Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
LANTERNA ROSSA CINESE
Proprietario
Matteo Di Giulio , autore di "La Milano d'acqua e sabbia" (Fratelli Frilli, 2009)


Prezzo

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1754 €
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A proposito di questo oggetto...
Lanterna rossa

Il cadavere lo avrebbe fissato con gli occhi spalancati, se all’interno delle orbite fosse rimasto qualche rimasuglio dei bulbi. L’assassino aveva infierito sul corpo. Il Questore, che era stato sulla scena dell’omicidio per una ventina di minuti, si era lasciato scappare un commento turbato.
«Mai visto un crimine così cruento».
Era in carica da meno di quattro anni, ma non gli si poteva dare torto.
«Si tratta di una donna, sui cinquant’anni» aveva dichiarato il medico legale. «Causa della morte è una violenta contusione sulla nuca, ripetuta a oltranza».
«Quindi è stata colpita più e più volte» gli fece eco l’agente scelto Furlan, un poliziotto dai capelli troppo lunghi e dai modi troppo spicci. «Abbiamo idea dell’arma del delitto?» chiese.
«Un martello è stato rinvenuto sul sedile posteriore, sporco di sangue e residui di materia cerebrale. Credo si possa archiviare come l’oggetto contundente utilizzato dall’assassino».
Il commissario Prandi si accese una sigaretta. Ascoltava con interesse, l’indagine gli era appena stata assegnata e sentiva la necessità di catalogare quante più informazioni possibili.
Aveva osservato il cadavere in silenzio, cercando con lo sguardo ogni dettaglio. Era l’ennesimo omicidio violento con cui aveva a che fare, eppure qualcosa lo turbava. Non solo la brutalità dell’aggressione, il sangue schizzato ovunque, sul cruscotto, sui sedili della macchina, sul volante. Neanche i cinque denti sparsi sui tappetini all’interno dell’abitacolo.
«Sono frantumati» gli aveva spiegato il medico legale. «Non sono stati estratti, piuttosto divelti. Immagino sempre a colpi di martello».
Un sorriso in meno, una vita spezzata in due, nel modo peggiore possibile.
Quando i fotografi e i componenti dell’equipe scientifica terminarono i rilievi, Prandi si concesse ancora qualche minuto in compagnia della defunta prima di far spazio a chi avrebbe portato via il corpo. Le circostanze dei fatti erano abbastanza chiare: bisognava indagare sul movente. L’autopsia, ne era certo, non avrebbe fornito indizi ulteriori, salvo sorprese.
Prandi ricordava un caso non dissimile, in cui si era imbattuto anni prima. Sembrava un banale suicidio, invece nello stomaco della vittima avevano trovato un biglietto da visita che li aveva indirizzati al reale motivo del fattaccio, la vendetta.
La vendetta è una brutta bestia. Spinge la mano dell’uomo alla violenza più insensata. La vendetta è più potente dell’odio, pensava in silenzio Prandi, più cattiva, più esplosiva.
Si stava rassegnando al suo lavoro di poliziotto. Erano casi come questo che lo facevano riflettere su quanto si stessero sporcando le fondamenta della società in cui un tempo aveva creduto. Un mondo civile dove si uccide per qualche spicciolo e in cui la pulsione all’omicidio usciva dal controllo delle persone perbene.
Il commissario spense la cicca schiacciandola con il tacco sul marciapiede e si soffermò a fissare una pozzanghera. Vi intinse la punta della scarpa, giocò con il suo riflesso che si divideva in cerchi concentrici, lo vide dileguarsi nella notte e nell’acqua sporca.

