Antologia - Orbite vuote

Antologia

Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
MARSHALL
Proprietario
Danilo Arona , scrittore e, a dispetto di Clive Barker e dei figli, vero erede di Stephen King.


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A proposito di questo oggetto...
UN RIPARO PER NOI
© Danilo Arona 2012




Tu lo vedi nella strada
non possiamo rimanere
non lo vedi
che la pioggia
è radioattiva ormai.

È già così tardi sai
sta piovendo ormai
E presto scenderà
tutto coprirà

Una pioggia d'atomi
per questo dobbiamo cercar
un riparo per noi

I Nomadi, Un riparo per noi, 1966





PROLOGO

Era il 1967. In Italia e nel mondo una valanga si andava formando. Al suo interno ci potevi scorgere i Beatles che cantavano Lucy in the Sky with Diamonds, guadagnandosi addirittura una interpellanza presentata al parlamento da un certo onorevole Greggi; Gianni Morandi e Adriano Celentano che dichiaravano che non si sarebbero mai più presentati al Festival di Sanremo in vita loro; gli studenti romani intenti a preparare l'esordio combattente di Valle Giulia; la fonovaligia a pila che impazzava tra i ragazzi perché permetteva di organizzare feste danzanti e itineranti da una panchina ai giardini pubblici a un prato in periferia.
La valanga sarebbe precipitata a valle l'anno dopo, complici anche le brutte notizie che già allora surclassano le buone: la dittatura dei colonnelli in Grecia, la guerra dei sei giorni tra Israele e la coalizione araba, l'assassinio del Che, il Vietnam sempre più tragico per quegli americani che lo ritenevano una scampagnata.
Era il 1967 e la musica stava cambiando. Dappertutto. Anche in Italia. Soprattutto in Italia e, soprattutto, all'inizio dell'estate.
Il gruppo si faceva chiamare Roy and the Drastic Boys.
Si possono immaginare scenari notevoli alle spalle di un nome del genere. Santa Monica in California con i Beach Boys che inneggiano a Barbara Ann, la Londra Pop con Van Morrison intento a immortalare il rock con Gloria, la Seattle delle prime note distorte di Hendrix. Se ne potrebbero immaginare un sacco d'altri, dato che era proprio quell'anno. Ma sarebbe tempo sprecato.
Perché loro erano Roy and the Drastic Boys, ma il luogo in cui si muovevano, zigzagando fra i punti cardinali, oggi lo chiamerebbero Padania, Italia. Del nord, giusto?
I ragazzi drastici si presentavano come dei cloni di altri cloni. Mica Beatles o Rolling Stones. Loro si rifacevano al repertorio di gruppi come i Dave Clark Five, i Rockin' Berries e i Searchers. Troppo facile, a detta di Roy, front-man e capo carismatico, proporre al loro occasionale pubblico Please Please Me o It's All Over Now. La scelta delle canzoni doveva già fornire al pubblico un indizio di classe geneticamente posseduta Poi qua e là nelle scalette canzoni dei Nomadi, dell'Equipe 84 e dei Rokes avrebbero mitigato il tiro un po' troppo sbilanciato sull'anglosassone.
Roy si chiamava in verità Carmelo e con evidenza non era neppure “padano”. Gli altri erano: Mauro, Sergio e Adriano, e qui non c'importerebbe il sapere a quale strumento si dedicassero, tranne che per uno si di cui si parlerà tra qualche riga. In ogni caso cloni, anche se volevano darla a bere con On Broadway dei Dave Clark Five o Needles and Pins dei Searchers. Ma, per quanto cloni, più che sufficienti per far sognare improbabili notti a San Francisco e devastanti fughe dal tetto paterno. Bastava poco, sul serio, in quelle pianure sempre un po' nebbiose persino nel bel mezzo dell'estate. Le ragazzine dei piccoli paesi erano ingenue, boccalone, e comunque giovanissime, soprattutto dentro. Precoci come quelle di oggi, anche se in modo diverso.
