Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
TAVOLO DA DISEGNO
Proprietario
Gianluca Morozzi, autore di "L'era del porco" (Guanda, 2005; TEA, 2008) e "Despero" (Fernandel, 2006; Guanda, 2007) eccetera...


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A proposito di questo oggetto...
Solo un mestiere come un altro
di Gianluca Morozzi


Lo sceneggiatore


Sotto la doccia le idee gli tornavano sempre.
Il fenomeno era inspiegabile ma collaudato: quando si piantava a metà di una storia, quando si ritrovava a fissare lo schermo bianco senza sapere come risolvere una scena o chiudere un dialogo, Claudio Volpi si alzava dalla sedia, si spogliava, e si buttava sotto la doccia. Dopo un po’, stimolato dal getto d’acqua, il suo cervello iniziava a produrre idee, a risolvere trame, a far parlare i personaggi.
Sei tavole, pensava cercando l’accappatoio, Solo sei tavole e il numero 50 è finito.
Sarebbe stato uno shock, il numero 50. Certi lettori l’avrebbero amato. Altri l’avrebbero odiato. I più sensibili avrebbero pianto.
Si rivestì lentamente, con i nodi della storia che si chiudevano nella sua testa. Tornò a sedersi davanti al computer. Sullo schermo, in alto al centro della pagina, lampeggiava una scritta:

Tavola 90

Prese un profondo respiro. Era chiaro quel che doveva succedere adesso, alle povere Laura e Margot. Era tutto chiaro.
Era l’ultimo valzer, per la moglie e la figlia di Gullivar Jones.

Da cinquanta mesi, cinquanta lunghissimi mesi, Claudio Volpi e Gullivar Jones vivevano in simbiosi. Claudio faceva la spesa pensando a come far muovere Gullivar Jones, andava al cinema e rubava delle idee per Gullivar Jones, ascoltava i discorsi in strada per inserirli nella serie di Gullivar Jones. Novantasei pagine di sceneggiatura al mese, tutti i mesi. Ormai conosceva meglio l’Ispettore Gullivar Jones di sua madre.
La serie aveva avuto successo. Un po’ per merito delle sue trame forti, dei suoi dialoghi serrati, del suo innato senso del ritmo. Un po’ per merito di Mauro Britos, che aveva disegnato la maggior parte di quegli episodi e due speciali fuori serie.
Mauro Britos era velocissimo, incredibilmente accurato, e non aveva paura di niente. Anche le scene più complicate, quelle truculente, lui le disegnava senza il minimo problema. Mauro Britos era una macchina al servizio del cervello malato di Claudio Volpi, e tutti e due erano al servizio di Gullivar Jones, eroico ispettore.
Volpi sapeva cosa aveva fatto breccia nel cuore della gente: non solo il protagonista, ma i comprimari. Il cattivo: il serial killer noto come l’Anticristo, l’unico ad aver sempre eluso l’intelligenza diabolica di Gullivar. I buoni: la moglie di Gullivar, Margot, e la figlioletta Laura. Non solo erano l’oasi di tranquillità nel sanguinolento mondo dell’ispettore, ma erano due personaggi vivi, tridimensionali, forti. Lontane, l’una e l’altra, dal ruolo stereotipato della moglie preoccupata o della ragazza ostaggio.
I lettori adoravano Laura e Margot, e adoravano l’Anticristo.
Ma il numero 50 avrebbe segnato una svolta senza ritorno per la serie.
Alla fine del numero 49, l’Anticristo aveva catturato Laura e Margot e le aveva rinchiuse in uno dei suoi rifugi segreti. Gullivar, pazzo di rabbia e di terrore, aveva perso la sua proverbiale lucidità e aveva seguito un falso indizio costruito ad arte dal maniaco. Ora aveva trovato la strada giusta per il rifugio dell’Anticristo, ma sarebbe arrivato in tempo per salvare moglie e figlia dal Pazzo Supremo?
Ebbene, la doccia aveva detto: no. Nel finale di quel tesissimo numero 50, l’Anticristo avrebbe ucciso gli ostaggi. In un modo terribile.
Sulle modalità dell’uccisione, Claudio Volpi aveva ancora qualche dubbio. Dopotutto, in quei cinquanta mesi, aveva fatto disegnare a Britos le più orrende efferatezze: aveva ficcato chiodi negli occhi, mutilato, sventrato, aveva fatto impalare un bambino lentissimamente, centimetro dopo centimetro. E Mauro aveva disegnato tutto senza battere ciglio, preciso, sistematico.
Come sarebbero morte Laura e Margot?
Sospirò. Intanto, si disse, prepariamo la scena.