«Da dove cominciamo?» si chiese Prandi, ripassando mentalmente le cose da fare.
Era arrivato in obitorio una mezz’ora prima e si era soffermato a esaminare gli effetti personali della donna. La carta di identità recitava un nome, un cognome e un indirizzo che non gli dicevano molto. La vittima abitava in una via del centro di Milano, una zona lussuosa. I vestiti e i gioielli confermavano che si trattasse di una persona benestante. E che alla base del delitto non c’era stato alcun tentativo di rapina.
«Mariella Vecchioni, nata e cresciuta a Milano, residente in via Torino, nubile» pronunciò a voce bassa mentre il medico legale partiva con l’autopsia.
Prandi riuscì ad astrarsi e a pensare a quanto aveva in mano. Era già passato un giorno e non aveva cavato grandi indizi. La donna aveva pochi amici, nessun parente vivente. Non lavorava, ma viveva di rendita su una modesta eredità. La casa era spaziosa, in un quartiere centrale. Ma nulla faceva pensare che fosse sufficientemente ricca da attirare un predatore avido.
Il bisturi sulla pelle faceva lo stesso rumore di una zip incastrata. Stavolta, però, stavano aprendo un corpo, non un maglione.
Il direttore della filiale di BancaIntesa che aveva in agenda di interpellare nel pomeriggio avrebbe confermato che il patrimonio della signorina Vecchioni le garantiva una certa tranquillità, ma non era tale da giustificare un omidicio a fini di lucro. Senza eredi prossimi, d’altronde, scemava il numero di sospettati.
Uscì dalla camera mortuaria senza ulteriori certezze. Non era emerso nulla, tranne la ferocia del gesto. Frammenti di denti erano stati rinvenuti nello stomaco. Quando era stata colpita, la donna era ancora viva. Prandi non riusciva a immaginava l'entità del dolore che doveva aver provato, esalando gli ultimi respiri.
«Avrai il rapporto dettagliato sulla tua scrivania entro domattina» gli aveva promesso il medico, sfilandosi i guanti di lattice sporchi di sangue.

Il commissario optò per una seconda perlustrazione nella casa delle vittima. Si fece accompagnare dalla portinaia dello stabile, che aveva le chiavi.
Un appartamento spazioso, le pareti dipinte di bianco, ad acuire il senso di vuoto. Pochi mobili, tutti di fattura moderna. Un tavolino basso nero al centro del soggiorno, un divano con la struttura color argento in bella vista. Uno stereo Bang & Olufsen in ombra in un angolo, un plasma da quaranta pollici incastonato nel muro portante. In quel concentrato di design e tecnologia qualcosa stonava.
Una lanterna rossa, quasi nascosta dietro un ficus beniaminus. Prandi si avvicinò per osservarla meglio. Era di legno dipinto, scrostato in qualche punto. Doveva essere un oggetto del passato, probabilmente antico. Era un parallelepipedo con quattro lati ricoperti di vetro per permettere alla luce di diffondersi. Un ideogramma cinese era stato intagliato a mano sul lato superiore. Prandi conosceva solo l'italiano, altrimenti avrebbe saputo che quel carattere, riprodotto al contrario, come la tradizione di buon auspicio prevedeva, significava felicità.
«Senta, io la devo lasciare» disse la portinaia, «mi sono ricordata di un impegno per un condomino».
Stava bluffando. In realtà si era stancata di guardare il poliziotto che controllava le cose della defunta signora Vecchioni senza spiccicare parola.
Prandi la liquidò con un gesto della mano, senza voltarsi.
«Quando ha finito mi riporti giù la chiave».
Neanche stavolta le aveva dato la soddisfazione di una risposta.
Prandi staccò la lanterna dal gancio che la fissava alla parete. Era massiccia. La girò tra le mani per osservarne ogni dettaglio. Un brivido gli percorse la schiena. Si sentiva osservato: si voltò di scatto ma non colse il minimo movimento alle sue spalle.
Tornò a concentrarsi sull'oggetto che teneva in mano. Si stupì di quanto pesasse. Era antico? Poteva valere molto? Alzò la lanterna all'altezza del viso per meglio osservarne i dettagli. Un riflesso sul vetro lo colpì. Strinse le palpebre nel tentativo di mettere a fuoco l'immagine, convinto che fosse frutto della sua fantasia. Un ghigno lo sorprese, due occhi di fuoco lo fissavano. Era alle sue spalle. Si girò, la paura scorreva a mille nelle vene, la lanterna cadde a terra. Portò la mano destra alla fondina, pronto a sparare all'uomo che si era intrufolato alle sue spalle e che lo minacciava.
Invece, nessuno.
Si guardò intorno. Era solo, in una stanza con le tapparelle bloccate a mezz'aria.
Mi sono lasciato suggestionare dalla penombra, si diede del cretino, proprio come un novellino.
Si chinò a raccogliere i cocci di vetro infranto. Aveva combinato un disastro. Il corpo della lanterna, sbattendo contro il pavimento, si era divelto in due punti. Raccolse i pezzi, indeciso sul da farsi, quando notò una pallina nera. Doveva essere conservata all'interno della lampada, la rottura l'aveva liberata. La raccolse e la soppesò.
Un fruscìo e un scia bianca lo colsero di sorpresa, alla sua destra. Cadde all'indietro, spaventato, un rumore sordo fischiò nelle sue orecchie. Sembrava un grido. Non un grido d'aiuto, piuttosto un urlo tribale. La tenda fu scossa. Il tempo di cercare di capire cosa stessa accadendo e tutto era finito.
Prandi si ritrovò da solo nella stanza, con il culo per terra, le mani che tremavano e un sacco di interrogativi senza risposta.

