Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
SCAFFALE
Proprietario
Riccardo Dal Ferro, lettore


Prezzo

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100 €
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A proposito di questo oggetto...
The SuperMarket

A volte mi sembra che gli scaffali di questo supermercato siano vivi.
Giri l’angolo e trovi la testa di una vecchietta spalmata a terra, un buco in pancia da cui fuoriescono le frattaglie.
In fin dei conti sono solo un inserviente, per cui tocca a me pulire il tutto. Certo che le frattaglie vengono via dopo un sacco di lavoro, si incrostano a terra e poi chi riesce a grattare via tutta questa robaccia?
Svolti l’angolo dello scaffale del latte e dei formaggi, entri nella corsia dei giocattoli e un bambino, che solo tre minuti fa maneggiava un trenino elettrico ancora imballato, è spiattellato addosso allo scaffale; c’è una forza misteriosa che lo trattiene, lui non caccia un grido, ma sanguina, eccome se sanguina.
Ma se tu sei solo un inserviente alla pulizia, altro non devi fare se non pulire; non hai l’autorità di sottrarre quel corpicino alla famelica furia dello scaffale, e non puoi nemmeno chiederti che cosa sia in realtà quella dannata forza.
Non hai nemmeno il diritto di chiederlo al direttore, di questo sono assolutamente convinto.
Ogni volta che un cliente rovescia lo zucchero, vorresti trovarlo poi ingoiato per metà dalle credenze del reparto alimentari, poi convieni che è meglio tirare su lo zucchero che scrostare il sangue da terra. I fiotti che cospargono i corridoi sono piuttosto rivoltanti, molto meglio il dolce zucchero, piuttosto dell’acre plasma che scorre fino alle casse, talvolta lambisce le scarpe del giovane che pensa “Toh, un po’ di pomodoro”.
Pomodoro un cazzo.
Inconsciamente impari a rimanere sempre lontano dagli scaffali, cammini al centro esatto della corsia, lontano dalla presa di quegli stupidi e sadici prodotti. Ricordo la faccia del mio capo quando gli ho chiesto uno scopettone dal manico più lungo, “per arrivare anche fin sotto la mobilia!”; in realtà, è per pulire sotto le credenze senza avvicinarti troppo, ma è tutto piuttosto inconscio, tutto piuttosto automatico.
Tutto piuttosto sanguinolento.
Le budella rosso sangue sul pavimento mi guidano all’angolo del reparto salumi. Qualcuno, sfuggito suo malgrado alla presa dei cereali Felix, si è trascinato per qualche metro in cerca dell’agognata salvezza, perdendo qualche pezzo per strada. Ecco il crasso che ancora pulsa a terra, rido perché mi sembra un verme che cerca di spostarsi, penso che somiglia al mio capo.
Una volta trovato il cliente moribondo, sai bene cosa fare: lui ti guarda, in stato di semi-coscienza, lui allunga la sua mano verso di te, cercando aiuto, ma, amico, capisci anche tu che con te sparso per metà corridoio non posso aiutarti, per tre motivi: il primo è che non hai via alcuna di salvezza, quindi faresti meglio a goderti gli ultimi istanti; il secondo è che se sopravvivi e spifferi tutto alla polizia io potrei perdere il lavoro; il terzo motivo è che, con il tuo sangue per tutta la sala, mi hai dato minimo due ore di lavoro in più, il che mi fa incazzare non poco.
Il cliente balbetta qualcosa troppo simile ad un “aiutami” e ok, lo aiuti. Sei o sette colpi dovrebbero bastare, lì, sul cranio, zona occipitale, quella più friabile.
Estrai lo scopettone dal buco che hai prodotto nella testa di questo ormai ex-cliente, e lo lanci nuovamente vicino ai cereali Felix.
Buon appetito, ragazzi.
Due ore e mezza, mezz’ora in più a causa del cervello che hai fatto schizzare fuori dalle sue orbite. Devo stare più attento la prossima volta. Torni nel reparto delle merendine, e il cadavere non c’è più, non una traccia di sangue o carne. I cereali Felix sono amici miei, mi facilitano le pulizie.
Mi sembra che gli scaffali abbiano sempre fame, e rido quando qualcuno riesce a comprare una scatola di cerali Felix, o di pasta Ryhino, o di Latte Buffalo Bill.
La gente mangia ciò che ha a sua volta mangiato un sacco di gente.
Io lo chiamo “il ciclo naturale del consumo”, mi piace pensare che tutto ritorni alla natura, e anche le persone devono tornare alla natura propria: il consumo.
Mi sembra che questi scaffali ridano, di tanto in tanto.

