Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
PORTA D'ORO
Proprietario
Hector Luis Belial, autore di "Saxophone Street Blues" (Las Vegas Edizioni, 2008)


Prezzo

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1500 €
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A proposito di questo oggetto...
La porta d’oro
di Hector Luis Belial

Da quando il duca di Néqreville aveva preso il mare, la duchessa e sua figlia Thérèse visitavano il cimitero ogni martedì. Quel giorno, uscendo dal camposanto, si avvidero di una rozza figura che avanzava verso di loro. Subito la duchessa afferrò la figlia per un braccio e la tirò a sé: temeva che la bellezza di Thérèse avesse attratto l’ennesimo malintenzionato.
L’uomo che veniva avanti era il merdaiolo di Val-Canu, che si tirava dietro il suo carretto di stallatico fumante. Si era a maggio e il sole era alto; il merdaiolo intendeva ristorarsi all’ombra dei platani che cingevano il cimitero. Vedendo le signore, però, osò rivolgere loro una domanda che l’aveva tormentato durante tutto il viaggio.
«Dove siete diretto, buon uomo?» gli chiese Thérèse, con un ampio sorriso.
L’uomo reggeva il cappello a due mani, e le mosche ronzavano attorno al suo cranio glabro. «A Néqreville, madame» rispose.
«Mademoiselle!» lo corresse la duchessa, stizzita. La donna non sorrideva affatto e anzi si turava ostentatamente il naso col pollice e l’anulare.
Thérèse indicò al merdaiolo la via, ma questi non accennò a rimettersi il cappello.
«Dobbiamo andare» disse la duchessa, indicando il landò che le attendeva poco lontano.
«Mademeoiselle, perdonatemi la domanda» chiese allora il merdaiolo «è sicura, la città di Néqreville?».
«Ma certo!» esclamò Thérèse, stupita. «Perché lo domandate?».
«Ebbene, ho sentito delle voci» mormorò l’uomo, accennando con la testa al cimitero alle sue spalle. «Mi hanno detto» proseguì con timore, facendosi paonazzo «che i cadaveri, qui, vengono… ebbene… oltraggiati».
Le due donne assunsero un’espressione allibita. «Chi vi ha detto una cosa così orribile?» chiese Thérèse.
«L’oste di Val-Canu» rispose il merdaiolo.
«Infamie!» intervenne la duchessa. «È tutta invidia! Invidia per la nostra porta d’oro». Detto questo, si avviò decisamente verso la carrozza, trascinando con sé la figlia.
Di lì a poco anche il merdaiolo proseguì nel cammino attraverso le campagne. Giunse ben presto in vista del mare, e poi delle mura occidentali della città. Lì si fermò, sorpreso, davanti alla porta d’oro.
«Oè, di guardia!» chiamò il brav’uomo. Ma nessuno rispose. Il guardiano, che si chiamava Giustino, era figlio del mugnaio. Poiché aveva impegnato la notte a svolgere una consegna per conto del padre, approfittava ora del suo turno di guardia per ronfare della grossa. Il merdaiolo non poté non accorgersene, tanto forte il ragazzo russava. Così, raccolto un sasso da terra, l’uomo lo lanciò oltre le mura. Tale confetto atterrò sonoramente sull’elmo di Giustino.
«Chi va là?» urlò Giustino, levandosi in piedi, infastidito.
«Dite, è proprio d’oro, questa porta?» chiese il merdaiolo.
«Oro massiccio» confermò la guardia con orgoglio. «Dono del duca di Néqreville. Ebbene, cosa volete?».
«Vado in città, al mercato» rispose umilmente l’uomo «per svolgervi il mio gramo commercio».
«Questa porta è chiusa» rispose la guardia. «Passate da quella orientale».
«Ma signore» protestò il merdaiolo «il mercato, a quanto mi dicono, è proprio dietro questa porta. Se entro dalla porta orientale, mi toccherà di percorrere molte altre leghe, fuori e dentro la città… e, voi lo vedete, io non ho cavallo! Ebbene, non aprireste a un pover’uomo?».
«Non posso» rispose la guardia. «Per ordine del duca, da questa porta non passerà anima viva fino al suo ritorno».
«In tal caso» ribadì il merdaiolo «attenderò qui l’arrivo di milord, se non vi dispiace.».