Così, quando i ragazzi drastici entrarono in Carpeneto – nome di un paese privo di appeal americano, al pari dei Bubbio, dei Monastero Bormida, dei Giarolo Montacuto e dei Castelboglione -, e quando presero a disporre amplificatori e chitarre sul palco in legno issato alle spalle della chiesa nella piazza principale, e quando l'attacchino del Comune incollò sui muri il manifesto di Roy (and the Drastic Boys!, scritto così il punto esclamativo finale), e quando Carmelo, nato in Sicilia, provò il microfono diffondendo ai quattro venti sopra i tetti del paese le parole One, Two, Three, yeah, Let's Dance Baby with Roy!, qualcosa si mosse dentro la piccola Angela che avrebbe compiuto sedici anni il 31 ottobre del '67. Qualcosa, un piacevole pugnetto nello stomaco, una carezza che sfiorava il basso ventre e forse s'insinuava sotto le mutandine: una Cosa irresistibile. Così, mentre Roy continuava a biascicare, sottolineando i gutturali versacci con acute stilettate di Fender Telecaster, Angela promise a sé stessa che per nulla al mondo si sarebbe persa quell'indimenticabile serata. E, poco prima delle otto, nel nome di Roy e della sua efficacissima company, Angela riuscì a strappare alla mamma e al papà il permesso di assistere al concerto.
Forse “concerto” è un termine azzardato, ma era sempre musica. Musica comunque zeppa di buone vibrazioni. Così era sempre sembrato ai fan campagnoli dei Drastic Boys.
Angela uscì di casa con un sorriso da ebete stampato sulla faccia. Quella sarebbe stata la sua grande serata, una faccenda che in America avrebbe potuto battezzarsi persino Prom Night.
Erano pochi i metri da percorrere tutta sola per giungere in piazza. Il viottolo di casa sua, quindi una svolta a destra in via Gualco e poi, dritta senza paura, verso la piazza dove già gironzolavano con un sorriso altrettanto ebete le sue amiche.
Angela però non giunse mai nella piazza della festa. Scomparve per un po' di tempo dalla faccia della terra in quella serata e, per che se ne ricorda, scomparve prima, tra il vicolo di casa sua e via Gualco. Prima, perché nessuno la vide mai arrivare davanti al palco di Roy.
Scomparve inghiottita dal nulla, per usare una frase tipica del giornalismo di tutti i tempi, parole che ancora si usano a proposito di Angela (pure lei) Celentano o di Emanuela Orlandi. A dimostrazione che le ragazzine con il sorriso ebete stampato sulla faccia scomparivano anche allora, nel '67, nello stesso modo. Ma non se ne scriveva così tanto come oggi, soprattutto se scomparivano da un piccolo, bellissimo paese tra Ovada e Alessandria.
Scomparve, Angela, e nessuno per nove mesi fu in grado di affermare se era morta oppure no. Scomparve e basta. La madre sarebbe morta da lì a tre settimane a bordo del suo maggiolino Wolkswagen, uscito di strada per lo scoppio contemporaneo dei due pneumatici anteriori. Il padre si sarebbe impiccato il 31 ottobre del '67, festeggiando a suo modo il compleanno di Angela.
Scomparve e, appunto, basta.
Ma a quel tempo non si faceva troppo caso ai dettagli significativi.
Sì, qualche strana luce cadente dal cielo durante l'esibizione di Roy. E che voleva dire? Di sicuro erano gli effetti dei fuochi artificiali di Mantovana, dove quella stessa sera si celebrava la festa patronale.
E che voleva dire che sul palco, proprio quella sera, mancava uno dei ragazzi drastici? Per la precisione l'organista, Sergio? Nulla, perché della sua mancanza non si accorse quasi nessuno. Giusto i tre compagni, ma Roy era così funambolo sulla chitarra che nessuno a Carpeneto si pose mai il problema se in quel gruppo fosse prevista la presenza di un organista. E dire che un bel Farfisa minicompact faceva mostra di sé sul palco.
Sergio in verità non era nessuno e mai sarebbe diventato qualcuno. Così dovevano andare le cose per motivi che al momento non occorre sapere. Nessun investigatore si accorse mai che Sergio era scomparso prima di suonare, quasi in simultanea alla sparizione di Angela. Anche perché nessuno si fece mai avanti per segnalarlo al mondo. Solo Roy ebbe a ripetere qualche volta davanti al nuovo organista: «Forse stanno viaggiando insieme da qualche parte», ma si trattava di parole dette così, per scherzo.
Roy and the Drastic Boys non durarono a lungo. Si sciolsero troppo anzitempo, nei primi mesi del mitico '68, e il loro ricordo di disperse fra le verdi colline del Monferrato.


