Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
IPOD
Proprietario
Sara Durantini, autrice di "Nel nome del padre" (Fernandel, 2007)


Prezzo

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1000 €
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A proposito di questo oggetto...
La ragazza dagli occhi di ghiaccio

Esco dalla redazione promettendo a me stesso che l’indomani avrei chiamato il giornalista della Gazzetta per proporgli alcuni racconti da inserire nella pagina culturale. Fuori piove a catinelle, così raggiungo la pensilina più vicina e aspetto il cinque, che mi porta direttamente a Barriera Santa Croce, poco distante dal mio appartamento.
Dopo mezz’ora sono già a casa, spalmato sulla mia poltrona preferita, quella sfondata, di fianco al termosifone, una tazza di caffè tra le mani e l’ipod infilato nelle orecchie. In questo periodo non fa altro che piovere. Chi è solo si attacca alle proprie abitudini e ne va fiero, molti non si rendono neppure conto che è solo un modo per sfuggire dalla solitudine. Io adoro guardare la pioggia che
scivola sui vetri mentre Lou Reed canta, bere caffè dalla tazza che ho comprato con Rossella durante il nostro primo viaggio in Tunisia, togliermi le scarpe e lasciare che cadano sul tappeto producendo un rumore sordo che solo la mia immaginazione può intuire.
Penso di aver dormito così tanto da non essermi accorto dei tuoni che sovrastano la voce di Lou Reed. Ho ancora la tazza tra le mani, è vuota e nemmeno una goccia di caffè è caduta sul tappeto che Rossella mi aveva regalato il giorno del mio ventinovesimo compleanno. Poggio la tazza sul tappeto e guardo dalla finestra. Parma è illuminata dai lampi.
Dall’appartamento di fianco proviene una musica frastornante. Si sentono grida e risate. E’ un gruppo di studenti universitari che ogni settimana invita a cena degli amici e, scattata la mezzanotte, accendono la radio a tutto volume. Questa tortura dura fino alle due, poi finalmente se ne vanno.
Ormai conosco le loro abitudini. Risultato: mi addormento ogni mercoledì dopo le tre di notte e sapendo che la mia sveglia strilla alle sette in punto, la cosa mi mette di cattivo umore. Ma domani devo chiamare Franceschini, il giornalista della Gazzetta, voglio essere tranquillo e sicuro di me.
In fondo lo avevo detto a Rossella che era controproducente prendere un appartamento in una zona
universitaria, ma lei diceva che tanto avremmo trovato studenti ovunque, che Parma è una città universitaria e non c’era via di scampo. Dovevo abituarmi. Ho seguito il suo consiglio, fare finta di niente, ricordare i miei anni universitari e simpatizzare con loro quando li incontravo in ascensore.
Ci sono riuscito ma dopo tre mesi Rossella se n’è andata con uno di loro, uno studente fuori corso, molto fuori corso.
La musica che proviene dall’appartamento dei ragazzi è più alta del solito. Mi alzo stizzito, pronto a suonare il campanello e urlare tutta la mia rabbia arretrata. Solo in quel momento mi accorgo di avere ancora le cuffie dell’ipod infilate nelle orecchie ma non sento la voce di Lou Reed. Premo play tre volte consecutive, poi con rabbia me lo sfilo e lo sbatto a terra. Si è rotto. Tre anni di vita trascorsa insieme e proprio stasera mi abbandona. Ascoltare la musica, prima di addormentarmi, è un’altra delle mie abitudini, mi ricorda la voce di Rossella. Era solita passarmi una mano tra i capelli e cantare una vecchia canzone in polacco. Non le ho mai chiesto il significato delle parole.
Mi piaceva immaginare fosse qualcosa di tremendamente erotico. Anche perché dopo, facevamo l’amore.

Le otto e mezza. Il cielo minaccia pioggia anche questa mattina. Aspetto il cinque che mi riporta in
via Repubblica. Sono inquieto, spossato, le gambe sono due pezzi di legno, non mi sento per niente
bene. Non posso andare in redazione messo in questo modo, vorrei prima ascoltare un po’ di musica, magari proprio Lou Reed.
