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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
DIAMANTE
Proprietario
Hector Luis Belial, autore di "Saxophone Street Blues" (Las Vegas Edizioni, 2008)


Prezzo

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A proposito di questo oggetto...
Mistificazioni e menzogne attorno a un diamante su un teschio di platino


Non ha più alcun senso parlare di For the Love of God. Il teschio coperto di platino e diamanti ha già contato i suoi ammiratori e detrattori. Schierarsi con gli uni piuttosto che con gli altri, ormai, significa scegliere tra l’ingenuità più pretenziosa ed una banalità che sfiora il paradosso. Quanto a chi si astiene, lo fa meno per ignoranza che per sdegno.
Del resto, ogni controversia etica, estetica ed economica legata a ideazione, finanziamento, lottizzazione e incanto dell’opera è già stata discussa fino alla noia. Il mondo ha avuto modo di sbadigliare a morte per l’unico eccesso che può veramente uccidere un’opera votata all’esubero: quello di notorietà.
E tuttavia ora abbiamo questo furto, già eccessivamente chiacchierato: inevitabilmente la scultura di Hirst tornerà sulla bocca di tutti. Certo, se ad essere stato rubato fosse stato l’intero teschio, od uno qualsiasi degli 8601 diamanti che lo tempestano, il polverone non si sarebbe (ri)alzato così in alto. Però naturalmente il diamante scomparso è quello rosa, quello incastonato giusto al centro della fronte, e carico di un peso ben superiore alla mera caratura.
Un furto di questo genere, naturalmente, è troppo difficile da realizzare e semplice da pubblicizzare per non suonare fittizio. Eppure, noi tutti seguiremo la vicenda col nostro sguardo più televisivo, stanco ma incrollabile. In fondo, più che di arte, di crimine o d’informazione, stiamo parlando di spettacolo, e lo spettacolo è sempre fittizio. Non che questa consapevolezza ci abbia mai impedito di goderne.
Ora, il mio interesse per il teschio di Hirst ed il Mogul Rosa è puramente professionale; non sono un critico d’arte né – per mia sfortuna – un ladro di preziosi. Sono un tagliatore di diamanti. Un mestiere da artigiano, meno teorico che pratico, che ho ereditato da mio padre; egli a sua volta perpetrava una tradizione già vecchia di generazioni. La mia opinione, quindi, non aspira ad avere peso a livello accademico, ma, se non fosse avvalorata da numerose letture, oltre che dal lascito dei miei antenati, non mi sentirei nemmeno d’esprimerla.
L’intento di questo mio articolo è, lo riconosco, destinato a fallire. Non pretendo certo che le parole di un tagliapietre siano più efficaci dello scorrere dei secoli – che pure ha fallito nel frenare la fantasia dell’uomo a proposito del Mogul Rosa. Eppure, c’è un avvertimento che voglio ameno tentare di dare al lettore: l’intera letteratura dedicata a quella pietra non è che una storia di iperboli, mistificazioni, e non di rado spettacolari menzogne.
Peraltro, avendo avuto occasione di osservare For the Love of God nel 2007, a Londa, mi permetto di dubitare che il diamante incastonato sulla fronte del teschio fosse effettivamente, come sostiene Hirst, il vero Mogul Rosa. Il che, naturalmente, non fa alcuna differenza: dopo aver studiato ogni testo dedicato al leggendario diamante scritto negli ultimi ottocento anni, rimango piuttosto disilluso che il Mogul Rosa sia mai esistito.
Leggo comunque che nemmeno il Times si astiene dal riportare la più diffusa e contraffatta vulgata, secondo la quale la storia del Mogul inizia con la Regina di Saba e termina – prima che con Hirst – coi rituali occulti di Aleister Crowley. C’è da stupirsi che articoli come questi non siano illustrati da fotogrammi di Titanic (1997), corredati a loro volta da didascalie del tipo: “il Mogul Rosa nel 1917”!
Poche altre pietre hanno scatenato tanto la fantasia dell’uomo, e nessun’altra è così intimamente correlata alla morte come il Mogul Rosa. Il nome, naturalmente, non è che il più fortunato tra i molti che hanno battezzato il diamante dal colore più raro, e suggerirebbe la sua provenienza dalle Indie. Per la verità, però, sono altrettanto numerose le voci che collocherebbero l’origine della pietra in qualche favoloso regno d’Africa.