Loro stanno viaggiando.

Noi stiamo viaggiando.
Noi siamo io e lei.
Io Sergio e lei Angela.
Io con troppi anni e lei minorenne secondo le stime giuridiche di questo mondo primitivo alle prese con un cambiamento troppo veloce e complicato.
(Qui nessuno calcola, a differenza di quel che succede laggiù da me, l'età e il peso dell'anima. Se lo facessero scoprirebbero che Angela è un'anima antica!)
Noi viaggiamo da (quanto?) tempo su una Ford Mustang decapottabile di colore rosso che ha una profonda ammaccatura sulla fiancata destra. Sì, lo so che l'auto è un po' troppo vistosa data la situazione. Ma, proprio per questo, la gente pensa che la situazione sia regolare. E in ogni caso io mi spaccio sempre per il padre.
Io sono io, Sergio, e l'ho già detto.
Ma Sergio è un involucro, lo si è già capito, vero?
Non complichiamoci la vita. Io sono anche Sergio, va bene così? Conviviamo bene, siamo analoghi con precise affinità elettive. Perciò vi sta parlando un “io” ben strutturato.
Ma lei? Chi è in realtà?
E difficile per me saperlo.
E' bionda, pare una bambina, ma non lo è più. Dice che ha compiuto da poco i 16 anni. Però, a occhio, potrebbe averne più di 18. Forse addirittura 20. E allora qualcosa non quadra.
Tutta questa ambiguità è il suo punto di forza. Una delle cause che mi privano della mia riserva di energia orgonica. E che mi sento tante volte, soprattutto verso sera, così svuotato, in preda a una strana forma di amnesia che m'impedisce quasi di ricordare in quale occasione me la sono ritrovata in macchina.
Stavo raggiungendo Roy e gli altri del gruppo e...
E' lei che comanda. E' lei che mi guida in giro, a nord o a ovest (ricordati, Sergio, che ci dovremo infilare nel seguito del Cantagiro in viaggio per l'Italia, è una delle ragioni per cui sono qui, accanto a te!), e io sono solo quello che guida con lei, lei che interviene nei miei momenti di smarrimento dicendo: «Gira di qua, a sinistra, c'è un bivio e tra 10 chilometri c'è il paese di Vattelapesca», oppure «Dopo quella curva c'è una stazione di servizio con annesso un hotel.»
Io non conosco affatto queste zone. Sergio le conosce a malapena. O, forse le conosceva bene e oggi, per colpa di quest'amnesia che colpisce pure lui, non le ricorda più. Lei invece è come se ci fosse nata, ma ci troviamo molto lontano da casa sua. Così mi pare, almeno. E, tra le varie cose che non quadrano, c'è pure il fatto che lei continua a giurare che da queste parti proprio non c'è mai stata.
Okay, ma queste parti che cosa sono?
Ci sono chilometri di nulla, paesi quasi fantasma e piccole stazioni di servizio battute dal vento. Poi, vicino ai raccordi autostradali, ci sono i motel. Per questo di notte riesco ad assaporare il fresco contatto di un lenzuolo quasi pulito e la piccola, rassicurante, luce sopra il comodino di fianco al letto.
Sono i momenti
(peggiori)
più strani. In questi motel ci chiedono la carta d'identità. Io esibisco quella di Sergio, ma Angela ne è sprovvista.
(Uscì di casa per sentire Roy cantare)
E dichiara di essere mia figlia e che stiamo andando al funerale di sua mamma, mia moglie. In qualche posto alzano le spalle o fanno finta di niente, in qualche altro devo firmare una dichiarazione che poi finirà in questura. Burocrazia, qui la chiamano così, ed è un brutto termine persino da pronunciare.
Di solito nelle camere che troviamo ci sono due letti. Lei occupa sempre quello vicino alla finestra (perché di notte qualche volta esce, appunto, dalla finestra, ma ritorna sempre). Spesso dorme, ma altrettanto spesso ha voglia di parlare.
“Tu non lo sai perché sei qui con me, vero?”
“ No.”
“ Non lo vuoi sapere?”
“Io ho i soldi. Tu sai dove andare. Forse può bastare.”
“Però non vuoi portarmi a Barbonia City!”
“Ti perderei.”
“Ma lì troverei qualcuno che avrebbe il coraggio di...”
“Zitta. Sei una bambina.”
“Tu che ne sai?”
“So quanti anni hai. Sei una bambina.”
“Non esistono le bambine. Non oggi. Siamo alla fine del '67.”
“E allora?”
“Non la senti l'aria che tira. I tempi stanno cambiando, Sergio. Non lo ascolti Bob Dylan?”
“Sei minorenne. E, finché lo sei, resti una bambina.”
“No che non lo sono.”
“Allora dimmelo tu cosa sei.”
“Lo sai. Tu sei in giro per aiutare quelle come me a scappare. Tu per il mondo sei quello che le rapisce, ma non sei tu a guidare la danza.”
“Non ti capisco.”
“Le bambine come me la guidano. La danza, sto dicendo. A te tocca solo guidare la macchina.”
“Non ti capisco! Spiegati!”
“Ho sonno. Adesso dormo. Spero che tu non abbia incubi, come al solito.”
“Incubi?”
“Gridi nel sonno. E urli: Sergio, lasciami perdere. Ma Sergio sei tu. E sei tu che non sai cosa sei.”
E si gira e si rannicchia. E non dice più niente. Dormiamo? Io no, neppure Sergio. Forse solo lei ci riesce. Io ascolto il suo respiro. E uno di noi due qua dentro si eccita.


Barbonia City.