Penso al mio ipod rotto, abbandonato sul tappeto di casa. Decido di comprarne uno nuovo, prima di entrare in ufficio.
Passo davanti a una caffetteria dalla quale esce un profumo di brioche al cioccolato che mi fa venire voglia di tuffarmi dentro, nonostante sia pieno di gente. Spingo la porta proprio nel momento in cui esce una ragazza che indossa un impermeabile beige. La sua bellezza mi colpisce molto. Avrà circa venticinque anni, è snella e alta, ha i capelli lunghi e rossi. Ma quello che più mi colpisce è il taglio orientale dei suoi occhi e il loro colore, un azzurro mai visto. Sembrano di ghiaccio. Lei si sofferma
sulla porta, mi guarda, sorride e poi se ne va. Resto immobile, come un perfetto idiota, l’istinto mi dice di seguirla. La vedo perdersi tra la gente. Prima di scomparire si volta e, di nuovo, mi sorride.
Sembra un invito. La seguo. Qualche centinaia di metri e la vedo imboccare Strada Cairoli. Faccio altrettanto ma quando mi trovo in quella via, l’unica cosa che vedo è l’insegna luminosa del bar.
Della ragazza nessuna traccia, continuo a camminare fino a quando la mia attenzione viene catturata da un negozio di cellulari e ipod. In vetrina ce ne sono proprio due, uno è simile a quello che ho sbattuto sul tappeto ieri sera.
Mi dimentico della ragazza ed entro. Tuffo al cuore. Lei è alla cassa. Con disinvoltura mi avvicino a lei e dico: “Non ci siamo appena incrociati?”
Lei mi lancia un’occhiata maliziosa. “Può darsi”
“E magari ci siamo anche già conosciuti però non ricordo come ti chiami”
“Alba”
“Alba? E’ un nome… così… magico…”
Un nome magico? Cazzo, quanto sono patetico? Lou Reed avrebbe sicuramente detto qualcosa di strong. Eppure anche lui era timido con Lisa.
Improvvisamente Alba si irrigidisce. Un uomo sulla sessantina le passa accanto, le sussurra qualcosa e le porge due cellulari. Alba cambia atteggiamento. “Ha bisogno di qualcosa?”
“In realtà volevo vedere quei due ipod esposti in vetrina. O magari anche altri modelli, se ne avete”
“Certo, li prendo subito”
Immagino che l’uomo sulla sessantina sia il proprietario del negozio e lei una semplice commessa.
Lui entra in quello che mi sembra un piccolo magazzino. Guardo Alba avvicinarsi a me. Nella mano due ipod. Mi sorride di nuovo, con quel tocco di femminilità che solo lei riesce ad avere.
Da quanto tempo una ragazza non mi guarda così?, penso mentre Alba parla dei due modelli di ipod. Da quando Rossella se n’è andata, quasi un anno fa, mi sono chiuso nel mio buio appartamento, rinunciando a uscire con i pochi amici che mi sono rimasti, rinunciando al nuoto, ai
viaggi all’estero. Ho persino smesso di scrivere il mio secondo romanzo. L’unica cosa che faccio è lavorare per quella piccola casa editrice che altro non è che una copertura dei movimenti politicouniversitari di Parma. E’ proprio grazie a quel vecchio ipod trovato in un cassetto in cucina, probabilmente dimenticato da Rossella, che ho ritrovato la voglia di rimettermi in gioco con alcuni
racconti che voglio proporre a Franceschini. Non posso permettere di sciupare tutto il mio tempo.
Dopotutto anche Lou Reed dice: “Ehi fratello, qual è il tuo stile? che fai per ammazzare il tempo? ehi fratello, qual è il tuo stile? che fai per far mettere in circolo l’adrenalina adesso? che fai per far mettere in circolo l'adrenalina?”
“Vuole che la faccia vedere anche un altro modello che è arrivato…”
“No, grazie” la interrompo, allungo la mano verso l’ipod che somiglia a quello di Rossella e, per un puro caso, le sfioro la mano.
