Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
COTONE
Proprietario
Gianluca Morozzi, autore di "L'era del porco" (Guanda, 2005; TEA, 2008) e "Despero" (Fernandel, 2006; Guanda, 2007) eccetera...


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MENTRE LA CITTA’ DORME


1.

Mi giro su un fianco, sotto il lenzuolo bagnato di sudore. Ecco, penso, è successo, doveva succedere. Sono impazzito.
Sono impazzito e non c’è niente da fare, la mia mente è andata a seppellirsi in qualche profondissima fossa, le membrane nel cervello si sono stracciate come carta, ed io sono impazzito.

Nell’altra metà del letto, respirando di uno strano respiro frusciante, Linda dorme faccia in alto.
Ora che sono impazzito, potrei farla finita con questo simulacro di matrimonio. Sfruttare l’insanità come un’attenuante, stringere il suo collo sottile, spezzare il fruscio del suo respiro, farla finita con le frustrazioni, le menzogne, il vuoto.

Guardo la carta da parati mogano, azzurrata dalla luna filtrata dalle tende. E mentre sto guardando la carta da parati, Loro arrivano.
Loro. Sagome senza corpo. Ombre più nere del buio, al margine estremo del mio campo visivo. Così al margine da non consentirmi mai di vederli chiaramente. Appena cerco di metterli a fuoco, scompaiono. Galleggiano al confine dei miei occhi. Proprio sul confine.

Non ne ho parlato con nessuno, neppure con Linda. Vengono ogni notte -ogni singola notte- da una settimana a questa parte. Mi fissano, immobili. Non fanno niente. Non dicono niente. Mi guardano. Con sguardi che posso chiaramente percepire, nel lago scuro delle loro sagome buie.
Mi guardano.
Mi guardano, e basta.

2.

Oggi sono apparsi in pieno giorno. Nel mio ufficio. Mentre illustravo il diagramma delle vendite dell’ultimo trimestre, ho sentito un vento gelido sfiorarmi la nuca. E li ho percepiti alla mia destra.
Erano lì, in piena luce. Tra il computer e la stampante. Immobili. Muti.
Li ho fissati, sono spariti. Ho smesso di fissarli, sono ritornati.
Nessuno nella stanza si è accorto di niente, solo del mio improvviso e ingiustificato smarrimento. Ho chiesto scusa balbettando e sono corso alla toilette.
Mi sono barricato dentro quasi mezz’ora, rannicchiato sotto il lavandino.
Senza smettere di tremare neppure per un singolo secondo.




3.

Stamattina ho picchiato mia moglie. Stavamo litigando per una stupidaggine da niente –un giornale sul cuscino- e io l’ho schiaffeggiata con una violenza che non credevo di poter esprimere mai in nessuna maniera.
“Fallo di nuovo e ti accoltello” ha ringhiato Linda “Lo giuro. Ti accoltello”.
Siamo rimasti al centro della stanza, fermi, i muscoli tesi. Due lottatori che si scrutano prima di avventarsi l’uno sul corpo dell’altro.

4.

Mio padre è morto. Me lo sta dicendo al telefono, nel suo pessimo italiano, la donna con cui viveva in Canada. E’ successo una settimana fa, dice, ma non è riuscita ad avvisarmi prima a causa dei miei continui cambi di indirizzo e a causa dello shock, naturalmente. Si scusa mille e mille volte, e io la ascolto dall’altro capo dell’oceano senza provare particolari emozioni. Non vedevo mio padre da dieci anni, e per me era già morto molto prima che si trasferisse in Canada.

Nell’italiano avventuroso della donna, mi pare di distinguere chiaramente la parola suicidio. Mio padre avrà voluto imitare quel gerarca da operetta di mio nonno, che si era sparato un colpo in bocca indossando tutte le sue medaglie.
Taglio corto.
Riattacco.

5.

Sono entrati nei miei sogni.
Neppure in sogno ho distinto volti o figure precise, ma ho percepito con chiarezza un’assemblea. Una moltitudine di manichini senza faccia, in un’arena dall’architettura incomprensibile e aliena. Nel sogno che non era un sogno, la moltitudine nell’arena mi fissava.

Mi sono svegliato sudando e tremando. L’orologio segnava le tre del mattino.
Meccanicamente, senza svegliare Linda, mi sono trascinato fino alla finestra del bagno. L’ho aperta, ho guardato il cielo.
Mi sono concentrato senza motivo apparente su una stella piccola, piccola e poco luminosa. Sono rimasto a guardarla a lungo, nel mattino ancora freddo dell’inizio di aprile.