Tavola 90

1
Una porta che si apre nel buio, in cima alla scala di pietra che porta alla cantina in cui sono rinchiuse Laura e Margot. Vediamo solo la mano dell’Anticristo che spinge la porta. Effetto sonoro: SKREEEEK

2
La lama di luce illumina Laura e Margot, abbracciate, in un angolo della cantina. Le vediamo in soggettiva, dagli occhi dell’Anticristo. Laura lo fissa con terrore, singhiozzando, Margot lo guarda con rabbia orgogliosa. Laura è a sinistra, Margot a destra.

Laura
Mamma ... sniff... mamma...

Margot (tre baloon)
1: Buona, amore, buona.
2: Noi non abbiamo paura di lui.
3: Noi non abbiamo paura di niente.

3
Vediamo la mano dell’Anticristo che accende la luce nella cantina.

Anticristo (fuoricampo)
Ih ih...

4
Dettaglio della bocca dell’Anticristo, deformata da un orribile ghigno.

Anticristo (due baloon)
1: «Noi non abbiamo paura di lui.»
2: «Noi non abbiamo paura di niente.»

5
Nella vignetta successiva vediamo: il volto di Laura dal naso in su, i suoi occhioni pieni di lacrime sbarrati per il terrore, che guardano qualcosa di spaventoso. Dal bordo destro della vignetta vediamo l’occhio destro di Margot, sempre fiero e risoluto, anche se bagnato da una piccola lacrima. Le due sono ancora abbracciate. Effetto sonoro:
(Mauro, qual è l’effetto sonoro di un coltellaccio sfilato dal fodero? Boh. Pensaci tu)

6
L’Anticristo, ancora ghignante, brandisce un coltellaccio lungo quanto l’avambraccio di un uomo. Fissa le sue vittime, prolungando l’attesa.

Anticristo (due baloon)
1: «Noi aspettiamo che venga a salvarci il grande Gullivar Jones»
2: «L’ispettore Gullivar Jones».


Claudio Volpi pensò Cinque tavole, ora mancano solo cinque tavole, proprio nel momento in cui entrava sua madre.
«Claudio, lo vuoi il caffè?»
«Sì, mamma, grazie» rispose lui scrivendo al centro della pagina: Tavola 91, sottolineato e in grassetto.
«Perché lo sto facendo per me. Se vuoi te lo porto.»
«Sì, grazie.»
«Sai cosa, Claudio? A me quelle cialde non mi piacciono mica. Esce una brodaglia che non mi convince per niente.»
«Usa la moka, allora.»
«Però con le cialde si fa così in fretta...»
Claudio Volpi era un professionista serissimo, una macchina da sceneggiatura. Una volta riattivato dalla doccia, niente poteva fermarlo. Nessuna distrazione.
Scrisse la scena dello sventramento di Laura e Margot intanto che discuteva con sua madre dei pro e dei contro della moka rispetto alla Bialetti.
In fondo, dopo un po’, diventava un mestiere come un altro.

Si portò alle labbra il caffè con un dubbio. Va bene lo sventramento di madre e figlia, ma occorreva una scena ancora più forte, qualcosa di peggio del bambino impalato centimetro dopo centimetro. Qualcosa di disgustoso e terribile, degno dell’Anticristo e del numero 50.
Stava per farsi un’altra doccia, ma non ce ne fu bisogno: le proprietà forse lisergiche del caffè ottenuto con le cialde gli diedero quello che cercava.
Sorrise.
Persino quel sadico di Mauro Britos avrebbe avuto pane per i suoi denti.

Dopo le interlocutorie tavole 92 e 93, scrisse:

Tavola 94

1
L’esterno della baracca. C’è una porta aperta che dà verso il bosco, la libertà.

2
L’Anticristo ghignante ai piedi di una scaletta di ferro, in cima alla quale si apre la porta di cui sopra, quella che conduce al bosco.
(va bene, Mauro, va bene, è una cantina strana, ok? È la cantina dell’Anticristo!)
L’Anticristo sta indicando la scaletta con una mano, come se fosse un mậitre che scosta la tenda per accogliere i clienti nel proprio lussuoso ristorante.

Anticristo (due baloon)
1:Va bene, signore. La vacanza è finita.
2: La porta è aperta. Siete libere.

Voci fuoricampo
Uh...uh...

3

Dettaglio dell’occhio spalancato di Laura, un occhio al di là dell’orrore, al di là di ogni possibile inferno.

4
L’anticristo ripone su una mensola un martello e una scatola di lunghi chiodi.

Anticristo (due baloon)
1: Allora? Nessuna si muove?
2: Andiamo, signore. Il tempo trascorso insieme è stato gradevole, ma c’è un padre di famiglia che vi aspetta.