E poi oggi, che non so neppure dire se è sabato o martedì, capisco che siamo arrivati in questo posto che lei ama alla follia, pur non avendolo mai visto.
E' una comune. La chiamano così. Occupa un giardino pubblico a strapiombo sul mare. C'è un tendone, qualche capannello di gente con i capelli lunghi e stivaletti ai piedi, ragazze dall'aria sognante (Sergio dice “fumata”) che passano da un gruppo all'altro, ora baciando uno ora stringendosi a un altro. Già, è una comune.
Angela pare elettrizzata. Gli occhi luccicanti, l'espressione del viso un po' felina. E' uno dei suoi posti mitizzati in tanti, deliranti soliloqui notturni, Barbonia City. Un frammento di San Francisco, che da questa parte del pianeta non abbiamo, materializzatosi sotto l'ombra di una gigantesca struttura di cristallo piazzata davanti al tendone come monumento celebrativo delle frange italiane della Beat Generation. Un'opera d'avanguardia, si dice così, realizzata da un architetto svitato che è uno dei guru della comune. E' alta 4 metri, con la forma di una piramide un po' stretta e, al suo interno, imprigionata nel cristallo fa mostra di sé una chitarra elettrica, il modello a razzo reso celebre dai Rokes.
(Questo è un dato che per ovvi motivi proviene da Sergio)
Il messaggio è chiaro: la creatività imprigionata, liberate la fantasia, non facevi cristallizzare dal sistema. Però, quando ci avviciniamo al capannello più folto, percepiamo ben altre preoccupazioni. Ragazzi e ragazze che stanno confabulando con espressione spiritata e che ci guardano con familiarità, come se fossimo parte integrante di quest'accozzaglia di gente da chissà quanto tempo. E quel che sento non può certo piacermi.
“E' successo stanotte. Dopo le tre. In tutto il quartiere sono saltati tutti i vetri per un paio di chilometri. Finestre, specchi, auto. Persino i vetri dei quadranti degli orologi.”
“Che vuol dire saltati?”
“Spaccati, frantumati, sbriciolati.”
“Cazzo, stanno facendo le prove generali.”
“Si è persino crepata la piramide nell'interno. La vedete quella fessurazione a zig zag che segue la forma della chitarra?”
Chi ha parlato è l'architetto hippy che sembra molto preoccupato per l'integrità della sua opera. E la paranoica discussione prosegue più o meno sugli stessi binari, alimentandosi della paura che genera a ogni secondo che passa. E da qualche parte, da un mangiadischi, arriva la musica di Eve of Destruction di Barry McGuire.
“Non capite dove vogliono arrivare?”
“No!”
“Al golpe. I carri armati invaderanno le strade dopo gli ultrasuoni.”
“Ultrasuoni?”
“Cosa credi che possa far saltare in contemporanea decine, centinaia di vetri? Gli americani l'hanno già sperimentata in Vietnam questa cosa. E' una macchina micidiale che crea uno shock psicosomatico in chi la percepisce e che presenta la controindicazione di fracassare tutto ciò che è cristallino. Qui siamo pieni di basi americane. La più lontana da noi sta a tre chilometri.”
“Fratello, davanti alla stazione c'è un palazzo tutto di vetro. Come mai non è venuto giù?”
“L'emissione è stata debole. Apposta. Queste sono prove!”
“Ma che possiamo fare?”
Mentre le orecchie percepiscono questi discorsi tanto insulsi, il mio occhio capta dei movimenti che non mi piacciono affatto. Angela, invece di starsene a distanza di sicurezza, si è infilata, quasi incuneata, tra due brother, l'uno con giacca a frange e l'altro con kaftano rosso. Baffi spioventi, capelli come Gesù Cristo, scalzi e ascelle che puzzano. La guardano, si guardano, e uno le piazza la mano sul fondo schiena. L'altro si avvicina e le sussurra qualcosa nell'orecchio. Lei ammicca in un gesto di conferma e tutti e tre si staccano dall'assembramento. Quindi, in pochi secondi, raggiungono un camper sul lato destro del tendone. E io non faccio a tempo a spiaccicar parola. Neppure Sergio. Che potremmo dire, poi?
I tempi sono cambiati. Adesso arrivi da qualche parte con una ragazza al seguito e nessuno si pone il problema se lei sia o meno la tua ragazza. Se la prendono, se la portano in uno scannatoio e lei ci sta. Perché qui, su questo mondo di questi tempi, occorre aprire la coscienza. Le donne, anche (soprattutto) le più giovani, ritornano in possesso del loro corpo, secondo lo slogan Io sono mia e del mio corpo ne faccio quel che voglio. Così, oltre alla coscienza, aprono anche qualcos'altro.
Già, ma nessuno si offende se ti apparti con una fumata della comune!
E' Sergio che sta parlando. Ma io preferisco unirmi alle paranoie che circolano invisibili sotto la piramide di cristallo. Perché la rivoluzione beat, per citare un certo Jack Kerouac, è starsene in un angolo all'aperto a parlare della fine del mondo. E allora facciamola come Mao comanda, Anche se nel caso in questione Mao non c'entra per nulla, anche se spesso lo citano a sproposito.
Dopo un'ora di chiacchiere infarcite di paura, gli ultrasuoni non sono arrivati e nessuna delle fumate mi ha invitato a un meeting di autocoscienza. Il capannello di disperde con qualche nazzareno che mi lancia occhiate di sospetto perché me ne sono stato lì in mezzo ad ascoltare senza mai dire la mia. Di sicuro pensano al poliziotto infiltrato, ennesima paranoia del momento.
Mi guardo attorno con una montante sensazione di panico. I gruppi si sono dispersi e con disappunto vedo sorgere tra il tendone e la scogliera dei banchetti improvvisati dove si vendono collanine, incensi e 33 giri usati dei Grateful Dead e dei Byrds. Posizione strategica nulla perché gli eventuali acquirenti al limite transitano sulla passeggiata dalla parte opposta. Ma il tutto serve a far tanto Festival Pop autogestito. Ma perché poi me ne preoccupo? E perché Angela non esce da quella tenda di merda?
Come sintonizzata sull'onda dei miei pensieri disperati, lei si trascina fuori con passo stanco. Si capisce che l'ha fatto. E non una volta sola. Lo sguardo è congestionato, con una indefinibilità sospesa tra la lussuria e gli effetti da acido. Mi gioco la Ford se non le hanno passato lo zuccherino (e sento che anche Sergio se la giocherebbe). E quei due stronzi neppure vengono a salutarla. E' il momento di tagliare la corda. Ci troviamo nel fiume del tempo, ma io sento di non farne parte. E i figli dei fiori qua attorno, che sostengono in pubblico di non pensare al domani
(Amico, non chiedere qual è il tuo destino – un fiore avvizzisce se pensa all'autunno)
ma che invece in privato ci pensano e come perché si cagano sotto per l'Apocalisse e si scopano la prima di passaggio, già ci squadrano come gli Ultracorpi guardavano gli ultimi due superstiti umani a Santa Mira. Poco ci manca che si mettano a urlare puntandoci il dito contro.
Afferro Angela, ciondolante e persa (e violata per sempre!), e ce ne torniamo alla macchina.
Barbonia City, voglio dimenticarti, anche a nome di Sergio.