«È oppio» disse Mastronardi a Prandi. «Purissimo».
Camillo Mastronardi, docente universitario, esperto di cultura cinese, lo aveva ricevuto trovando un buco tra i suoi mille impegni. Prandi voleva un parere sulla lanterna. O su quello che ne restava, visto che aveva dovuto incartare, a parte, i cocci di vetro e la pallina nera.
«Nell'antica Cina» proseguì Mastronardi, la voce impostata come se stesse tenendo un sermone ai suoi studenti, «era molto utilizzato».
Prandi non era forte in storia, ma ricordava le scene di L'ultimo imperatore ambientate in una fumeria d'oppio. Non ricordava molto altro del film, aveva dormito a lungo prima e dopo quelle sequenze. Colpa delle poltroncine del cinema: troppo comode.
Il professore lo redarguì per il volo pindarico: «Non mi addentro nei dettagli della guerra dell'oppio, la annoierei solamente».
Prandi annuì. Ne era sicuro.
«Però» il tono del docente salì di un'ottava, «è molto interessante questa incisione, sulla base della lanterna».
Picchiettò con l'unghia dell'indice una serie di caratteri che a Prandi, nella visita alla casa della Vecchioni, era sfuggita.
«Cosa c'è scritto?» chiese.
«È una specie di poesia, anche se poco raffinata. Se il cielo non ci ha concesso di nascere lo stesso giorno, decidiamo che la nostra morte coincida».
Mastronardi spinse su gli occhiali, che stavano scivolando giù per il naso.
«Secondo lei cosa significa?»
«Difficile dare un'interpretazione senza ulteriori dettagli. Partiamo dal presupposto che la lanterna dovrebbe essere un manufatto del secolo scorso. Un autentico pezzo di antiquariato. Quanto all'incisione… sembrerebbe un patto di sangue».
Mastronardi andò alla libreria dietro la scrivania ed estrasse un grosso tomo rilegato in pelle. Uno dei tanti che appesantivano lo scaffale.
«Stando a quanto c'è scritto qui, credo di poter tirare qualche conclusione».
Il docente rilesse alcune pagine del tomo, lasciando Prandi in balia della curiosità. Il commissario cercò di sbirciare il titolo del libro ma era scritto in francese, in caratteri gotici vergati a mano, per cui rinunciò.
«Ecco, vede. Un patto di sangue era un rituale molto serio. Le persone che vi prendevano parte si legavano per sempre, impegnandosi a morire insieme. Veniva stipulato solitamente tra guerrieri, per suggellare alleanze sempiterne».
Mastronardi voltò le pagine del tomo, lentamente. La carta fragile indicava che si trattava di un testo molto antico.
«Qui però specifica che, in rari casi, un patto di sangue poteva essere stipulato anche tra amanti».
«Una specie di matrimonio?» azzardò Prandi, la voce titubante. L'ambiente accademico e il tono rigoroso del professore lo stavano mettendo a disagio.
«Non proprio. In Cina i matrimoni erano concordati dalle famiglie. Questo genere di promessa era un sotterfugio utilizzato dagli amanti, che avrebbero voluto restare insieme ma che non avrebbero mai potuto suggellare il loro sogno d'amore. Per questo motivo promettevano di uccidersi lo stesso giorno per poi reincarnarsi nella vita successiva con la speranza di poter stare insieme».
«Reincarnarsi?»
«Esatto, è uno dei principi cardine del taoismo, secondo cui l'anima cosiddetta yang, ossia slegata dal corpo materiale, che è invece detto ying, vive in eterno».
Prandi era confuso. Avrebbe voluto fare una domanda, ma si sentiva stupido anche solo a formularla.
«Tutto torna!» gioì Mastronardi, strappandolo ai suoi pensieri. «La pallina d'oppio, dovevo pensarci subito».
«Cosa?»
«Se si ingerisce oppio purissimo si muore, era uno dei metodi preferiti delle prostitute per suicidarsi nello scorso secolo».