5

Dettaglio dell’occhio di Margot, anch’esso sbarrato e oltre ogni immaginabile soglia dell’orrore.

6

L’Anticristo ha in mano una videocamera, ora, e sta filmando le sue vittime.

Anticristo (tre baloon)
1: Se non vi dispiace, filmerò i dettagli della vostra uscita dalla mia dimora.
2: Un ricordino.
3: Per l’ispettore.

Tavola 95

(Va bene, Mauro, ci siamo: questa è la scena più trucida che tu abbia mai dovuto disegnare in questi cinquanta, lunghissimi mesi. Peggio del bambino impalato centimetro dopo centimetro. Scatenati!)

Grande splash page.
Laura e Margot sono sdraiate come bambole rotte sul pavimento della cantina, una vicina all’altra, gli occhi sbarrati, il corpo inerte, ma ancora vive. Dalle loro pance squarciate escono gli intestini, lunghi e srotolati. Al centro esatto dei due corpi, l’Anticristo ha unito l’intestino della madre e quello della figlia con un lungo chiodo...
Ovviamente, sangue dappertutto.

Margot
Uh... uh...

Claudio Volpi si rilassò sulla sedia, compiaciuto. Il numero 50 era finito col botto, decisamente. Certi lettori l’avrebbero odiato, altri adorato. Alcuni lo avrebbero maledetto, altri venerato.
Già immaginava quella splash page terribile – madre e figlia sventrate, gli intestini inchiodati tra loro – disegnata magistralmente da Mauro Britos, con la sua incredibile cura dei particolari.
Soddisfatto, eccitato, chiuse in un minuto la tavola finale – una serie di vignette mute con Gullivar Jones assalito da inquietanti presagi – salvò il file, lo allegò a un messaggio di posta elettronica con qualche indicazione per Mauro.
E poi scese al bar.
Che il caffè con le cialde, davvero, era imbevibile.

Il disegnatore


Mauro Britos, nella sua soffitta-studio, buttava giù pillole su pillole per combattere la nausea e il mal di testa. La sera prima aveva mischiato brodaglia alcolica con altra brodaglia alcolica, e non aveva più l’età per superare certi stravizi senza conseguenze.
Della ragazza che si era portato in soffitta quella notte, non restava che un segmento di lenzuolo caldo sul suo letto. Gli aveva dato un bacio sulla guancia andando via, forse, ma lui era troppo sbronzo quel mattino per esserne sicuro.
Guardò l’ora: le cinque del pomeriggio. Si accese una sigaretta e aprì la posta.
Vediamo se Claudio ha finito quelle maledette sei tavole, pensò.
Sorpresa: c’erano.
Si lavora pure oggi, pensò Britos, mezzo accecato dal fumo.
Stampò la sceneggiatura, lesse il tutto con occhi rossi e irritati. All’inizio di tavola 94 sbuffò per il solito errorino di Claudio – prima l’Anticristo non ha niente in mano, poi ha i chiodi e il martello! – e per l’apparizione di quella scala di ferro assurda, che gli costringeva a ridisegnare parte della cantina.
Alla splash page, però, fece un sorrisino. Le budella inchiodate! pensò. Forte.
Si complimentò mentalmente con Claudio per aver ideato quel finale di episodio.
Un pugno nello stomaco, pensò, e rise da solo per il gioco di parole involontario.
Finì la sigaretta. Si alzò.
E scese in cantina.

La cantina insonorizzata era piena dell’odore di carne morta, e del pianto isterico delle due donne prigioniere, la madre e la figlia. Mauro le guardò indifferente: erano abbracciate l’una all’altra, sconvolte dalla paura. La donna adulta gli rivolse delle suppliche disperate, che Mauro Britos non ascoltò neppure.
Aveva rapito le due donne il giorno in cui Claudio gli aveva detto: Ho deciso, nel numero 50 l’Anticristo uccide Laura e Margot in un modo orribile.
Le aveva tenute lì, in cantina, pronte a far da modelle per le sue tavole, in attesa che Claudio sceneggiasse il finale dell’episodio.
Quelle due poverette non avevano idea di quale sarebbe stato il loro destino. Certo, trovarsi in catene tra resti di corpi smembrati, teschi con chiodi nelle orbite, e – soprattutto – da quel che rimaneva di un bambino impalato centimetro dopo centimetro, qualche idea approssimativa la poteva fornire.
Mauro Britos ignorò le suppliche e le grida, preparò il coltellaccio e la macchina fotografica. Doveva lavorarci bene, su quella splash page. Il numero 50 era importante, e le sue tavole dovevano essere sempre accurate. Accuratissime.
Anche se in fondo, per lui, disegnare, era solo un mestiere come un altro.









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