Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
BIGLIETTO AEREO
Proprietario
Alessandro Raveggi, ricercatore presso la Cattedra Italo Calvino della UNAM di Città del Messico


Prezzo

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80 €
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A proposito di questo oggetto...
In Viaggio con la Parca


Né la mia stazza né la mia età mi permettono di considerare vani gli sforzi per convincere il passeggero seduto davanti al mio posto lato corridoio di questo Boeing diretto a Londra, dove mi sto recando per farmi curare da un male che dovrebbe estinguermi entro pochi anni e per il quale molti amici hanno considerato inutili i miei frequenti sperperi in denaro. Il passeggero in questione, del quale lo steward di colore dai denti perfetti bianchissimi e la pelle irreale non si è accorto della posizione scorretta dello schienale, ora che siamo sul punto di decollare e gli annunci hanno più volte insistito sulla necessità di una corretta posizione dello schienale, è una bionda insipida dal naso pronunciato e la zazzera tagliente che al terzo gate mi ha rivolto sfuggente alcune parole, domandandomi, inciampando tra un tu e un lei di cortesia, dove fosse la toilette. Il cartello verde mela era ben evidente sotto il suo sguardo esangue di un grigio chiarissimo, ma lei ha indugiato su quel tu e quel lei, si è confusa solo per temporeggiare e cercare qualcuno con cui condividere la noia di due ore da profugo ciondolante ripulito tra i duty free, con un bagaglio a mano un po' troppo furbo in un aeroporto freddo e semideserto dove domina un giallo pallido. Adesso, facendo soffrire il suo sedile, lei, la donna seduta davanti a me, non si preoccupa se sta premendo sulle mie ginocchia, che, per quanto circondate da cuscinetti adiposi, sono sempre ginocchia di un sessantenne e passa, messo, almeno internamente, non proprio bene. Lei si stira, unica e ignorata da qualsiasi hostess o steward. Nessuno la sfiora e la considera, dal momento in cui ha deciso di molestarmi. Ha deciso di sedersi sul mio corpo, aggiustando a piacimento il suo comfort.
Causa forse l'instabilità emotiva del decollo, quando il distacco da terra potrebbe risultare fatale, polverizzando come cornflakes zuppi di sangue tutti i passeggeri in una caduta goffa e sbilenca dell'aeromobile, una fantasticheria, che aveva già attraversato la mia mente, ritorna a baluginare: che io stia entrando in contatto definitivamente con la Parca, la donna impietosa che mi estingue da dentro, contro la quale ho speso molti dei mie quattrini come in un campagna politica tra outsider e poteri forti, che ho maledetto e alla fine pregato di incontrare. Ma che in fondo mi sono ripromesso di accogliere in modo gioviale. Come lei non pare stia facendo, stritolandomi le ginocchia e mettendomi lo schermo video quasi in bocca, con le istruzioni per respirare in caso di depressurizzazione della cabina che mi illuminano la faccia.
Perchè ti stai manifestando proprio adesso, Parca? Per una magia psichica per la quale se tutti stanno in quel momento clou in cui si pensa in varie modalità alla Parca, allora lei si manifesta a qualcuno in particolare, risparmiando gli altri? E perchè ti stai manifestando così, insoffribile, schiacciando il tuo sedile sulle mie ginocchia, e parlando, con la tua voce cigolante come il sedile bianco e azzurro, del tuo lavoro tanto ben pagato a New York, con le camere d'albergo che, per essere decenti, non devono costare meno di 250 dollari? Perchè parli alla hostess, una sola volta e severa, con quell'inglese così ignobile, come se avessi appena concluso il tuo Istituto Tecnico per il Turismo, col quale millanti l'elevata conoscenza delle lingue con il passeggero al tuo fianco? Perchè ti lamenti del fatto che qualcuno ha spostato il tuo bagaglio nello scomparto superiore con quell'inglese così italiano, così preparatorio e macchinico? Lì hai forse conservato la tua falce famelica, passandola inosservata sotto i raggi x del check-in.