Rientrato in Commissariato, Prandi non fece a tempo a sedersi alla sua scrivania che squillò il telefono. Avrebbe voluto mettere ordine nei suoi pensieri, invece doveva uscire subito. Un secondo omicidio. Le stesse identiche modalità di quello della Vecchioni.
Giunse sul posto a giochi già fatti. La Scientifica aveva terminato i rilievi e il corpo era stato portato via, su ordine del magistrato incaricato. Il Questore lo prese da parte e gli mostrò le foto dello scempio. Un altro cadavere mutilato, percosso brutalmente fino alla morte, con gli occhi asportati. Questa volta la vittima era un uomo. Di mezz'età, stando alla barba e ai capelli ingrigiti.
«C'è un pazzo in città» esordì il Questore, preoccupato. «Questo caso ha la massima priorità».
Prandi non poteva dargli torto.
Controllò i documenti del morto, regolarmente imbustati e pronti per essere spediti come reperti al centro analisi.
«Sandro Gruccia, quarantaquattro anni, residente in via degli Anemoni».
Chiamò l'agente Furlan, gli disse di preparare una macchina. Insieme si diressero all'abitazione di Gruccia, il giovane veneto al volante, lui seduto al posto del passeggero.
Furlan provò a intavolare una conversazione, ma fu subito ridotto al silenzio dall'occhiataccia del superiore, che si limitò ad alzare il volume dell'autoradio e ad accendersi una sigaretta, facendo scorrere il finestrino per soffiare fuori il fumo.
Quando entrarono nell'appartamento un pezzo importante del puzzle illuminò il commissario.
«Si frequentavano!» esclamò, visibilmente infervorato. «Furlan, prosegui tu con gli accertamenti, io devo fare un controllo urgente».
Prandi si fece consegnare le chiavi della macchina dall'agente, quindi uscì dalla casa di corsa, sbattendo la porta. Furlan osservò meglio il portaritratti in argento. Chi aveva scattato la foto non doveva essere molto pratico, visto che aveva immortalato anche un pezzo del suo dito, con un anello nero che si intravvedeva a malapena. Il soggetto principale erano, sorridenti e abbracciati, Mariella Vecchioni e Sandro Gruccia.