«Ve lo sconsiglio» disse la guardia, ormai costretta a respirare di bocca «dubito che tornerà oggi».
«E quando, allora?» domandò ancora il merdaiolo.
La guardia allargò le braccia. «Egli si è imbarcato per Bisanzio» rispose.
«Ha chiuso la porta della città e si è imbarcato per Bisanzio!?» esclamò il merdaiolo, esasperato. «Il duca di Néqreville è certo un minchione!».
«Quale insolenza!» gridò la guardia. «Levate subito dalla strada quella carriola puzzolente!»
Il merdaiolo sputò a terra e girò il carretto.
Da quel giorno in avanti, il merdaiolo fu visto (e sentito) entrare dalla porta orientale e attraversare l’intero borgo per la via principale. Gli onesti cittadini, ammorbati dal lezzo del suo umile carico, iniziarono presto a vendicarsi sul pover’uomo. Al suo passaggio, gli uomini lo ingiuriavano e lo deridevano; i bambini lo bersagliavano a frombolate; le donne, dai terrazzi, gli rovesciavano in testa i pitali riempiti nella notte. Dopo un paio di settimane, il merdaiolo smise di passare per Néqreville. Giustino lo ritrovò, già cadavere, ai piedi della porta d’oro. Stringeva un grosso piede di porco, e nessun medico riuscì a capire com’era morto.
Al funerale del modest’uomo accorse l’intera cittadinanza. Alcuni si sentivano in colpa per la sua amara fine. Tutti gli altri erano soltanto curiosi di sentire cosa Padre Jean avrebbe detto sull’argomento. Alle esequie erano presenti anche la duchessa e Thérèse.
«La porta d’oro» proclamò il parroco dall’alto del pulpito «non è soltanto l’orgoglio della nostra bella città: è un simulacro dei Cancelli del Cielo, un autentico monumento alla virtù. Essendo chiusa, è vero, rappresenta un disagio per in contadini, i commercianti, i residenti di quella parte della città. E tuttavia il nostro benefattore ci ha chiesto di non aprirla fino al suo ritorno».
«Sì, basta che ritorni!» urlò una voce sguaiata, dal fondo della chiesa, accompagnata da risate più consone a una bettola che alla casa del Signore.
«Sua signoria» continuò pazientemente il parroco «è ormai assente da molti mesi, e non abbiamo sue notizie. Non sappiamo quando tornerà né dove sia…».
«In un bordello di Bisanzio!» disse ancora la voce, seguita da altrettante risate e pernacchie. «Affogato di vino e di sgualdrine!». Molti fedeli voltarono il capo alla ricerca del colpevole, ma non riuscirono a identificarlo con sicurezza. A sghignazzare, invece, erano senza dubbio i necrofori, già palesemente ubriachi.
«Menzogna!» urlò una ragazza dal capo opposto della chiesa. Era Thérèse: si era levata in piedi e, con gli occhi pieni di lacrime e le candide mani frementi di rabbia, era ascesa anch’essa al pulpito. «Mio padre è un uomo onesto e buono. È partito per i Carpazi per prendere possesso di un podere che ha colà acquistato. Tornerà, ne sono certa! E quel giorno, guai a voi!».
Tutti ammutolirono. Non erano le parole della ragazza a impressionarli: consideravano il duca di Montfort uno spietato bastardo, vizioso come pochi. La figlia, di contro, sembrava una bancarella che espone le fresche e succose mele del giardino dell’eden. E tuttavia era tanto onesta che nessuno aveva ancora avuto occasione di assaporare tali frutti.
«Avete sentito la fanciulla!» tuonò il prete, posando una mano sulla spalla di Thérèse. «Basta con queste infamie! Ora vedo che tra voi serpeggia un pensiero peccaminoso, un’orrenda tentazione: è l’anelito a varcare quella soglia magnifica, giovane, che nessun uomo ha mai violato…».
I fedeli non staccavano gli occhi dal pulpito e annuivano con convinzione, benché il loro sguardo non fosse rivolto al parroco né il loro pensiero alla porta occidentale. Il più conturbato da tanta bellezza fu Bernard, il guardiano del cimitero; questi, gobbo da un lato e zoppo dall’altro, non poté trattenersi e abbandonò la chiesa di corsa, nel bel mezzo della funzione. Padre Jean gli lanciò un’occhiata di disapprovazione. Ma anche il parroco aveva perso concentrazione nella predica. La mano che era stata sulla spalla di Thérèse era ahimè scivolata giù per la schiena della fanciulla, e navigava ormai liberamente in acque inesplorate. Thérèse, per la sua innata pudicizia, rimaneva impassibile.