6.

L’eredità di mio padre consiste in una discreta somma di denaro, una misteriosa scimitarra, un telescopio, un gigantesco volume di parapsicologia con pagine strappate o ritagliate, un formulario latino, e una lettera sigillata. Indirizzata a me.

Una volta a casa, ho gettato la lettera per terra senza neanche aprirla. Linda l’ha osservata in silenzio, accasciata sul divano, col telecomando che penzolava mollemente dalla mano destra. Guardava un documentario sulle rane, gli occhi lontani miliardi e miliardi di miglia da tutto.

7.

Linda se n’è andata. Nessuno dei due ha incrociato lo sguardo dell’altro o ha detto la metà di una parola, mentre caricava sul taxi due valigie gigantesche. La osservavo andarsene per sempre, e non provavo niente.
Niente, di niente, di niente.

8.

Il sogno che non è davvero un sogno adesso ha dettagli più marcati.
Loro sono in una stanza in penombra, qualcosa che la mia mente -decriptando l’incomprensibile- razionalizza come il salone di un castello o di un enorme palazzo. Ai lati del salone, Loro mi osservano senza espressione.

Stanno arrivando! urla nel sogno una voce che è la voce di mio padre, Stanno arrivando!

Mi sveglio.
Loro sono intorno al mio letto, in cerchio, muti.
Corro fuori, scalzo, in pigiama. Cammino per le strade vuote, nel gelo di questo freddissimo aprile. Cammino fino all’alba, incurante del freddo. Cammino fino al sorgere di un pallido sole.

9

Ho lasciato il lavoro.
Non penso a Linda.
Non penso più a niente.
Non dormo.
Non ho bisogno di dormire.

10

Apro la lettera di mio padre con un tagliacarte. Sono nudo, a gambe spalancate, seduto sul bordo della vasca da bagno. L’acqua calda scorre alle mie spalle.

Hai ricevuto la tua eredità?
L’hai già ricevuta?
Mio padre si sparò in bocca la domenica di pasqua di vent’anni fa. Il martedì seguente, Loro vennero nella mia stanza.
Ho convissuto con Loro per vent’anni. Scappare in Canada non è servito, come prevedibile. Loro sono venuti da me notte dopo notte, come avevano fatto con tuo nonno per quasi tutta la sua vita.
Sono venuti da me per vent’anni, ma non sono mai stati forti come adesso.
Stanno arrivando, e io sono troppo debole e stanco per combatterli.
Stanno arrivando, dopo aver consumato tutto quel che c’era di me da consumare.
Tuo nonno non riuscì a guardare in faccia il suo destino.
Io non riesco a guardare in faccia il mio.

Leggo le tre righe che seguono.
Le rileggo, e le rileggo ancora.
Alla fine ripiego il foglio con estrema cura. Mi lascio cadere nell’acqua bollente, senza pensare a nulla.

11

Le sette dell’ultimo mattino della mia vita. Sono steso sul letto. Un po’ di sole filtra in mezzo alle persiane chiuse.
Il veleno fa svelto il suo lavoro. Già le gambe non le sento più.

Ripenso alle ultime righe della lettera.
Siamo come un ponte.
Di padre in figlio.
Siamo un ponte, noi, per Loro.

Non ho figli né fratelli. Mio padre non aveva fratelli. Mio nonno neppure.
Sono l’ultimo, e brucio il ponte alle mie spalle.

Guardo il soffitto. Conto le macchie d’umidità.
Non ho paura. Metà del mio corpo è giù cotone idrofilo. Insensibile. Freddo.

Poi, mentre attendo la morte, il telefono squilla.
Automaticamente muovo il braccio. Rispondo, anche se rispondere non ha alcun senso, ora, in questa piacevole nebbia che mi avvolge.
Riconosco subito la voce al telefono.

Linda pronuncia tre parole.
Soltanto tre parole.
Aggiunge un insulto, e poi riattacca.

Il sangue mi si ghiaccia.

Cerco di comporre il numero del Pronto Intervento, ma il telefono scivola dalle mie dita liquefatte. Il mondo si scioglie del tutto, e poi sono morto.

12.
Linda mi ha detto che aspetta un bambino.


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