Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
GATTO
Proprietario
Glauco Silvestri, lettore


Prezzo

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56 €
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A proposito di questo oggetto...
31 Ottobre

Il ticchettio rapido dei suoi passi echeggiava tra le arcate dei portici del Pavaglione. Il respiro affannato. Il sudore freddo sulla fronte. Le caviglie doloranti per via dei tacchi a spillo.
Mai avrebbe pensato di odiare quelle scarpe da duecento euro.
L’aria gelida le saliva lungo la schiena coperta. La città dormiva ancora, era mattina presto, venerdì.
Alle sue spalle non sentiva alcun rumore. Solo il ticchettio di quei maledetti tacchi a spillo.
Forse non la stava seguendo.
Forse quella corsa sfrenata stava accecando i suoi sensi.
Non osava voltarsi. Se fosse stato proprio alle sue spalle avrebbe avuto un’ottima occasione per raggiungerla e…
I portici erano invasi dalla penombra. La luce proveniente dalla piazza le permetteva di capire dove stava andando. I lampioni la guidavano tra le insidie di quel portico millenario.
Sperava solo di non cadere.
Mieaow!
Un gatto nero la osservava dall’alto di un bidone della spazzatura. Era stato disturbato dalla sua corsa, da tutto quel baccano che stava facendo. Cosa ci faceva su quel bidone? Forse cercava del cibo. Forse cercava un punto migliore da cui osservare la città.
Strani pensieri. Eppure era seguita.
Quella strana sensazione di avere qualcuno alle spalle non l’aveva mai abbandonata. Eppure, non aveva mai visto nessuno dietro di lei.
L’oscurità era troppa sotto quel portico. Se solo fosse riuscita a raggiungere via Ugo Bassi, se solo fosse riuscita a mischiarsi alla città che si stava svegliando.
Bip! Bip! Bip!
Un grosso camion dell’azienda municipale stava scaricando un cassonetto giallo nel proprio intestino metallico. L’autista era illuminato dai bagliori del monitor installato in cabina. Stava controllando i bracci meccanici che sollevavano il cassonetto e lo portavano in posizione. Una piccola telecamera posta sul fianco del veicolo osservava l’operazione con attenzione.
Mieaow!
Ora il gatto si lamentava. C’era troppo rumore. Non bastava lei che correva senza fiato. C’era quel camion. C’era il 27 che imboccava via Indipendenza per raggiungere la prossima fermata.
Con un balzo agile il gatto saltò tra le sue gambe. Un gesto di vendetta. Un gesto di ribellione verso i disturbatori della quiete pubblica.
Mieaow!
Le sue gambe erano stanche, non erano più come prima. Quel portico era lungo soltanto due o trecento metri ma, a lei, sembrava di correre da tutta la notte.
Cercò di schivare la grossa bestia scura che si era tuffata proprio davanti a lei.
Incespicò.
Un tacco si ruppe e, in un istante, fu a terra.
L’impatto non fu tra i più tremendi. Non fece nemmeno in tempo a gridare. Il suo volto colpì il suolo come fosse un grosso sacco di patate. Rimbalzò goffamente un paio di volte sulla guancia sinistra e strisciò sul suolo ruvido del porticato.
Strano! Non aveva mai pensato al suo viso come a un sacco di patate ma, durante la caduta, quell’immagine sgraziata era stata la prima cosa che le era venuta in mente.
Non aveva nemmeno fatto in tempo a mettere le mani avanti.
Era caduta di piatto, proprio sopra il gatto che, colto di sorpresa, non era riuscito a evitare di essere investito.
Mieaow!
Rimase sdraiata per qualche istante, a riprendere fiato, a cercare la lucidità perduta.
Qualcosa si stava muovendo sotto il suo ventre. Forse il gatto che cercava di divincolarsi.