«…ma la mano di Dio» continuò il prete, senza smettere la sua palpazione «ha già punito chi ha osato mettere in atto questi osceni propositi, a estremo monito per tutti noi».
La mano del parroco emerse finalmente dagli abissi e indicò risolutamente la bara del merdaiolo. Thérèse tornò al suo posto. Gli sguardi si abbassarono dunque sul miserabile feretro. Gli assi, già mezzi marci inchiodati alla bella e buona, lasciavano ampi interstizi attraverso i quali le mosche entravano e uscivano senza sosta. Era il più triste sarcofago che si fosse mai visto in Néqreville. Padre Jean lo incensò negligentemente; i necrofori, alzatisi di malavoglia, lo sollevarono e lo portarono a spalla fuori dalla chiesa. A quel punto si udì un terribile schianto, seguito da schiamazzi di varia natura.
I fedeli accorsero sulla gradinata del tempio e compresero subito cos’era accaduto: i necrofori, obnubilati dall’alcol, erano inciampati sui gradini della chiesa, la bara era caduta loro di mano. Il fragile sarcofago si era fracassato in mille pezzi, e il cadavere del merdaiolo era rotolato giù per i gradini, finendo a faccia in giù nel fango.
«Al ladro!» urlò la vedova «gli hanno rubato anche le mutande!». Era l’amara, nuda verità: la salma del merdaiolo era stata depredata perfino dei più modesti indumenti.
«È una vergogna!» protestò Giustino. «Non esiste dunque decenza?».
«Non portammo niente nel mondo e niente porteremo nell’aldilà» sentenziò Padre Jean dalla sommità della gradinata, mentre i necrofori raccattavano il morto e lo caricavano malamente su un carretto. Nessuno si curò di ricoprirlo.
«Andiamo via, Thérèse!» disse la duchessa alla figlia; e, afferratala per un braccio, la trascinò lontano dal capannello di curiosi. Al loro passaggio gli uomini si levavano il cappello e si profondevano in profondi inchini. Le due donne si diressero verso il retro della chiesa; non potevano immaginare che là le attendeva uno spettacolo di un’oscenità ancora più inqualificabile. Una visione di tale ripugnanza, infatti, che madre e figlia, pietrificate dall’orrore, non poterono né allontanarsi, né distogliere lo sguardo. La duchessa arrivò perfino, per maggior decenza, a inforcare il monocolo.
Ed ecco ciò che videro: Bernard si era infilato nel vicoletto che divideva la chiesa della sagrestia; e lì, senza rispetto per il luogo e per il tempo (si era ancora nel pieno del giorno) si era calato le brache e si era dato a soddisfare selvaggiamente i propri pruriti più animaleschi. Ma, non contento di servirsi da solo, aveva innaturalmente coinvolto la propria asina. Si era cioè dato a montare la propria cavalcatura nella maniera meno conveniente; e nel menare la foia egli non trascurava di emettere i più orribili e bestiali grugniti. Le due donne che assistevano a quel repellente sfoggio di ignoranza riconobbero subito che era proprio quella la voce che aveva osato interrompere più volte la voce del parroco. Peggio, notarono che poco a poco quei grugniti si facevano parole, anzi, una parola sola: «Thérèse, Thérèse, Thérèse…».
Udendo il proprio nome pronunciato in quell’immondo atto, la fanciulla non poté trattenere un urlo. Solo a quel punto Bernard si accorse delle due testimoni. Ma anziché riempirsi di vergogna, il guardiano del cimitero sentì accrescersi la propria eccitazione, e si lanciò all’assalto dell’asina con rinnovata foga. E terminò la sua esecuzione con un atto se possibile ancora più inaccettabile. La duchessa ebbe cura di coprire immediatamente con la mano gli occhi della figlia. Tuttavia ella non poté non vedere che il farabutto sventagliava ora pubblicamente la più privata delle sue vergogne, pavoneggiandosene.
In quell’istante Padre Jean saltò fuori dalla porta di servizio del sacro edificio. Il religioso, accecato dall’ira, blandiva una sostanziosa pertica di frassino; e la calò sul groppone di Bernard così vigorosamente da spezzarla in due. Il guardiano del cimitero, terrorizzato e dolorante, si diede alla fuga, inciampando più volte nelle proprie brache calate.