Prandi guidava come un pazzo, nonostante la sirena che ululava faceva fatica a districarsi nel traffico di Milano. Imboccò la circonvallazione, lì poteva correre sulla corsia preferenziale dedicata agli autobus. Prese il cellulare e chiamò Mastronardi. Lo mise in viva voce, non voleva rischiare un incidente.
«Ho bisogno di un'informazione, è urgente».
Fece una breve pausa.
«Però mi deve promettere che non mi prenderà per pazzo» precisò.
«Mi dica».
Prandi spiegò la sua idea e ascoltò quanto gli comunicò il docente. La conversazione fu lunga e dettagliata, durò più di quanto avrebbe immaginato, molti particolari si incastravano mentre il professore avallava la sua teoria con chiarimenti su come comportarsi. Mastronardi non lo aveva preso per pazzo, anche se c'era una punta di scetticismo nella sua voce.
«Stia attento» disse a Prandi prima di congedarsi, «se le cose stessero come dice lei, è un affare molto pericoloso».
Una seconda telefonata, all'anagrafe, confermò l'ultimo dei suoi sospetti.
Prandi aveva un quadro abbastanza chiaro della situazione, e nonostante fosse il primo a dubitare della propria sanità mentale, vi si aggrappò con l'ostinata disperazione di cui era capace.

La civetta della Polizia frenò sotto casa Vecchioni lasciando mezzo treno di gomme sull'asfalto. Prandi afferrò la pistola e controllò che i proiettoli fossero al loro posto, nel caricatore. Rassicurato, scese in tutta fretta dall'auto. Si era fermato per strada ad acquistare ciò che gli sarebbe servito. Controllò una seconda volta il contenuto dalla sporta e si affrettò verso il citofono.
«Buonasera» disse quando rispose la portinaia. Era trafelato: «ho bisogno di salire nella casa della signora Vecchioni, mi può accompagnare?»
«Veramente…» sembrò scusarsi la donna, «ecco… io starei mangiando, se passa in guardiola le lascio le chiavi».
«Ha ragione, le chiedo scusa. Ma ho bisogno del suo aiuto» la supplicò Prandi.
La richiesta suonò come un ordine e convinse la portinaia a interrompere a metà la cena e a salire con il poliziotto in ascensore, fino al terzo piano dello stabile. Entrarono nell'appartamento. Era rimasto così come lo sbirro lo aveva lasciato.
«Venga» le disse Prandi, strattonandola all'interno della stanza.
La donna si lamentò per il gesto rude e fece per spostarsi, quando il commissario le gettò addosso l'amuleto che aveva preparato seguendo le istruzioni di Mastronardi. Era composto da una catena d'argento a maglie larghe, da un foglio di carta di riso gialla ripiegato e infilato nella collana. Come pendente aveva fissato un piccolo specchio.
La portinaia cadde a terra, portandosi le mani al volto. Provava dolore, era evidente. Prandi sapeva di doversi muovere in fretta. Si avvicinò alla donna e, preso un mazzo di fogli di carta gialla, iniziò a spargerli per la stanza. Era un rituale per neutralizzare momentaneamente chi evocava i jiang shi, i temibili spettri cinesi.
La donna reagì urlando e indicandolo con il mignolo, una voce cavernosa che fece rabbrividire Prandi. Vide con la coda dell'occhio la tenda muoversi, udì il fruscio del fantasma che si materializzava dal nulla per colpire. Non si fece distrarre dalla paura, che gli fece rizzare i peli delle braccia. Lo spettro lo fissava, gli occhi di fuoco. Non doveva ricambiare lo sguardo. Serrò gli occhi e continuò a lanciare in aria gli amuleti di carta di riso. Fu centrato al petto, un dolore atroce, come un infarto, rischiò di stenderlo.
La portinaia rantolava al suolo, del fumo usciva là dove le banconote dei morti, usate nei funerali cinesi, venivano a contatto con il suo corpo. Il poliziotto, che si era rialzato quasi subito, era tentato di spararle ma non sarebbe servito a nulla. Mastronardi gli aveva spiegato come la magia nera cinese, detta anche wugu, fosse in grado di neutralizzare la gran parte della armi umane. Tutte, tranne una, che il commissario brandiva come una spada.
Prandi schivò il secondo colpo dello spettro tuffandosi di lato e infilzò la portinaia con uno spillone proprio sotto l'ultima falange del mignolo destro. L'anello nero di giada si sfilò da solo e cadde a terra, rotolando. Prandi lo prese e lo intascò.
L'incantesimo era stato spezzato.