Lei sorride e socchiude la bocca.
Cazzo, i suoi occhi, penso. Vorrei azzardare, chiederle il numero di telefono, ma il vecchio proprietario rientra in negozio e Alba sgattaiola dietro alla cassa.
“Quindi ha scelto questo modello?”
“Sì”
Mentre chiudo la porta mi volto. Alba mi guarda con gli occhi azzurri più belli del mondo.

“Leggerò tutto entrò lunedì e poi le farò sapere”
Così mi ha detto Franceschini questa mattina.
Sento che potrei fare qualsiasi cosa. Sono così felice che vorrei mettermi a correre sotto questa pioggia incessante, nonostante i lampi e i tuoni, e arrivare fino a casa.
Sul bus, infilo le cuffie e ascolto Lou Reed.
“got hearts, ah, in my looney tunes
I got dreams and you do, too
I got ten wheel drive
to pick you up, up to your ears, oh
I got refined carbon in my eyelids, dear
I've got no one to love and no one to fera”
Penso ad Alba.
C’è una ragazza di fianco a me che le somiglia, o forse è solo la voglia che ho di vederla. Ha i lineamenti netti, la pelle ambrata e gli occhi azzurri. Ma in quello sguardo non c’è nulla della magia che si sprigiona dagli occhi di Alba. Non c’è malizia, femminilità, mistero.
All’improvviso sento un rumore fastidioso nelle orecchie. Sto per togliere le cuffie quando una voce femminile sostituisce quella di Lou Reed.
Che avrà da guardare quel vecchio? Se non la smette lo dico all’autista! Cazzo, quanto li odio i pervertiti come lui!
Sono allibito. Sudo. Gocce di sudore che rigano il mio volto e bagnano le mie mani. Non può essere
vero. Forse ho lavorato troppo.
Prendo un fazzoletto dalla tasca del cappotto e mi asciugo la fronte. Faccio respiri profondi e di nuovo ascolto l’ipod. Quando alzo gli occhi vedo che la ragazza mi sta guardando. Sul suo volto un velo di disprezzo.
Che maiale, ma proprio non la smette! Sta anche sudando, chissà a cosa pensa! Che schifo, certa gente non dovrebbe nemmeno girare per le strade!
Sto diventando matto? Mi alzo di scatto e prenoto la fermata. Non mi interessa dove mi trovo, voglio solo scendere, non voglio più sentire quella voce.
Cammino a passo veloce. Piove a catinelle. Mi fermo al Tapas e ordino una birra. Mentre il ragazzo la prepara vado in bagno, mi sciacquo la faccia e mi guardo allo specchio. Sono pallido che faccio paura. Non mi sono neppure accorto di avere ancora l’ipod infilato nelle orecchie. Ma stavolta Berlin di Lou Reed si sente benissimo. Sorrido e torno tra la gente.
Un ragazzo, che abita nell’appartamento di fianco al mio, è seduto al bancone. Si volta, mi fa un cenno di saluto e poi riprende a bere.
Di nuovo quel rumore metallico, assordante.
Ma quello è proprio l’ex della Rossella! Chissà che cazzo ci fa in giro? Quando torno in appartamento lo dico a Marti. Anzi magari gli mando un messaggio, gli dico di venire, che ci facciamo due risate con questo cornuto.
Non è possibile, parla di me! Bevo avidamente.
Chissà come ha fatto Rossella a stare con uno così? Lui non è niente a confronto con il Robi.
Questo non scopa mai, si fa solo un sacco di paranoie. Ma guarda come è messo?

Sto sudando, non ci posso credere. Quello che sento non può essere vero. Come faccio a sentire…
Dio, non riesco neanche a dirlo!
Il ragazzo si alza, viene verso di me e si siede.
“Anche tu con l’aperitivo?”
“Eh, ci vuole. Dopo l’ufficio!” rispondo con un certo imbarazzo.
Cerco di stare calmo, ma lui mi guarda sorridendo. Forse ha capito che non sto bene.
“Ma dove lavori?” mi domanda.
“In una casa editrice”
“Interessante. E che fai?”