Notte in raso bianco.

E' stata zitta per tutto il giorno.
Ha continuato a tacere anche quando ci siamo fermati nell'ennesimo hotel defilato per cenare e per dormire.
Ha mangiato quasi nulla, gli occhi perduti chissà dove. Come si dice da un po' di tempo da queste parti, una faccia da trip.
Bad trip, se può intromettersi Sergio.
Una volta in camera mi sono coricato tra lenzuola di raso bianco. Io da un parte, lei dall'altra, un solo letto matrimoniale.
Mi sono addormentato quasi subito, spossato dalla stanchezza e da qualcos'altro che non riesco a definire, mentre Angela è restata in piedi davanti alla finestra, all'apparenza guardando il panorama oscuro attorno all'hotel.
Ho fatto un sogno che non dovevo fare. Inevitabile dopo quel che è successo a Barbonia City. Io e lei in un paesaggio desertico, battuto da un vento caldo e assillante. Lei che si spogliava, restando nuda davanti a me e io che per la prima volta potevo ammirare quel corpo che nella realtà non ho mai visto nella sua interezza. Lei che si abbarbicava a me, salendo dal basso e strofinandosi come una gatta in calore. Un sogno erotico di grande intensità che a me non piace. A Sergio sì. Infatti è lui a svegliarsi tutto tremante e sudato per quel che stava per accadere nella dimensione delle illusioni.
Angela si è sdraiata. E' vestita e con le coperte tirate fino al mento. Le vedo solo gli occhi. Ellissi che lampeggiano nel buio. E ricominciano gli strani discorsi. Sempre con l'identico attacco.
“Tu non lo sai ancora perché sei qui con me, vero?”
“No. E' sempre più difficile capirlo.”
“Non ti sei mai sforzato molto.”
“Io ti rispetto.”
“Questo è incredibile.”
“Perché?”
“Tu vedi una luce cadere dal cielo e pensi che cada per te. Con tutto quel che ne dovrebbe conseguire. E da allora stiamo viaggiando. Assieme. E dormiamo assieme. E tu mi rispetti?”
(Oh, sì, quella luce si spezzò e la parte più grossa entrò dentro Sergio che stava raggiungendo Roy and the Drastic Boys...)
“Che ci trovi di strano? Te lo ripeto, sei minorenne.”
“Smettila con queste stupidaggini!”
Un ruggito nella mia mente.
“Io sono antica!”
(… ma il frammento più piccolo si infilò nella sua bocca spalancata per lo stupore e Sergio si ritrovò a viaggiare con lei!)
“Sì, lo sapevo.”
“Lo sapevi?”
Non so più che dirle. E' un colloquio tortuoso, che si avvita su sé stesso. Perché noi non siamo veramente noi. Io sono io e sono anche Sergio. E lei è Angela, ma è pure la Lolita di Nakobov, la Rhoda Penmark de Il giglio nero o una delle bambine bionde di un film di qualche anno fa che si chiamava Il villaggio dei dannati. Angela le rammenta tutte a Sergio, ma lui ci aggiungerebbe persino la sensuale Claudia Cardinale di Vaghe stelle dell'Orsa. Quella luce che si è spezzata – e che non doveva spezzarsi – ha complicato tutto.
(Lassù da noi queste sintesi ideali di immagini vaganti le chiamiamo Eidola ,un termine che anche qui significa qualcosa di analogo. Angela è un Eidolon perfetto, un incrocio di età e pulsioni differenti! Immagini formate da altre immagini depositate nella memoria di chi le proietta all'esterno!)
“Lo sapevi? Lo sai? E continui a...”
“Angela, stai zitta!”
Il nostro concitato dialogo notturno, saltellante su inusitate lenzuola di raso candido, non giunge alla fine.
Non giungerà mai alla fine,
Il vetro della finestra prima si crepa con un sinistro scricchiolio, quindi esplode con un verso spaventoso verso l'interno della stanza.
Verso di noi.