L’intervento di Padre Jean, per quanto deciso, era stato purtroppo intempestivo. Thérèse giaceva a terra in ginocchio, piangendo sulla madre, sdraiata scompostamente sulla strada. Quando il prete accorse, la povera donna era già trapassata: il suo debole cuore non aveva retto alla brutale visione di poc’anzi.
Per non alimentare lo scandalo, il funerale si svolse in forma privata. La duchessa fu seppellita il giorno seguente. Thérèse rimase tanto a lungo in ginocchio a piangere sulla tomba della madre che quando alzò gli occhi scoprì di essere rimasta sola nel camposanto. La sera la sorprese mentre ancora passeggiava senza cognizione di causa tra le innumerevoli file di lapidi. Quando Thérèse raggiunse il cancello, lo trovò chiuso da pesanti catene. Chiamò a gran voce il custode, che pure era l’ultima persona che avrebbe voluto incontrare. Ma nessuno rispose, e le urla della ragazza si persero nella notte.
Thérèse si fece tre volte il segno della croce e baciò il crocifisso d’oro che sempre portava al collo. Pochi istanti dopo, si avvide che dalla finestrella di una cripta non distante proveniva una luce tremolante. Ringraziando Dio, la ragazza corse verso il lume. Il gelo della notte le sferzava le labbra.
Thérèse trovò la porta della cripta soltanto accostata. Subito si sentì enormemente sollevata: dall’interno sentiva pronunciare ripetutamente il nome della vergine Maria. Fu tanto felice nel riconoscere la voce di Padre Jean che entrò di corsa nella cappella, dimenticando di bussare.
All’interno, si trovò davanti a una scena tanto raccapricciante da farle dubitare di ciò che stava vedendo. Al centro della piccola e oscura saletta c’era un tavolo di marmo sul quale era distesa bocconi una donna inerte, mortalmente pallida e completamente nuda. Con orrore Thérèse riconobbe la salma della madre.
Bernard, il custode del cimitero, era là. Con la mano sinistra reggeva un pezzo di cero, mentre con la destra si massaggiava impudicamente il basso ventre. Emetteva grugniti bestiali e non staccava lo sguardo dai seni della defunta duchessa, i quali sussultavano ritmicamente. Questo perché Padre Jean era intento a buggerare il cadavere.
Il religioso stava in piedi dietro la salma, e aveva sollevato la tonaca quel tanto che bastava a manovrare il proprio argano. Senza alcun riguardo per la defunta duchessa, Jean si aggrappava ai suoi fianchi e la penetrava con foga inenarrabile, vomitando, contemporaneamente, un’irripetibile sequela di insulti ai danni della morta e di bestemmie tanto inaudite quanto orrende. Quello che Thérèse aveva preso per un rosario era in verità un sacrilego e delirante turpiloquio nel quale le virtù della duchessa e quella della Santa Vergine venivano indistintamente equiparate a quelle delle più sordide e lascive sgualdrine di Francia.
Il prete e il necroforo erano così assorbiti nei loro immondi vizi che Thérèse avrebbe potuto facilmente fuggire dalla cripta. Purtroppo però la virtuosa ragazza non seppe trattenere un grido di terrore e disgusto. Subito Bernard afferrò saldamente la ragazza, senza per questo usare la mano che stringeva la candela. Il guardiano del cimitero si rivolse al prete suo complice con il più voluttuoso dei ghigni.
«Ehi, Jean! Guarda che abbiamo qui! Un’altra troietta!».
Udito ciò, Padre Jean abbandonò per un momento la sua inerte vittima e si volse verso Thérèse, esibendo sconciamente il proprio membro in tutta la sua indecente dimensione. «Il Signore ci ha premiati, questa sera!» osò esclamare quel sacerdote degenerato.
«E come la preferite, Padre?» domandò Bernard «viva oppure morta?».
«Mio buon amico» sghignazzò Padre Jean «perché limitare la scelta a un solo piacere, quando possiamo facilmente ottenerli entrambi?».