Che palle!
Resto sbigottito. Ho di nuovo sentito il suo pensiero!
“Che fai?” ripete lui.
E’ anche sordo.
Deglutisco. “Correzione bozze… impaginazioni…”
“Be’ dai se avrò bisogno di lavoro verrò a cercarti. Ci si vede, Raffa!”
Rossella non poteva proprio stare con uno così!
“Adesso basta!” faccio cadere a terra la sedia che produce un rumore simile a un tuono. Il ragazzo si
volta, ma non fa in tempo a reagire che lo sto già prendendo per il collo.
“Ma che fai, stronzo?” lui mi dà un pugno e io cado a terra. Il proprietario del locale mi solleva,
mentre i camerieri spingono fuori il ragazzo.
“Che volete, io non ho fatto niente!”
“Andate a fare del casino da un’altra parte”
“Ubriaconi!”
“Adesso fuori!”
“Ma è stato lui!”
Resto sotto la pioggia, solo. Il ragazzo mi insulta e poi se ne va.
Ma cosa mi è preso? Cosa sta succedendo? Prima la ragazza sul bus, poi il tipo che abita di fianco a me? L’ho anche picchiato? Ma cosa mi prende?
Ora la musica di Lou Reed mi martella nell’orecchio. Sto diventando matto? E’ questa la risposta?
Eppure sembravano così vere le voci che sentivo. Non posso averle solo immaginate. Lui parlava di me, della mia storia con Rossella. E anche la ragazza sul bus parlava di me. Ma non erano parole,
erano… pensieri! Cazzo, erano pensieri! Come può accadere una cosa simile?
Sono troppo spaventato per tornare a casa. E poi non vorrei che il ragazzo mi stesse aspettando per
vendicarsi.
Decido di fermarmi al Gattopardo e mangiare una pizza. Metto l’ipod nella borsa ed entro. Ordino, vado in bagno, osservo le persone che parlano tra loro, la ragazza che mi porta la pizza e la birra.
Cerco di riprendere contatto con il mondo. Sono spaventato per quello che ho sentito. Il cuore sta ricominciando a battere regolarmente, tuttavia, si sta insinuando in me la convinzione di non aver immaginato quelle voci.

Le sette del mattino. Sto fissando il soffitto da due ore. Mi alzo, madido e più stanco di quando mi sono coricato. Guardo fuori dalla finestra. La pioggia si è trasformata in acquerugiola che impedisce di vedere più in là di qualche metro. Mi lavo e mi vesto svogliatamente. Cerco di togliermi di dosso quella sensazione di inadeguatezza, di paura, di diversità che, nonostante i miei sforzi, provo non appena metto piede fuori casa.
Aspetto il cinque, che sembra non voglia arrivare. Nelle mani stringo l’ipod comprato il giorno prima. Ripenso ad Alba e per un attimo mi balena l’idea di andare da lei, raccontarle tutto e magari riderci sopra di fronte a una tazza di caffè. Tuttavia mi sento ridicolo al solo pensiero di parlare con qualcuno di quello che è accaduto ieri.
Guardo l’ipod. Ho paura ad ascoltare la voce di Lou Reed, ma forse dovrei dire che ho paura di sentire di nuovo i pensieri della gente. Ma che cazzo sto dicendo? Ieri ero semplicemente stanco, confuso per aver visto una ragazza che, dopo tanto tempo, mi ha dato attenzioni. Ero frastornato perché mi aspettavo una risposta molto più distaccata da Franceschini… insomma tutta questa serie
di emozioni mi ha portato a immaginare cose che non esistono.
Infilo l’ipod e ascolto Lou Reed, come sempre.
“My old man” mi ricorda mio padre, i litigi, le urla, le lacrime versate e poi quella frase, quella maledetta frase che mi ha ripetuto per tutta la vita, fino a quando non me ne sono andato con Rossella, quella frase che ha detto anche prima di morire: “Ricordati di essere un uomo”.