Cercò di girarsi su se stessa, sentì qualcosa allontanarsi da sotto di se. Un attimo di sollievo e, poi, di nuovo quel fastidio assillante al ventre. Eppure il gatto doveva essersi già liberato. Ora era col ventre rivolto alle arcate del portico, il gatto doveva per forza essersi liberato.
Ma il fastidio era diventato più pressante. Ora sentiva male. Un dolore profondo, quasi come se qualcosa gli si fosse piantato in profondità nel suo addome. Qualcosa di freddo, come la pavimentazione gelata che accarezzava la sua schiena nuda.
Cosa stava accadendo?
Era ancora a occhi chiusi. Per qualche motivo non riusciva ad aprirli, non voleva aprirli.
Le membra si stavano intorpidendo per il freddo, se non fosse stato per quel dolore, per quelle fitte allo stomaco, forse, avrebbe potuto pure addormentarsi.
Ma il dolore proseguiva ad attanagliare il suo addome. Si spostava, scendeva verso l’inguine. Un freddo improvviso aveva cominciato a crescergli dalla punta dei piedi. Le gambe erano deboli, troppo deboli. Stava cominciando a pensare di essersi fatta male cadendo.
Forse si era rotta una gamba. Ma no, non era possibile. Avrebbe sofferto come quella volta che, da bambina, si era rotta un braccio tuffandosi dal tetto di casa sua per cercare di afferrare il ramo più alto del ciliegio che cresceva nel suo giardino.
No, non poteva essersi rotta una gamba.
Eppure i piedi, ormai, non rispondevano più.
Il dolore all’addome era calato. Ora sembrava solo un prurito, un fastidio strano, come se qualcosa si stesse muovendo dentro di lei.
Anche il freddo alla schiena era scomparso. Ora provava un calore accogliente. Uno strano liquido denso la stava avvolgendo come se fosse in una vasca piena di acqua tiepida. Proprio come piaceva a lei.
Immaginò di essere immersa in una vasca enorme. Di giocare con la schiuma, di muovere i piedi tra le bolle e di lasciarsi coccolare da un leggero massaggio.
Aveva ancora gli occhi chiusi.
Quanto tempo era che si trovava lì per terra? Dieci minuti? Quanto era stata stupida. Correre in quel modo, pensare di essere seguita da un manico assassino, questo tipo di cose non potevano succedere nella sua città.
Certo che era stata imprudente a restare a quella festa. Avrebbe dovuto uscire con le sue amiche, alle due di notte. Ma aveva voglia di ballare ancora. Che pazza! Fare le cinque del mattino. Alle nove aveva una lezione all’università, quanto tempo le rimaneva? Giusto il tempo per un bagno caldo e la colazione.
Nessun pericolo, quindi. Era stata una stupida che si era lasciata influenzare dalla solitudine di quel portico. Tutto a posto.
Mieaow!
“Micio, vieni qui. Lasciati coccolare. Dove sei? Ah, sei qui. Proprio sopra di me, eh? Cosa stai facendo? Hai il pelo umido, dovresti ripararti la notte sennò la brina ti fa venire l’artrite. Hai mai visto un gatto con l’artrite? Non riescono più a fare niente, sai?”.
Ma il liquido che bagnava il gatto non era freddo. Era tiepido. Tiepido come quello che bagnava la sua schiena, denso proprio come quello.
“Vieni qui, dai. Cos’hai in bocca? Una salsiccia? Ma quanto è lunga? Dove l’hai trovata? Te l’ha data un macellaio? Ti ha dato una fregatura, sai? Non senti quanto è molle? Per me è andata a male, sai? Perché non vieni con me, a casa? Ti preparo un po’ di latte caldo e ti faccio un bel bagno ristoratore, ti va? Ne ho bisogno anch’io. Ho le gambe intorpidite, ormai. Che stupida, però. Perché me ne sto qui sdraiata con gli occhi chiusi, col freddo che fa… Ormai è novembre e ho pure lasciato il giaccone al guardaroba. Sono veramente una stupida. Pensare a un maniaco…”.


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