E' l'Apocalisse. Progettata a tavolino. Giorni e giorni dopo prove generali. Stavolta attuata su scala globale, o quanto meno nazionale, visto che ci troviamo a più di cento chilometri da Barbonia City. Pensateci: vetri e cristalli di qualsiasi tipo e dimensione che si disintegrano senza alcuna ragione plausibile. E' il caos. Pensate solo ai tafferugli che scoppiano per strada fra la gente che tenta di approfittare dell'avvenuta distruzione delle vetrine per portarsi via il più possibile. Pensate ai vetri delle automobili che scoppiano durante un sorpasso. A tutte le bottiglie d'acqua, vino e aria di Santa Margherita Ligure. Al palazzo di vetro polverizzato davanti alla stazione di Genova. Alla gente con gli occhiali. Ai microscopi dei laboratori chimici. All'inutile e presuntuosa struttura di vetro dell'architetto hippy.
Caos. E subito dopo il golpe. Carri armati per le strade. Militari nelle case. I ragazzi con i capelli lunghi catturati e fatti scomparire. Le ragazze violentate e torturate. Incidenti collaterali nel ristabilimento della normalità.
(Ma dimmi, amico, ancora e ancora, non credi che siamo alla vigilia della distruzione? Al principio della fine?)
Angela fa appena in tempo a infilarsi tutta sotto le coperte. Io mi butto di lato sul pavimento. I frammenti della finestra ci sono volati a pochi centimetri dalle teste. Ma il nostro sangue non è stato versato. Non ancora.
(Ma il mio, di sangue, è così furioso che sembra stia coagulando!)
Lei grida. Io bestemmio.
Mi rialzo in piedi giusto per vedere piombare dentro un
(che roba è, Sergio?)
candelotto lacrimogeno. In pochi secondi la stanza è invasa dal fumo. Angela vola dalla mia parte, lo sguardo pieno di terrore. La prendo per mano e ci lanciamo verso la porta. Ma, prima che riesca ad afferrarne la maniglia, l'uscio si spalanca e lo spigolo mi colpisce brutalmente su una tempia, rimandandomi a gambe levate sopra il letto.
La vista mi si annebbia per qualche secondo. E, quando torno padrone della mia percezione, vedo sulla porta della stanza tre figuri in nero con maschera antigas sul volto. Sono armati e uno sta puntando una specie di fucile nella mia direzione. Un altro sta abbracciando quasi con tenerezza Angela, sussurrandole qualcosa all'orecchio che io non sento.
Non sento perché il terzo sta urlando, incazzato come una iena, al mio indirizzo. E anche lui mi punta un'arma contro. E non è che capisca del tutto quel che gli esce dalla bocca. Mi dice: Alza le mani, brutto maiale, stavolta ti abbiamo beccato, brutto girolimoni del cazzo!
Per tutti gli asteroidi vaganti nella costellazione di Perseo, maiale a me? A me che l'ho protetta, dagli altri e da sé stessa, sino al limite dell'umano pensabile e dell'alieno ipotizzabile? A me che ho resistito come un monaco stilita ai suoi sorrisetti carichi di significato antico? Quei sorrisi che, quando era tutto buio e non potevo distinguerne il viso, vedevo però i suoi denti luccicare? Quei sorrisi che svegliavano qualcosa nel mio profondo, una bestia con grosse zampe e unghie lunghe, che cominciava a raspare? Maiale a chi, carabiniere fascista che sei il primo della lista, come suggerisce il sempre più inquieto Sergio?
Faccio per alzarmi e ribattere. Ci sto a tutto, ma non al “maiale” lanciatomi con così tanta grossolana gratuità. Ma il calcio del fucile impugnato dal caramba mi becca in centro alla fronte e adesso, sul serio, sono costretto ad abbandonare la scena. A lasciare quaggiù Sergio che avrà le sue gatte da pelare, Angela con i suoi sogni californiani e questo strano, giovane mondo alle prese con un'intensa crisi di trasformazione.
Io me ne vado alla ricerca di un corridoio di connessione. E devo tornare laggiù, dove la luce portante cadde per un verso addosso a lui e per l'altro dentro di lei.
Addio, Eidolon. Ti ho amato con disperazione, dedizione e inutile sacrificio carnale.
Eh, sì. Credo che Sergio su quest'ultimo punto abbia da ridire.