La donna, stesa al suolo, cominciò a piangere.
«Come ha fatto a scoprirmi?» chiese al commissario, che torreggiava su di lei, la pistola stretta in pugno. Ora che le cose erano tornate su un piano terreno l'arma era di nuovo una minaccia concreta con cui proteggersi.
«Il suo anello, era nella foto scattata a Gruccia e Vecchioni. L'ho ricollegato subito a lei, ma non capivo. Quindi ho chiamato l'anagrafe. Gruccia era il suo ex marito, la tradiva con la Vecchioni?»
«Quello stronzo, dieci anni di matrimonio e s'è fatto infinocchiare da una puttanella d'alto bordo. Lei lo chiamava con la scusa di darle una mano con qualche lavoretto di fai da te e lui c'è cascato come un pollo».
«E il fantasma?»
«L'idea è venuta proprio da quella sgualdrina. Aveva comprato quella stupida lampada in un mercatino d'antiquariato e si era fatta tradurre la frase da un indovino a Chinatown. Lui le aveva raccontato del significato della scritta e che poteva essere pericoloso tenere in casa un oggetto di cattivo auspicio. Si è divertita, quella donnaccia, a raccontarmi la storiella, pensando che non sapessi che si scopava mio marito. Io e Sandro ci stavamo separando ma lui non aveva mai fatto cenno al suo tradimento. L'ho scoperto quando ho visto, per puro caso, nella nuova casa di Sandro, quella fotografia che io avevo scattato a loro due, un giorno che la signora ci aveva invitati qui a cena da lei. Il bastardo non aveva mai voluto una mia foto da tenere nel portafogli, invece il loro ritratto era esposto nel salotto in una bella cornice d’argento».
Prandi era allibito per il veleno che usciva insieme alle parole della donna tradita.
«Come ha imparato la magia nera cinese?»
«Lo stesso indovino che ha consultato la signora. I soldi comprano tutto, non lo sa? Mi ha spiegato come intrappolare il fantasma della lanterna e usarlo per la mia vendetta».
«Ha fatto credere allo spettro che la Vecchioni fosse l'amante che lo aveva tradito?» Con la mano libera Prandi trasse di tasca qualcosa. «Ma in realtà era lei a vendicarsi».
Il commissario squadrò la donna con disprezzo. Era stata capace di ricorrere alla peggiore magia nera per ottenere vendetta. Il fantasma aveva infierito sui due corpi. Aveva succhiato via gli occhi delle vittime. Mastronardi gli aveva spiegato che in quel modo la loro anima non avrebbe potuto reincarnarsi. Così l'assassina precludeva ai due amanti una nuova vita di passioni.
«Lei non può provare niente!» lo schernì la donna, sputando contro di lui. Rise sguaiatamente: «Non c'è giudice al mondo che le crederebbe».
Aveva ragione. Ben sapendolo, Prandi aveva preso provvedimenti. La donna tremò vedendo il poliziotto infilarsi, a sua volta, l'anello sul mignolo, e indicarla con quel dito. Il fantasma avrebbe pensato al resto, prima di svanire per sempre.
Non c'era bisogno di inventarsi chissà quale storia per il Questore. L'ennesimo caso archiviato come insoluto. Con l'ultimo brutale omicidio, d'altronde, era sicuro il circolo vizioso fosse stato chiuso.


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