Sto cantando e piangendo nel contempo, quando il bus si ferma e un ragazzo biondo, con i capelli lunghi, maldestramente legati sale e finge di timbrare il biglietto. Sembra ubriaco, non riesce a reggersi in piedi né a tenere sulle spalle la sacca che porta con sé. Passa accanto a una signora, ma è troppo vicino a lei e con la sacca la urta. La donna emette un gemito e si sposta vicino l’autista. Lui si siede vicino a una ragazza. Lei fa delle smorfie di disgusto e si sposta.
Osservo la scena, provando tristezza per quel ragazzo rinnegato da tutti. Due volte rinnegato, dalla vita e dalle persone.
Un rumore metallico mi esplode nelle orecchie. Immediatamente capisco cosa sta accadendo.
Tremo, sudo, voglio scappare, ma so che non è questa la soluzione.
Come puzza quel ragazzo? Ci si può ridurre in quel modo? Dove andremo a finire?
Sono i pensieri della donna, lo capisco da come guarda il ragazzo, come torce la bocca mentre si tappa il naso.
Chissà se mio marito ha fatto la stessa fine, in fondo non hanno mai trovato il corpo.
Scende alla fermata.
Tento di prenotare la fermata ma non riesco. Ho i muscoli contratti. Sono spaventato. Mi sfilo l’ipod ma non riesco neppure in questo. E’ come se fosse diventato un tutt’uno con il mio corpo.
Vado da Ema e gli dico tutto. Non posso più tacere. Arianna sarà pure mia amica, ma è pur sempre una stronza. Se la fa con il fratello e pensa anche di essere furba. Due invece di uno! Ma come si fa a dire una cosa del genere?
La ragazza scende davanti a Palazzo Pigorini e si affretta ad entrare in un negozio di intimo.
Scendo anch’io. Il marciapiede è gremito di persone che entrano ed escono dai negozi, dalle caffetterie, dagli uffici.
Dio, che palle questi due. Alessandro si prende sempre i clienti più facili da gestire e i rompicazzi li
dà a me! E adesso che appartamento faccio vedere a questi due?
Cinque minuti, cinque minuti e lo rivedo. E se non viene? Se ha deciso di darmi buca come l’altra volta?
Se non lo passo neanche stavolta come farò a dirlo a mia madre? C’è un appello straordinario ad aprile ma questo vorrebbe dire non laurearsi a luglio! Che casino!

Non è immaginazione. Sono i loro pensieri. Vedo la gente che mi passa accanto e sento quello che pensano. L’agente immobiliare alle prime armi, la ragazza con il caschetto biondo, la studentessa fuori corso. Vedo tutti e sento i loro pensieri.
La testa mi scoppia. Cerco di sfilarmi l’ipod ma non ci riesco. Ansimo. Tremo. Il sudore non smette di scorrere sul mio volto. Ho paura. Vorrei piangere, urlare, battere i pugni sui muri. Cercare aiuto.
Ma chi mai potrebbe aiutarmi? Chi mai crederebbe a questa storia?
Un uomo mi si avvicina. Indossa un cappotto nero e un basco. Mi ricorda mio padre. Mi parla ma la sua voce è sovrastata dai pensieri delle persone che mi camminano accanto. Mi allontano da lui, non voglio che mi veda in questo stato, non voglio che nessuno mi veda messo in questo stato. Entro in una via chiusa, che dà su una piazzetta. Cerco di ricompormi, respiro. Mi asciugo il sudore con la mano.
I pensieri della gente si stanno dileguando, le voci si fanno sempre più flebili. Eppure sento un nome familiare, un nome che mi evoca dei bellissimi occhi di un azzurro mai visto: Alba. E’ il pensiero di un uomo. L’intonazione lenta, un pesante accento calabrese. Alba, adesso non mi sfuggi più. Conciso e nel contempo eloquente. Una minaccia, avvolta da un alone di mistero, come gli
occhi di Alba.
Devo aiutarla. Alba è in pericolo. Devo aiutarla.
Non mi sfiora nemmeno l’idea di non saper nulla di questa ragazza, di non sapere in quale guaio si stia cacciando e in quale potrei cacciarmi io. Corro verso Strada Cairoli, convinto di trovarla in negozio.