I primi riferimenti ad una “pietra rosa” – che non potremmo identificare col Mogul senza quella maliziosa forzatura resa scontata dal nostro tempo – si riscontrano nel XII secolo. L’agiografia dell’epoca inserisce la pietra in inevitabili contesti di sapore biblico, ed eccola: tra i tesori portati in dono a Salomone dalla Regina di Saba; tra i gioielli sfoggiati nella decadente mondanità di una Babele già impegnata nella sua ingegneristica sfida ai cieli; negli innumerevoli forzieri del misterioso regno del Prete Gianni. Il Mogul Rosa, in quest’epoca, rimane un simbolo ambiguo, ed arriva ad assumere, in autori diversi, valenze perfino opposte. Offerto in premio al centurione che collezionerà il maggior numero di teste battezzate, diventa causa di un inusitato eccidio di cattolici nella Roma di un noto exemplum di Don Juan Manuel. Di contro, Boezio di Dacia in De Aeternitate Mundi invoca la luce della pietra come ultimo raggio divino gettato dai cieli su un mondo ottenebrato. La voce che il diamante fosse caduto dal cielo è, peraltro, tra le più ricorrenti, e, paradossalmente, una delle poche a presentare un potenziale fondo di verità. È infatti opinione diffusa nella comunità scientifica che non tutti i diamanti abbiano origine sulla terra: alcuni, formatisi nell’ambiente intrastellare, furono depositati sulla terra dalla caduta di asteroidi.
La connotazione macabra della pietra non è ancora diffusa quando si ha la sua prima apparizione storicamente comprovabile: al collo di Bertrada di Montfort. Già quinta moglie di Folco d’Angiò, Bertrada sarà poi scomunicata per avergli preferito Filippo I di Francia. Sul ruolo della pietra nel triangolo amoroso – Bertrada riesce ad unire Folco e Filippo in una chiacchierata amicizia – si è lungamente ricamato, senza fondamenti che vadano al di là di una pruriginosa fantasia da feuilleton erotico. Si dice, tra l’altro, che Filippo avrebbe voluto portare il diamante alle crociate, come pegno d’amore. Ma come corollario della scomunica della moglie, tacciata perfino di stregoneria, il monarca non andò mai in Terra Santa. Non lo stesso si può dire del diamante. Dato in dote a Cecilia di Francia, il Mogul Rosa raggiunse la Galilea in occasione del matrimonio terza figlia di Bertrada con Tancredi.
Di qui se ne perdono le tracce, almeno fino al XIV secolo, quando lo ritroviamo tra le mani di Luigi X detto l’Attaccabrighe, re di Francia e di Navarra. Il Mogul è di nuovo al centro di una tresca, che include, stavolta, Luigi X, la sua prima moglie Margherita di Borgogna, e la sua futura consorte, Caterina di Borgogna. Triangolo che, come in seguito sostenne chi crede nei poteri mortiferi della pietra, il Mogul è destinato a distruggere completamente. La prima a morire è Margherita di Borgogna, strangolata nelle carceri di Château-Gaillard. Si dice che, prima di farla rinchiudere, Luigi si preoccupi di strapparle la pietra, onde poterla donare a Clemenza. Il matrimonio con la seconda moglie si consuma quattro giorni dopo la morte della prima. È il 1315. Meno di un anno più tardi, tocca a Luigi X. Quanto a Clemenza, vedrà il suo unico figlio maschio, Giovanni I, morire cinque giorni dopo la nascita, nel novembre del 1516. Le fonti più perversamente macabre sostengono che Clemenza insisterà per seppellire il diamante assieme al figlio: niente più che un’assurda mistificazione, naturalmente. La donna morirà a Parigi nel 1328.
Nel XVII secolo il gioielliere francese Tavernier descrive il Mogul Rosa come taglio del “diamanta grande table”, il più grande diamante mai ritrovato dall’uomo e conservato tra i gioielli della corona iraniana.
È nel 1664 che Filippo IV di Spagna, il “Re Pianeta”, acquista il gioiello e lo include nella dote della figlia Margherita Teresa, la quale morirà sette anni dopo. La pietra viene poi conservata dal marito Leopoldo I d’Austria, e rimane nella sua famiglia fino al 1722, quando sua nipote, Maria Amalia, sposa Carlo di Bavaria, membro della famiglia Wittelsbach. La luce rosa del Mogul diventerà poi una delle molte ossessioni di Ludwig II di Baviera (1845-86), e non è un caso che i cronisti dell’epoca ne riportino la presenza al funerale del re annegato a Starnberg. Più dubbia l’identità della signora che ne fa sfoggio sopra i veli macabri del vestito a lutto. I più maliziosi la identificano con uno degli amanti di Ludovico II, i meno razionali, con la Morte stessa.
Vi è tuttavia una versione alternativa, nota come “vulgata inglese”, e non più verificabile della precedente. L’esistenza del teschio d’argento di Maria Stuarda, per secoli messa in dubbio, è ormai un fatto assodato e corredato di prove fotografiche. Si tratta di un memento-mori poco più grande d’un pugno, modellato in argento sottoforma di teschio umano. Il teschio è decorato con versi di Orazio, ed incisioni che rappresentano, tra gli altri soggetti: la Morte con falce e clessidra; Adamo ed Eva; la crocifissione. Rovesciando la mascella, il teschio si apre, rivelando il meccanismo di un orologio perfettamente funzionante che occupa la posizione del cervello. Si ipotizza che il Mogul Rosa fosse incastonato nell’orbita destra del teschio, creando una sinistra asimmetria. Maria Stuarda commissionò il memento-mori nel 1566, un anno prima della sua decapitazione, e lo lasciò in eredità ad una dama di compagnia.