EPILOGO

Quando Angela tornò a casa, sulle sue colline tra Ovada e Bassavilla, non trovò più i genitori.
Alla gente di Carpeneto sembrò quasi non reagisse alla notizia. La vedevano spenta, lo sguardo perduto, dimagrita e persino trascurata.
La accolsero in casa propria i nonni paterni, ancora in forma e relativamente giovani.
Invece i veri giovani del paese amplificavano e divulgavano con le loro chiacchiere nei bar e nelle osterie tutto quel che si era letto sui giornali, dilatandolo e interpretandolo oltre ogni logica.
Ma non poteva andare in modo diverso. Quella era una storia degli anni Sessanta. E non si poteva - non si doveva – scendere in certi particolari. Alludere, sì.
Angela era stata in balia del suo rapitore per nove interminabili mesi, all'oscuro di tragedie nazionali quali la morte di Gigi Meroni, gli attentati dinamitardi in Alto Adige e il terremoto del Belice. Sempre in viaggio per la pianura padana a bordo di una vistosa Ford alquanto male in arnese. Assieme a un balordo capellone, musicista per giunta, che l'aveva condotta in hotel malfamati abusando ogni notte di lei (quest'aspetto morboso della storia i giornali lo lasciavano intendere, senza scriverlo).
Quando i nonni l'avevano riabbracciata, dopo tutto quel tempo – un secolo scandito con esasperante lentezza dall'orologio interno di un genitore che non ha mai più visto il proprio figlio rientrare a casa – nonno Edo e nonna Luisa, i coniugi Testa di piazza Vittorio Emanuele riuscirono ad articolare soltanto una frase, rotta dai singhiozzi: «Quanto sei cambiata!». La nipote Angela - Angela a significare un fragile angelo biondo dall'aria innocente alla quale mamma e papà avevano dato un bacio affettuoso poco prima del concerto di Roy and the Drastic Boys – era volata via dispersa in un'altra e invisibile dimensione.
Al suo posto c'era una ragazza più alta e robusta, 16 anni compiuti lontano da casa e i capelli più lunghi, infoltiti perché mai tagliati, arricciati perché mai lavati con shampoo, capelli da hippy. Una giovane donna con lo sguardo indurito e insieme spaventato di chi aveva tanto, forse troppo da raccontare.
«Al momento ci sono più domande che risposte», aveva dichiarato il tenente colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa che, dopo essere tornato con i suoi reparti dal Belice disastrato dal sisma, aveva organizzato una capillare ricerca su vasta scala nazionale durata due mesi pieni con l'ausilio di centinaia di militi ed era riuscito a ritrovare Angela. Segnata nel corpo e nello spirito (e pure nella mente), ma viva e a un centinaio di chilometri dal paese da cui era stata scomparsa in una sera di giugno. Segregata in un piccolo e poco frequentato motel sull'Appennino Ligure.
La ricordavano tutti quella sera a Carpeneto, non tanto per la festa o per il concerto dei Drastic Boys quanto per le tante stelle cadenti che avevano solcato il cielo.
La Notte dello Sciame Inatteso, questo avevano scritto i giornali nei giorni successivi!
L'autore pazzoide del rapimento si chiamava Sergio Mezzanotte e la sua presenza a Carpeneto quella sera era giustificata dal fatto che doveva suonare assieme al complesso beat di Roy. Ma l'uomo non era mai salito sul palco e, sequestrata Angela con la forza, se n'era partito per una folle odissea di notti in motel di quart'ordine e lunghe giornate trascorse in comunità di hippies della pianura padana. Il Mezzanotte era stato diagnosticato come uno schizofrenico paranoide di alta pericolosità sociale. Convinto di essere un extraterrestre caduto per incidente tecnico sul pianeta Terra, dimostrava una folle paura nei confronti di complotti orditi da pseudo-organizzazioni golpiste. A suo dire, il sequestro di Angela era una missione salvifica ordita nel solo interesse della ragazza
Prima arriveranno gli ultrasuoni, poi la pioggia radioattiva. E quando si accorgeranno di chi veramente abita questo corpo, dovremo andare a cercare un riparo, Angela. Un riparo per noi che sia schermato dalle loro sonde capta-pensieri!
Ma cos'era successo veramente in quei nove mesi trascorsi lontano da casa? Perché Angela non aveva mai gridato o chiesto aiuto? Colpa di un lavaggio del cervello, gestito a suon di droghe e torture mentali? E quanto c'entrava la violenza carnale in tutto ciò?
Angela non era più vergine, su questo non esistevano dubbi. La visita ginecologica non aveva lasciato dubbi in merito.