Il decollo è andato, e la Parca non è venuta per me, o almeno per farmi morire in un incidente aereo al decollo. Un dispendio di energia troppo grande mandare in pappa tante persone per far morire solo il grassone italiano vecchio e malato che va a Londra a fare lo stupido e il sarcastico coi dottoroni. Il tuo sedile rimane nella posizione di sempre e io cerco di sgusciare dalla sua oppressione regolando a mia volta il sedile. Ma sono una sardina in scatola, anche perchè dopo poco sto sudando, di quel sudore peculiare degli aerei che fa del burro dei panini con la vinaigrette e di tutti gli odori compressi nelle scatolette cartonate del cibo un lubrificante unico sul viso e sui miei capelli grigi, pettinati come una volta si pettinavano i bambini mettendogli acqua di colonia e districando con violenza i nodi. Sono come bloccato, perchè non so come protendermi e farti mi scusi guardi mi sta opprimendo o al limite tossicchiarti nervoso per farti capire. Da quando, però, mi stai opprimendo? Fin dalla nascita, strappandomi dal ventre di mia madre con quei problemi ai reni che mi fecero stare per mesi nella mia culla come una violacea prugna secca? Nessuno poi direbbe alla Parca di sentirsi oppresso dalla sua risata, quella che adesso lanci sprecata a pallonetto al tuo vicino di posto che non sa altro che annunire e spulciarsi la testa. Dici che tu no non hai paura dei malviventi la sera mentre torni a casa a New York – ci credo, sei la Parca, ti fanno un baffo i tuoi scagnozzi, i tuoi quaccheri! – uscita dal tuo lavoro superpagato, non hai paura di, come li chiami, dei tipi carabi negli Stati Uniti, sì dei carabi, dici proprio così, come no, penso io, quelli che vengono dal Mar del Carabo, mi vien da sbottare, e sentire meno fastidio.
Dopo poco, a scoraggiarmi nell'intento, ci si mettono pure le turbolenze, che ci fanno planare come sull'acqua in tante immersioni e emersioni, accompagnate dal segnale della cintura allacciata che si accende e si spenge, con quel ping che ha un piccolo pezzetto di suono lugubre pong al suo inizio, come a dire oh oh adesso siamo del gatto. Poi penso che le turbolenze non hanno mai ammazzato nessuno, sono come il raffreddore dell'aeronautica, fastidioso ma innocuo. E che per morire di turbolenze, queste dovrebbero essere talmente forti da far ingoiare lo stomaco ai passeggeri o schiantare i cervelli nello scomparto superiore, coi sedili macchiati di una sostanza pari a tanti gamberetti sminuzzati di bassa qualità in un riso di mare.