Alba, adesso non mi sfuggi più.
Sudo, ho paura e i nervi a fior di pelle, ma nulla mi importa di più che salvare Alba. Intanto non vedo nessun uomo che possa pensare di farle del male. Eppure quelle parole risuonano nella mai mente. Lui le ripete e il suo pensiero si fa sempre più forte, insinuandosi nel mio. Continuo a correre, sbatto contro un motorino parcheggiato sul marciapiede, urto una signora anziana che sta attraversando strada. Cado, inciampando, mi rialzo e continuo a correre.
Alba, adesso non mi sfuggi più.
La voce aumenta di volume, intensità. Lui è vicino, forse già all’interno del negozio. Forse sta già facendo del male ad Alba.
Sono di fronte al negozio. Il cuore smette di battere. Vedo un uomo, è alto e muscoloso, brizzolato e
ha tutta l’aria di essere mal intenzionato. Apro la porta in modo troppo plateale.
Il negozio è vuoto, non vedo neppure il vecchio proprietario. Questo tipo ha scelto il momento giusto, ma non ha fatto i conti con me. Loro parlano fitti, lui le stringe il braccio. Alba sembra infastidita, ma non stacca gli occhi da lui.
“Ehi?” richiamo la sua attenzione poggiando una mano sulla sua spalla.
Non mi risponde. E’ come se non si fossero nemmeno accorti della mia presenza.
“Ehi?”
Lui si volta. “Sì?”
“Che cosa hai intenzione di fare?” guardo Alba e la rassicuro con lo sguardo. Lei sembra stupita.
“Come, scusa?” domanda l’uomo con fare minaccioso.
“Lasciala”
Lui guarda Alba. “E questo chi è?”
Lei diventa paonazza. “Non lo so” balbetta.
“Alba, stai tranquilla. Ora ci sono io. Ho detto di lasciarla”
Il tipo sbuffa. “Se sei venuto a comprare qualcosa è il momento sbagliato”
“Allora non ci siamo capiti. Lascia questa ragazza! Cosa pensi, che non sappia quello che hai in mente?” mentre dico queste cose stringo tra le mani l’ipod. Quest’oggetto mi dà la forza di cui ho bisogno per affrontare quell’uomo. Guardo Alba che sta fissando l’ipod.
“Ma chi cazzo sei?” sbotta lui “Ma si può sapere da dove salti fuori? Sai cos’ho in mente? E allora fai fuori dalle scatole, fammi parlare con mia moglie e lascia che il casino ce lo risolviamo tra di noi! E vedi…”
“Giancarlo! Ti prego…” lei lo interrompe.
“Ora voglio sapere chi è? Lo conosci? Per caso è…”
“Giancarlo, basta. E’ un cliente. Forse ha frainteso” e poi aggiunge guardandomi: “E’ venuto per cambiare l’ipod, vero?”
Non riesco a parlare né a muovermi. Sento la bocca riempirsi di saliva densa, difficile da deglutire.
Ho il corpo saldato al pavimento.
“Proprio ieri mi sono accorta del guasto. Quello che ho portato a casa è lo stesso modello che le ho venduto. Però non sono ancora le nove e il negozio apre tra più di mezz’ora. Se vuole attendere nel bar qua davanti…”
Guardo l’ipod con delusione. Annuisco ed esco.
Entro nel bar di fronte al negozio. Ordino una birra. Ne ho bisogno, devo schiarirmi le idee. Tra le mani continuo a stringere l’ipod. Quest’oggetto non ha fatto altro che procurarmi guai. Ho picchiato un ragazzo, ho fatto la figura del maniaco, mi sono fatto sbattere fuori da un locale e ora stavo rischiando di prenderle da un uomo che non sta facendo altro che riconciliarsi con sua moglie. E
tutto per un po’ di musica.
Lascio i soldi sul bancone e con quelli anche l’ipod.
Fuori ha ripreso a piovere.
Il barista mi cerca di richiamare la mia attenzione. “Scusi? Ha dimenticato qualcosa… Scusi?"


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