Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
LATTE
Proprietario
Fabio Izzo, autore del romanzo "Eco a perdere" (Il Foglio, 2005)


Prezzo

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1000 €
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A proposito di questo oggetto...
Un dettaglio da latte


Il frigorifero viene aperto anche questa mattina, come tutte le mattine più o meno alla stessa ora circa. Quel vecchio elettrodomestico acquistato anni addietro in un lontano centro commerciale, sfruttando una campagna di rateizzazione resa molto famosa all’epoca da uno stupido jingle.
Al suo interno quel vecchio compagno di viaggio, rivestito di smalto, celava una confezione aperta di latte, una di quelle scatole tipicamente prodotte nella locale centrale, assieme a frutta di stagione, verdure, qualche barattolo sparso di sugo aperto e dimenticato (questi confezionati in qualche fabbrica ormai chiusa nel mondo), bibite dai nomi esotici e qualche salume sparso.
Insomma questa era la sconclusionata geografia del frigorifero appartenente, dopo un leasing di 36 mesi a Pietro Lear.
Ma oggi, non solo geograficamente, tutto era rappresentato come un altro confine violato. La realtà avrebbe potuto benissimo dividersi tra il mondo fuori dal frigorifero e il mondo dentro al frigorifero.
E sicuramente vi sarete chiesti: cosa succede quando si spegne la luce?
Lo cantavano anche i Beatles nel loro album “Sgt.Pepper and the lonely heart club band”, anche se non pensavano al frigorifero del signor Lear, ora, quella frase calza a pennello e risuona echeggiante nella prima mente vuota e sveglia del mattino.
Confini che vengono continuamente violati, seguiti da improvvise invasioni spazio temporali effettuate da arroganti esseri pronti a giustificare le loro violente azioni nel migliore dei modi con una canzone dei Beatles o nel peggiore dei casi in nome di Dio. Pietro Lear violava confini ogni giorno senza nemmeno pensarci.
Bisogna doverosamente aggiungere che sua moglie, la signora Giulia Wanda in Lear, risultava essere ancora molto più invadente del marito per via di quella sua mania compulsiva e ossessiva nel dover pulire effettuando tabula rasa.
Pietro Lear, lungo le sue giornate, era solito ritrovarsi canticchiare le canzoni dei quattro Prometeo usciti dal buio di una caverna di Liverpool per illuminare il mondo e i suoi frigoriferi.
Anche ma non solo. Erano azioni, che potevano a volte giocare in borsa, simboli in lotta tra loro ma ad un altro livello di esistenza. Oltre il bene e oltre il male.
Oltre Pietro Lear, oltre sua moglie, oltre suo figlio giornalista e oltre la sua stessa famiglia. Pietro Lear faceva colazione in base a stimoli primordiali, nulla di più.
Condizionati forse da forti poteri economici, sentiva l’appetito del mattino. Nessuna particolare necessità se non quella che i produttori di prodotti da colazione gli avevano imposto: mai più senza i cereali che risvegliano la tigre che è in te!
Tigre tigre bruciante di luce quale mano ha mai tracciato la tua tremenda simmetria... il passaggio da William Blake al marketing dei cereali era uno dei mali principali del mondo che nessuno comprendeva, nemmeno Pietro Lear, che di fatto cibava il suo corpo con i cereali e la sua mente con una tigre immaginaria che sopiva dentro di lui. Altri confini che sarebbero stati inesorabilmente violati nello scorrere semplice della sua complicata giornata.
Possedeva il suo negozietto, un bazar dell’antico, pieno di ninnoli e di oggetti che richiamavano uno splendore ormai andato ma ancora in grado di attirare l’attenzione di curiosi nostalgici compratori moderni.
Pietro Lear cercava i suoi oggetti nel fine settimane, nelle fattorie di campagna, nelle cantine di città, nei solai appesi sotto ai cieli azzurri di Acqui e di quello sembrava vivere. O almeno così osava pensava.
Pensare di questi tempi era un verbo che doveva essere accompagnato da osare.
Ma ora osando senza pensare, si apprestava a preparare la sua colazione.
