Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
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Proprietario
Alessio Arena, autore di "L'infanzia delle cose" (Manni, 2009)


Prezzo

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78 €
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A proposito di questo oggetto...
L’amore ai tempi della neve



Perché vi siete così sciupato? ‘E penziere, me stanno accerenno ‘e penziere.
Gli ultimi giorni Alberto diceva sempre così. Aveva gli occhi sempre pieni di qualcosa, ma solo questo diceva e scrollava le spalle, il suo vestito grigio sgualcito lungo la schiena, appeso sopra a quelle spalle che si spogliavano da sole, mentre andava e veniva da Piazza Statuto con la faccia che sembrava una mela annurca.
Lavorava poco in quei giorni, perché il signor Cantoni, l’ebreo che comandava la fabbrica, lo aveva sorpreso a dormire più di una volta vicino alla calibratrice delle budella, in piedi, appoggiato sopra a un respiro che era una specie di supplica, la veglia delle sue ossa arrugginite una addosso all’altra. Gli aveva detto che era vecchio, che doveva starsi un po’ di tempo a casa a riposarsi, Alberto puzzava del sale dei barili dove la matassa di budella stava a mollo un giorno intero, perché in quell’acqua lui aveva paura di sciogliersi le mani, ci ragionava sopra l’altro mare che gl’era rimasto dentro da una vita, le sue mani minuscole stavano quasi sparendo e a Piazza Statuto il vento c’aveva il sale in bocca: Alberto tornava alla sua soffitta dopo le dieci, chiamava Madamì per farsi buttare le chiavi, e poi si scansava.
Ogni notte un battaglione insipido di nuvole pioveva una tempesta fino a dentro la soffitta e le sue lettere a Luisa galleggiavano attorno ai piedi, scioglievano parole sui pezzi di carta che si attaccavano alle pareti, o qualche frase intera, Luisa, ammore mio manda la foto che si vede il mare e tu e papà a Bagnoli, amore io qua sto bene ma se ne va la luce quando piove e io dalla finestra tengo un mal di testa che mi fa vedere le montagne sempre più vicine che stanno scendendo dentro all’aiuola grande della piazza, e sotto i portici di Via Roma, e io ho paura che non posso più partire, ammore, perché quando dormo io mi sogno a te che stai sotto la neve e non ti vedo, Luisa, qui si mangiano la neve quando esco la mattina, a me mi manca l’aria senza te e pare che non posso camminare.
Ogni notte era così e Alberto diventava piccolo, spariva nella notte del suo corpo fradicio di sale, accoccolato ai piedi della sua Olivetti Lexikon che Luisa, e un gelsomino rosso sulla bocca, la guardava da una foto appeso con un filo al manico d'acciaio della custodia.
Erano anni che il signor Cantoni cacciava Alberto dalla fabbrica, ci aveva fatto l’abitudine da quando Madamì l’affittacamere se lo trovò annegato per le scale del palazzo, dentro a una nevicata che era entrata dal portone per salire su nella soffitta.
A cosa pensate che vi siete così sciupato? le aveva chiesto lei scaldandogli la neve sulle braccia, e Alberto, singhiozzando, aveva detto penzo 'o mare.


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