Il capo ti parla di tagli al personale.
Il capo ti parla di licenziamento, di strada e affitti arretrati impossibili da pagare.
Il capo dice cazzate, e non ti resta che annuire. Ora senti solo la mano fremere sul tuo scopettone.
Il capo parla di preavviso e allora prendo tempo e chiedo quanto ancora mi resta. Sicuramente più di lui, se parliamo di vivere.
Hai sempre lavorato bene, inghiottendo il carico di lavoro giornaliero, sopportando gli interminabili turni notturni che farebbero saltare l’autocontrollo anche al più quieto degli elefanti. Hai passato ore ad osservare scaffali vuoti, scaffali pieni, scaffali che si mangiano il sindaco (quello è successo l’anno scorso, le autorità ancora lo cercano, pensando ad un rapimento senza riscatto); ore a pulire latte, zucchero, miele e merda, a pulire budella, sangue e cervella. E questo è il ringraziamento: il capo parla di andarsene in fretta, di non obiettare che tanto l’inserviente è l’ultima ruota del carretto.
No, non quando so e vedo quel che ho visto e saputo.
Il capo parla, tu escogiti il modo di farlo tacere, e chiedi se ci sia già qualcosa nero su bianco.
L’ultima tua speranza.
Il capo dice che no, il preavviso è informale per ora, e sarà messo su carta non prima di lunedì.
Guarda l’orologio. Oggi è venerdì.
Brutta scelta, ciccione. I cereali hanno fame.
Senti un “ti voglio fuori di qui entro due settimane”. Senti un “sei diventato una spesa inutile per la compagnia”.
Senti una stretta allo stomaco, e ti giochi il tutto per tutto con un ok, ho capito (bastardo!).
Svolti l’angolo e non c’è nessuno, sei solo tu, il tuo scopettone lungo mezzo metro in più grazie all’aggiunta di paleria e scotch, gli scaffali e i cereali Felix; non sai neanche di preciso cosa dovresti dire, se un “ciao, ragazzi” o un “avete fame, bastardi?”. Meno male che sei a distanza di due braccia abbondanti, non ti possono abbrancare; sì, è vero, sono amici miei, ma credo che se ne avessero la possibilità mi sbranerebbero in un secondo.
Nell’altra corsia un trentenne che bazzica di tanto in tanto nel Supermarket lancia un grido soffocato. E’ la corsia dell’olio d’oliva, pregiato, salutare ed assassino. Rimango fermo in religioso silenzio fin quando il rumore di spappolamento non cessa, fino a che non ho l’assoluta certezza che del trentenne non è rimasto più nulla, nemmeno la voce.
Allora, siamo d’accordo. Allora, è un bel po’ di carne fresca, camicia inamidata e scarpe nere sempre lucide, faccia da branzino lesso, ci siamo capiti? Tra una decina di minuti, sì, sarà rapido ed indolore. Me lo fate sto favore? Bene.
Loro non rispondono, ma ci si capisce al volo, noi.
Le scatole di cereali mica hanno la bocca.
Vado nella saletta microfono, il mio piano sta prendendo forma. Lì c’è la cassiera appena assunta che fa degli annunci, io aspetto che lei se ne vada per prendere il microfono, ma niente, so che il suo turno agli annunci finirà solo tra venti minuti, ed il mio patto con i cereali è assolutamente non ritrattabile; devo fare qualche cosa.
Vediamo, come dovrebbe morire Lucy? Ehi, il capo m’ha detto che ti aspetta allo scaffale formaggi, immediatamente!
La vedi correre, affrettarsi nel suo decimo giorno di lavoro, un sacrificio necessario. Svolta l’angolo, ed in un attimo ti accorgi che non è una svolta naturale, quella che fa: viene evidentemente abbrancata, trascinata e poi, immagini, smembrata, dall’Emmenthal, dal gorgonzola, in un gorgoglio.