A metà viaggio, sorvolando la Germania, tu sei un po' più considerata dalle hostess, ti atteggi ad una di noi mortali comuni che vanno a Londra a farsi vedere in stanze cristalline al cloroformio, o a rifarsi una vita, o a farsi disperdere la gioventù in una friggitrice orrenda per poche sterline al giorno in un accrescimento spirituale in retromarcia. Tu invece hai il tuo bel lavoro, non si capisce però cosa tu faccia in quell'albergo lussuoso nella periferia di New York, quando mi balla la pancia flaccida alle turbolenze sempre più insistenti, e ti protendi a raccontare ancora di te, spudoratamente, al tuo vicino, spingendo sempre dietro a me, montandomi addosso. Sei un po' il factotum dell'hotel, un'assistente dell'anticamera dell'inferno a cinque stelle. Dove chi arriva è adagiato nella propria suite e dopo i 250 dollari benedetti viene dato in pasto ai tuoi demoni, tutto incluso nel servizio in camera: sputano i nostri denti nel piatto, i tuoi cherubini trasfigurati con le groppe da cavallo, mentre ci divorano la faccia e succhiano bene i bulbi oculari. Parli alla hostess quasi confidente. Sei un cliente speciale, di prima classe, però seduto in classe economica, che si permette una certa idiozia con la hostess. Le starai bisbigliando consigli su come uccidermi con una pozione letale nelle pietanze? La hostess, con la sua frangetta da campagnola austriaca e un buffo aggrottare il naso da coniglio, pare assentire ai tuoi suggerimenti e va dietro la tenda a prepararmi un intruglio letale, invasata da una formula maligna.
Finiti gli strascichi delle turbolenze, arrivano infatti subito gli snack, tramezzini ripieni di salmone, assieme a una limonata in bustina da ciucciare come un disperato, a dispetto della confezione aggiornatissima. E io aspetto la mia fine per l'ennesima volta, stavolta quella con la lingua che mi schizza contorta contro il palato e lo fonde per la sua incandescenza verde fino a spezzarmi il cervelletto come un cracker. Gradirai questo salmone al curaro, Parca, specie quando la finirà con la mia bolsa esistenza, corrodendomi lo stomaco con una fiammella che sbrega un sacchetto di plastica? Oppure lo snobberai come una prelibatezza plebea, lasciandomi ancora in vita, nella mia economy class votata al risparmio, di fronte agli sperperi medici di questi anni? Io l'ho gradito questo panino freddo al salmone, che non mi fa nemmeno sudare le mani, e non mi fa al momento crepare. Tanto che ne vorrei di più, io il corpo dove la Parca si aggiusta la schiena e le natiche, il suo corpo piatto che rivela alcune ossa, con le anche alate e preistoriche, io con una gamba tutta attorcigliata verso il fuori, sulla quale si scontrano i carrelli delle bevande nelle loro falcate, provocandomi lividi.
Tu continui a commentare, stavolta al riguardo del paese dal quale proveniamo – l'umana miseria è di tutti, così come la sua cittadinanza – e le tue considerazioni sono così vacue che mi viene voglia di girarmi e osservare i due innamoratini al mio fianco che si cantano le proprie canzoncine melense e prendono la loro esistenza come una prospettiva ascendente, un musical che tutti possono condividere, un musical ascendente al quale tutti possono partecipare con una sorta di karaoke in sovraimpressione che solo gli innamoratini hanno però scritto e che cantano danzando sulle ali del velivolo, là fuori dove fanno meno 90 gradi e il cielo è terso e pieno delle loro speranze in sovraimpressione. E io mi sento buio, in un angolo, senza karaoke né intonazione, con quei tuoi commentini sul nostro paese così sfioriti, convenzionali, ripetendo il tuo si sa come funziona nel nostro paese e il tuo voglio dire è così che si fa. Ti vedo solo di traverso, tra gli spazi angusti dei sedili, quando annunci le tue mille esperienze e sacrifici al vicino ormai lesso per le tue parole e io metto le cuffie, strette alle orecchie, e mi sorbisco un film che ho scelto spontaneamente quasi digitando col naso, un film in cui desidero che a Richard Gere gli si ammuffisca la faccina da furetto.
Osservo ancora la coppietta al mio fianco sciogliersi nel loro brodo di cuoricini e piroette sulle ali, e penso che tu, Parca, sei in realtà il produttore discografico del loro musical ascendente, uno che certo non appare mai come una cima rispetto ai suoi protetti talentuosi, che deve però saper pianificare le attese del pubblico, come tu Parca, a spingere sul sedile la tua bassa normalità, quella del tuo dimenare i capelli sulla testiera come se la stessi spolverando. Chiedi in continuazione Coca-cola senza mai andare al bagno o ruttare, o almeno non ti fai sentire e te li tieni tutti dentro nel tuo vuoto mortifero intellettuale. Chè tanto parlare di funzioni vitali per te è una sorta di ossimoro e io ho ancora le cuffie e Gere che mi blatera in testa scavandomi le orecchie. Vedo allora i due piccioncini cantanti all'improvviso scivolare giù e venir dilaniati a metà dalle ali, con la parte superiore del busto che implora aiuto mentre si sfalda piano piano congelandosi aggrappata con le unghie nere al finestrino. Gli hai tolto brutalmente tutti i tuoi fondi da produttore.

Riallacciate le cinture e preparatevi all'atterraggio. Eccoci, forse è il tuo momento, il tuo obiettivo ritorna su di me, e sugli altri. Vuoi far battere a tutti una musata con l'aeromobile, vuoi farci decollare le teste verso la cabina di pilotaggio, come in un gioco al contrappasso in cui sei arbitro e giocatore, staccandole dal collo per l'urto e ammucchiandole lì, davanti alla porta, al di là della quale ci sono solo brandelli di piloti decomposti intrecciati alle cloche e agli apparecchi impietosi che segnano ancora la velocità e l'altitudine di poco fa, mentre tutto è già finito. Ora ti stai librando trionfante dal cartoccio di umori color senape sulla pista d'atterraggio, nel tuo vestito nero aperto, che rivela un seno cadente e secco e le insenature del tuo ventre ancora coperto di macchie che diventano prosciugandosi fasce azzurrognole sul pube quasi bianco. E ridi, stavolta con astuzia rivelata, fino a svanire in un gorgo scuro.
Tutto è infatti già finito. Gli spiriti dannati codardamente si fanno cadere le cinture sui fianchi e vanno stanchi assieme alla Parca verso l'uscita biascicando il good-bye di routine. La prossima volta chissà che non debba scegliere una prima classe, penso mentre il mio corpo recupera volume e scricchiola. Non dimenticare il tuo bagaglio a mano, Parca.


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