Il diamante ricompare nella Londra dell’800, durante gli anni di massima vogue dell’egittologia. Il fascino per l’antico Egitto è una vera propria moda: le signore – pochissime – che se lo possono permettere, fanno sfoggio di gioielli egizi originali, tutte le altre commissionano repliche. La gioielleria Winston, in particolare, si specializza in questo sottogenere, facendosi notare per l’eccentricità di modelli, che predeterminano l’art nouveau; sarebbe qui che il Mogul Rosa viene incastonato in un pesante monile dedicato ad Osiride. Per l’occasione, naturalmente, vengono forgiate inammissibili e fortunate leggende a proposito di mummie e maledizioni millenarie.
Sempre secondo la vulgata inglese, il monile poi finirebbe al centro di alcuni spettacolari riti del celebre occultista Aleister Crowley, ed infine, non meno misteriosamente, nelle mani di Hirst.
Al diamante non potevano naturalmente mancare avventure oltreoceano. Ed ecco un gioielliere newyorkese pronto a giurare di aver acquistato il Mogul Rosa da un maraja indiano nel 1951. Si accerta in seguito che la pietra in questione è un diamante rosa passato, ad inizio secolo, per la gioielleria di Pierre Cartier. Secondo l’uso diffuso all’epoca, oltre a tagliare il diamante, Cartier l’aveva abbellito con un ricco corredo di panzane semileggendarie, oggi impunemente sommate al già ricco repertorio che accompagna il Mogul Rosa. Il gioiello newyorkese fu esibito l’ultima volta nel 1966 durante il Ballo in Bianco e Nero organizzato da Truman Capote.
Gli anni ’60 vedono anche la pubblicazione di uno dei più gustosi scritti sul Mogul Rosa: il romanzo paranoico D, di Harold Bless. Bless è stato il primo a collezionare aneddoti sulla pietra con intenti mistificatori compiaciuti ed irriverentemente palesi. Il romanzo ha per protagonista Angelina Bold, la quale riceve un’inaspettata quanto consistente eredità da un suo trapassato amante. Fra i beni ereditati, anche il misterioso diamante rosa, che si scoprirà essere al centro di una secolare cospirazione che dai tempi dei primi Thurn und Taxis si estende fino alle logge massoniche bostoniane ed al gioco dei potenti di Washington, passando per un’ambigua noterella del Viaggio in Italia di De Sade…
Con D, Bless riuscì a sfruttare, non senza ironia, una storia che ha ormai perso perfino la dimensione del mistero. Dopo il recente furto del supposto Mogul Rosa, può venire da chiedersi chi possieda oggi la pietra. Ma naturalmente si tratta di una domanda priva di senso. Il diamante è scomparso. Eppure ciò non è avvenuto in seguito ad un furto perpetrato o messo in scena. Similmente al teschio di Hirst, il diamante, con tutto il peso della sua fama insostenibile ed incancellata, ha aver annullato se stesso, trascinando con sé nell’oblio un buon incalcolabile dei suoi proprietari. Della pietra originaria, il tempo ha conservato tutto, meno la pietra stessa.
Rimane, inoltre, un elogio del macabro, ormai indissolubilmente legato al Mogul. Bless lo mette in bocca ad uno dei suoi congiuranti, il quale giustifica così l’esorbitante cifra sborsata per l’acquisto del memento-mori di Maria Stuarda:

[il macabro] non è la rappresentazione strumentale e fintamente scandalistica della morte che ne fanno i telegiornali, né quella, piagnucolante e incravattata, che riceve l’invito per un funerale borghese. Il macabro è uno spettacolo compiaciutamente fine a se stesso, come buona parte dell’arte che apprezzo. È quanto di più lontano dal sentimentalismo rassicurante e consolatorio dei film per famiglie, dall’odioso buonismo del puttaniere moralista, dal conformismo religioso da parrocchia di provincia. È sostanzialmente anarchico, talmente sovversivo da boicottare la vita stessa, ed abbastanza conservatore da mantenere il suo valore inalterato nei secoli – esattamente come i metalli, le pietre preziose. Abbiamo eletto i frutti più inanimati della terra come i più pregiati, perché, non essendo soggetti alla morte, ce la ricordano in ogni istante. I diamanti, l’oro, l’argento, ci rammentano che dobbiamo morire: essi rimarranno quando ce ne saremo andati. A questo punto, un diamante rosa sarà più appropiato nell’orbita di un teschio d’argento, o sull’anulare di una giovane fidanzata?


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