Il microfono è tutto tuo, e hai i secondi contati visto che ci sarà certamente qualcosa da pulire da qualche parte nel supermercato, zucchero forse, sangue e budella senza dubbio. Devi fare presto, o verrai licenziato per negligenza, ai clienti non piace trovarsi un bulbo oculare che spunta dalla mensola degli elettrodomestici, che lasciano sempre il lavoro un po’ a metà.
“Il Signor Capo è desiderato al reparto alimentari, scaffale sette! Il Signor Capo è desiderato urgentemente al reparto alimentari, scaffale sette!” risuona la tua voce un po’ camuffata, perché tu non dovresti essere lì al microfono, bensì a pulire i resti di Lucy.
Poi corri a goderti lo spettacolo, passi davanti al gorgonzola e il tronco di Lucy è ancora per metà a terra, pian piano ingoiato dai formaggi; il suo sangue ribolle un po’, probabilmente sta ancora respirando, e allora trovi un momento per finirla, e le spiattelli la faccia con lo scopettone, uno schifo assurdo. Però ora ti senti a posto con la coscienza, perlomeno.
Eccomi al reparto alimentari, scaffale cinque. Otto metri oltre il Capo, al centro del corridoio. Osserva i cereali Felix, ma non accenna ad avvicinarsi. Su, lurido ciccione, tocca i cereali!
Constati con rammarico che lui non ha intenzione di avvicinarsi, che lui osserva e non si sporca le mani.
L’idea mi viene in un baleno: corro al reparto indumenti, quello che sta dietro al reparto alimentari, e in un colpo solo do una spallata allo scaffale così forte che inizia a traballare, poi un’altra ed inizia a cadere e poi un ultimo colpo per buttarla giù. Sento le grida del Capo, sento le carni del mio braccio strappate dalle camicie fameliche e dai jeans firmati che mi hanno dilaniato una spalla e il gomito.
Splat! Il Capo viene spappolato dallo scaffale, e si sente a terra un mordere, un masticare ed un frantumar d’ossa, e si vede il sangue del ciccione che schizza al di fuori della mensola delle scarpe, lui è lì sotto a morire un po’ alla volta.
Per lo spavento del collasso dello scaffale, tutte le persone del supermercato corrono in giro nel panico, forse pensano ad un attentato, ad un terremoto, a qualcosa di terribile. Le norme di sicurezza del locale dicono di premersi tutti vicino agli scaffali in caso d’emergenza, io sono l’unico che rimane in centro corridoio, perché so quel che gli altri non sanno, perché ho visto quel che gli altri nemmeno immaginano.
In cinque minuti ogni prodotto del supermercato è sazio di carne umana, ed io rimango da solo nel supermercato, con la mia spalla strappata dalle carni e il dolore che poco alla volta di attenua.
E sorrido.
Ho ancora il mio lavoro, e prima che arrivi la polizia credo io debba pulire tutto questo disastro: ci sono braccia mutilate ovunque, teste che rotolano, intestini pulsanti che spuntano da ogni dove.
Ed io ho ancora il mio lavoro.
Non mi resta che prendere il mio scopettone extra-long e ripulire questo macello, di metro quadrato in metro quadrato, di piastrella in piastrella.
Gli scaffali sono miei amici, ed io ho ancora il mio lavoro.
Tutto, prima o poi, torna alla propria natura, e l’uomo torna al consumo.


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