In men che non si dica l’innocente giovane fu completamente denudata e incatenata a un sarcofago. Bernard stava ora praticando la via precedentemente percorsa dal prelato, agevolandosi il cammino con del burro. Padre Jean, frattanto, aveva raccolto una frusta per cavalli e si era dato a fustigare le candide terga di Thérèse. La fanciulla piangeva e urlava di dolore, Bernard e Jean sghignazzavano malignamente.
«Altolà!» urlò a un tratto una voce virile. I due uomini si volsero verso la porta, costernati. Un figura spaventosamente bianca si ergeva sull’uscio brandendo una scimitarra.
«Un fantasma!» urlò Bernard, e si diede senz’altro alla fuga. Ma prima di arrivare alla porta fu trafitto dalla spada del nuovo arrivato, e sarebbe senz’altro morto se la lama, d’umile metallo, non si fosse piegata in due nell’impatto con le costole del malfattore.
«Chi siete voi?» urlò il prete, sgranando gli occhi.
«Sono il Cavaliere Bianco, guardiano della porta e paladino di ogni virtù!». Questa frase impressionò molto Thérèse, ma non il parroco, che aveva ben riconosciuto Giustino, il figlio del mugnaio, coperto di farina.
«Pietà, valoroso cavaliere!» disse il parroco, inginocchiandosi. Era disposto a recitare la commedia fino al ridicolo, pur di andarsene senza seccature. Dentro di sé, rideva. «Vi prego, risparmiate questo povero servo del signore!».
«Voi non siete degno di servire Iddio!» urlò Giustino.
«È vero! È vero! Ma lasciatemi vivere: smetterò la tonaca e mi arruolerò subito tra i moschettieri del Re!» spergiurò Padre Jean.
Giustino trovò la soluzione ragionevole. «Così sia» concesse. «Ma non fatevi più vedere a Néqreville! Voi e il vostro scagnozzo!».
Il prete e il guardiano del cimitero non se lo fecero ripetere due volte, e corsero al più vicino postribolo.
Giustino frattanto aveva liberato Thérèse. La giovane, ancora sconvolta, ringraziò infinitamente il sedicente cavaliere e si rivestì.
«Come sapevate di trovarmi qui?»
«Il Cavaliere Bianco sa sempre dove la virtù è in pericolo» sentenziò Giustino. Per la verità egli era stato spedito da suo padre a consegnare un panetto di burro al guardiano del cimitero. Già diverse volte Giustino aveva eseguito il curioso incarico, senza però mai rendersi conto che quel burro non veniva esattamente usato per guarnire le tartine.
«Oh, povera madre!» disse Thérèse, accorrendo al cadavere brutalizzato. «Hanno finto di seppellirla, e invece l’hanno piegata al loro immondo vizio!».
Giustino aiutò la ragazza a voltare il cadavere.
«Sembra che dorma» notò. Infatti la salma sorrideva beatamente e, contrariamente all’uso comune dei morti, aveva guadagnato un colorito pieno di salute. Thérèse si gettò sul petto della duchessa con l’intenzione di piangere lacrime amare. Ma non ne ebbe occasione. La duchessa spalancò gli occhi e saltò vivacemente in piedi.
«Madre» allibì Teresa «non eravate morta?».
«Lo ero!» rise la duchessa. «Ma ora mi sento più viva che mai, e intendo continuare ad esserlo!»
«Ma quelle canaglie…»
«Canaglie?» disse la duchessa. «La vera canaglia era tuo padre, che in tanti anni non ha mai svolto a modo il suo dovere coniugale. Addio, figlia mia!»
Senza aggiungere altro, la donna, ancora completamente nuda, corse fuori dalla cripta e saltò sul cavallo di Giustino. Stava allora iniziando a piovere.
«Ma madre, dove andate?» chiese Thérèse, costernata.
«A Parigi!» rispose la duchessa. Cavalcò infatti nella tempesta fino a Parigi, dove si dedicò con straordinario successo al meretricio. In capo a pochi anni divenne titolare di un già celebre casino che guadagnò, sotto la sua gestione, la nomea di miglior bordello di tutte le France.
Senza il cavallo di Giustino, i due giovani erano rimasti isolati nella cripta.
«Con una simile tempesta» osservò Giustino «è più saggio passare la notte qui».
Infatti un fortunale si stava rovesciando sulla città costiera. Giustino allestì un talamo di fortuna sul tavolo di marmo. Thérèse, terrorizzata dai poderosi tuoni, si strinse a lui. Quella notte l’incorruttibile Cavaliere Bianco, paladino di ogni virtù, venne meno alla sua nobile prerogativa, e non una volta soltanto. Frattanto la tempesta scuoteva la terra e rimestava gli abissi del mare.
