconosciuta. Da allora le mie lacrime s'inondano di grazia.

Ho perso, di nuovo, il controllo, mi sono lasciata ingannare dalla debolezza della carne. Questa carcassa. Vorrei accenderla come un tizzone ardente, farla fiorire, liberarmene.
Dovrò rimediare alla mia mancanza. Trovare la soluzione. Un sostegno, una cura.

Avverto una tensione vigile, una crepa di risalita che s’insinua fino al cuore: ne percepisco, il tepore, i sussulti, la sua grazia nel compierli: vorrei strapparlo dal mio petto e cullarlo tra le braccia, scarlatto infante, stringerlo fino a fargli sentire le mie lacrime, il mio sudore.
Le mie mani stanno tremando… accarezzo il mio volto, ma non sono io a compiere quel gesto: il mio bene vive fuori di me.

Trovo conforto solo nel Silenzio della Parola: il mio corpo non necessita d’altro.

Lotto contro me stessa, contro la mia ribellione e vacillo nel bianco-soffice dolore. Sono sola contro chi crede di conoscere il risvolto dei miei polsi. Ma non devo temere nulla, qui, nel covo del mio cuore. La preghiera insegna la strada della perseveranza, questa l’azione prediletta: conoscere nel perseverare, con una volontà indomabile. I ricatti acquisteranno nuove forme, dimensioni.
Il mio sorriso non si torcerà più a ghigno ma sarà lieve, invisibile: quel sapore sarà il nettare del mio asilo.

Temo il mio specchio, il suo sigillo chiuso.
Aspetto e nell’attesa prego.

La notte mi riserva le fioriture maggiori, con gli occhi semi-aperti continuo a osservare le ombre incise sulle pareti scure. Quanto costa al mio nome la sua entità? la Volontà non finisce, sempre, per sfiorire il gesto? Mi sollevo mezzo busto dal materasso, nel silenzio una voce che mi incita a uscire.
Rivolgo di colpo la testa all’indietro. Un suono, dall’angolo a sinistra, inizia a vorticare, e più vortica più mi chiama con la voce di colui che mi ha ucciso. Non demordo, sciolgo il mio cuore nel sale e aspetto ‒ il mattino; non riesco a piegare le mie labbra, sono in balìa di una forza che non mi appartiene.

La luce arriva come da lontano. Nel mettere i piedi a terra ho le vertigini, cerco un punto d’appoggio e mi rivolgo verso quel rivolo luminoso. Sono allo stremo. La mia pupilla brilla insieme alla penombra che discende il fondale più arido. Grido, per la prima volta. La mia voce è rotta, striata, piena di mortificazione.

Il digiuno, forse, coprirà le mie vergogne.
Lo stomaco inizia la sua litania… Sorrido, a denti stretti, sto invertendo gli ordini.
La fame gioca brutti scherzi, provo a concertarmi su l’aria che respiro. M’impongo la mia, momentanea, pace. Ho la testa che mi gira o sono forse io a girare per queste stanze sconosciute? non ho voglia di trovare la traccia, il filo che credevo spezzato.

Questo struggimento è una lotta, impari, mortale, inevitabile.



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