Purtroppo, da quando era tornata al placido paesello natio, Angela si dimostrava del tutto catatonica. Evitava con cura i suoi coetanei e si appartava, erigendo un muro tra sé e il resto della comunità. Quando i compaesani la avvistavano in giro, quelle rare volte notavano che lo sguardo di lei puntava verso l'alto, la bocca un po' aperta e gli occhi sempre lucidi.
Chissà quanta droga, quanta di quella roba che si chiama acido le hanno fatto ingoiare, recitava il pensiero collettivo di Carpeneto.
Così, due giorni prima che in America venisse assassinato Martin Luther King, Sergio Mezzanotte fu rinchiuso in una struttura psichiatrica di Pozzuoli, dove morì per setticemia nell'autunno di quelli stesso anno.
Il 1968, l'anno in cui una filosofica follia tentava la scalata al potere capitò a un filosofo folle di essere internato e ucciso in nome di una giustizia che stava diventando la tomba di sé stessa.
L'apparente complicità di Angela con il suo sequestratore e la successiva catatonia furono in parte spiegate dagli psichiatri con la cosiddetta “Sindrome di Stoccolma”
«Nel momento in cui una persona viene rimossa con la forza dal suo ambiente e confinato in una realtà ostile, si crea nella sua mente una realtà distorta», spiegò Franco Basaglia, allora direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia e già così illustre da essere intervistato su un caso di rilevanza nazionale. «La nuova realtà è governata dalla paura, che paralizza la mente. A determinarla è la dominanza psicologica di un individuo che esercita un potere mistico sulla persona che tiene in detenzione. Il rapporto tra i due diviene tale da poter essere definito 'complice' e la persona prigioniera segue docilmente il suo sequestratore ovunque lui decida di andare, senza che si debbano prendere da parte sua delle precauzioni nei confronti di un'eventuale fuga. Per un po' di tempo Angela sarà assente da quella che era la sua realtà di prima nella quale è da poco rientrata. Al di là di un terribile stress emotivo determinato anche dal fatto di non avere più ritrovato dopo nove mesi i suoi genitori in vita, il reinserimento sarà lento e doloroso. La mente e l'inconscio della ragazza, al lavoro per cancellare il ricordo degli abusi, non accetteranno di buon grado la repentina scomparsa del guru che guidava scelte e azioni della strana coppia. In un certo senso, comprensibile solo in ambito psichiatrico, Angela rimpiangerà a lungo questo signor Sergio Mezzanotte. Anche questi sono gli effetti del plagio e del condizionamento mentale.»
Angela oggi ha 61 anni e vive ancora a Carpeneto. Da sola. Non si è mai sposata. Abita in piazza, dentro la casa che fu dei nonni, una palazzina autonoma con un grande ballatoio dal quale, alla notte, si può spiare il cielo per ore.
Vive con il poco che guadagna dai piccoli lavori di sartoria effettuati per tanta gente del paese: orlo dei pantaloni, fiorellini sui jeans bucati, risvolti e normalizzazione di maniche troppo lunghe. Dopo tanti anni ormai, la gente di Carpeneto ha imparato a volerle bene, perdonandole il mutismo quasi totale con cui lei si confronta di regola con gli altri.
Lavora tutto il giorno sino alle sei e poi si prepara una cena a malapena frugale.
Quasi sempre, a eccezione di quando fa troppo freddo o piove o nevica, dopo cena raggiunge il ballatoio, si siede su una sdrucita e impolverata poltrona e punta gli occhi sopra di sé, in direzione della costellazione di Perseo.
Lei non lo sa cosa sta in effetti guardando. Ma c'è una stella che le piace più di altre. Quella che si chiama Algol, nome che in lingua araba significa “stella del diavolo”. Ovvio, Angela non può saperne nulla.
Molte volte, in primavera o d'estate, si addormenta su quella poltrona. E al mattino il risveglio è persino più dolce del solito.
Se mai qualche suo compaesano godesse del dono dell'invisibilità per ritrovarsi accanto a lei sul ballatoio durante certe notti estive, si convincerebbe in pochi secondi che la mente di Angela proprio non c'è più, finita chissà dove per colpa di un bruto che ha fatto la fine che si meritava.
Soprattutto in quelle notti limpidissime in cui è facile vedere arrivare dal cielo le piccole meteoriti luminose che fanno la gioia dei cacciatori di desideri. Perché lei, quando ne avvista una, sorride e dice una frase che non ha senso alcuno:
Non eri tu a guidare la danza. Non l'hai mai fatto, stupido illuso degli anni Sessanta.
Meglio che Angela se ne stia da sola in quelle notti.


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