Un rito reso industriale e che, se consumato nel modo giusto, poteva permettere la divina protezione da parte di tutte le direzioni marketing del mondo.
Il latte, estratto con la forza dall’immobilità del frigorifero, andava riscaldandosi in un ballo pirocinetico di molecole mentre la tenue luce del suo cucinino risultava ancora fin troppo invadente alla vista. Confini violati... violenza sulle libertà...
Messo il latte a cambiare condizione sul fornello, Pietro Lear era solito utilizzare sempre quel momento di attesa, altrimenti inutile, lavandosi in bagno, uscendone assonnato e ignorante ma pulito.
«Non un attimo perso» affermava solenne per poi permettersi di sbadigliare qui di seguito ripetendo lo slogan invadente del deodorante che stava usando «in una vita intrepida nannannananna», risuonavano nella sua mente prigioniera le ultime note del jingle mediatico da jungla.
Accesa la tv, le solite notizie e le ultime reclame nel solito ordine mattutino: finanza, oroscopo, meteo e traffico.
Nulla poteva essere lasciato alla Fantasia ormai, tutto doveva essere incanalato a forza in parole di altri. Giuste o sbagliate che fossero, sensate o insensate.
La finanza non l’aveva mai riguardato più di tanto visto che i suoi pochi risparmi giacevano da tempo in banca, più addormentati di lui se non per qualche rata sparsa qua e là per comprare oggetti lucenti alla vita e gradevoli alla vista negli ultimi design debordanti di curve. La casta dei designer aveva capito la piegatura dell’Universo, forse grazie all’ora saremmo arrivati alla curvatura Warp, almeno nella plastica di una bottiglia o di un telecomando.
All’oroscopo non ci credeva anche se conosceva la sua affiliazione ad un segno particolare in odore di incontri piacevoli e non. Il tempo, non geologico (quindi non radioattivo), non filosofico (quindi opinabile), ma meteorologico (quindi il più opinabile di tutti) era sempre un tirare all’indovinare sulla pioggia a metà tra Torino e Genova. E il traffico, quello lecito, era da tutte le altre parti tranne che nella sua vita mentre quello illecito era invece dappertutto.
Il latte!
Stava sul fuoco già da molto!
Di solito spegneva i fornelli appena dopo l’oroscopo ma stavolta non era andata così.
«Se lo si lascia troppo sul fuoco, il latte, diventa un'ira di Dio» usava rimproverargli sua nonna, fantasma presente da un'epoca lontana.
Chissà che macello! Tutta quella schiuma bianca eredità primordiale di qualche ira divina sparsa sopra ad un lavabo ormai inesorabilmente da pulire… invasioni su invasioni... confini violati da violare... ma… no, impossibile: non era successo nulla! In questo angolo di universo, il latte non era bollito.
Un dettaglio da poco, da nulla, un dettaglio da latte, che lasciò incagliata la mente di Pietro contro lo scoglio dell’incredulità. Qualcosa non funzionava in questa parte dell’universo e qualcosa non avrebbe funzionato simultaneamente in un altro angolo dell’universo.
L’universo secondo la teoria di Pietro Lear è pieno di angoli, lui l’ha scoperto empiricamente perché ci sbatte sempre contro facendosi molto male.
Un latte privo della rabbia divina avrebbe messo in guardia persone molto attente all’equilibrio cosmico. Non Pietro che aveva troppo sonno e aveva una lunga giornata da passare tra gli scaffali del suo bazar e in più oggi aspettava l’arrivo di una dozzina di Vhs.
Erano le 8 e 30 e il latte non era pronto. L’universo tutto era dunque in subbuglio e le sentinelle avevano avvertito i guardiani di dovere.
Pietro, semplicemente Pietro, avrebbe fatto colazione al bar prima di aprire il negozio, sperando che il suo cappuccino non risultasse troppo freddo perché il latte freddo stimolava il suo intestino arrecandogli problemi durante la giornata.

Una mano irriverentemente in guanti bianchi asciugò un quadrato della scacchiera e rise: tutto era ormai messo in moto.
Il moto del Diavolo che corre, la sua ombra si allunga sui trampoli del disordine coi suoi neri messaggeri alati pronti a coprire con la prossima mossa di questa partita a scacchi tra lui e tutto il resto.


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