Il giorno dopo, Giustino e Thérèse si svegliarono con il sereno. Usciti dalla cripta, si avvidero della terribile devastazione che la tempesta aveva arrecato al cimitero e alla campagna circostante: rami spezzati, alberi sradicati, tombe distrutte. I due giovani si allontanarono senz’altro dal camposanto, e si misero in cammino verso Néqreville. Giunti in vista del mare, si avvidero che la mareggiata aveva riempito la spiaggia di rottami: remi, reti da pesca, tronchi d’albero. C’era addirittura un vascello tirato in secca e mezzo rovesciato sulla battigia.
I due giovani, incuriositi, scesero al mare per vedere il relitto. Gli alberi spezzati, la chiglia frantumata, lo scafo completamente marcio e coperto d’alghe; il veliero era certo riemerso dalle profondità del mare. Più i ragazzi si avvicinavano, più l’odore dolciastro della morte, misto a quello della salsedine, pungeva loro le nari. Sulla fiancata era ancora parzialmente leggibile il nome della sfortunata imbarcazione: Salomè. Thérèse riconobbe con orrore il nome del vascello sul quale suo padre aveva preso il mare, mesi addietro.
Inconsolabile, la ragazza fuggì verso Néqreville, seguita di pari passo da Giustino. In breve arrivarono in vista delle mura orientali, e rimasero esterrefatti nel constatare che la porta d’oro era ora spalancata. Giustino intendeva attraversarla; ma Thérèse lo dissuase, ricordando la terribile sorte del merdaiolo. La stessa diffidenza affliggeva gli stessi abitanti della città; alcuni, addirittura, sostenevano che la soglia odorava di zolfo.
Giunta finalmente a casa, Thérèse si sentì mancare le forze. Le tante emozioni delle ultime ore l’avevano debilitata. Ben presto le salì la febbre e cadde in deliquio. Il dottore intervenne tempestivamente e praticò alcuni salassi, conducendo presto la fanciulla in punto di morte.
Giustino era frattanto tornato a montare la guardia alla porta d’oro, occupazione quantomai inutile, perché nessuno tra i cittadini trovava il coraggio di passare per primo la soglia. Calò la sera. Giustino stava per abbandonare il posto di guardia sopra le mura quando riuscì a distinguere una luce che si avvicinava all’orizzonte. Erano fiaccole, ma dalla luce gelida, azzurrina. Giustino rimase atterrito dalla visione. Ben presto la guardia poté udire delle rozze voci di uomini. Essi incedevano intonando canti marinareschi, sghignazzando e lasciandosi andare a ingiurie e bestemmie tanto brutali quanti gratuite. Poco dopo Giustino riuscì a sentirne anche l’odore: un puzzo di sale e morte che gli risultava familiare.
Erano una quarantina d’uomini, armati di sciabola e moschetto, e in avanzato stato di putrefazione. I volti, divorati dai pesci, erano scheletri ghignanti e barbuti, dai quali pendevano ancora lembi di pelle e carne annerita. Le vesti stracciate lasciavano intravedere ossa scarnificate e organi privi di vita. Era senz’altro l’equipaggio della Salomè, capeggiato dal defunto duca di Néqreville.
Il macabro manipolo si fermò ai piedi della soglia aurea e fece cerchio attorno al defunto duca. Alla vista di quello spettacolo raccapricciante, Giustino si appiattì coraggiosamente dietro le merlature e rimase in ascolto.
«Figli di buona donna!» esclamò il nobiluomo. «Come sospettavo, la porta d’oro è stata aperta prima del mio arrivo! Io, contrariamente ai miei concittadini, so mantenere la mia parola. Pertanto, ecco! La mia città è ora vostra. Saccheggiatela e deturpatela a vostro piacimento».
I morti viventi esultarono. A queste parole, l’impavido Cavaliere Bianco si apprestò a non dare l’allarme alla popolazione.
«Ricordate: risparmierete soltanto» aggiunse il defunto duca «le mogli fedeli e le fanciulle virtuose. Queste le porterete, intatte, al mio cospetto. E ora, andate!»
Come dei cani sciolti e urlanti, i bucanieri corsero attraverso la soglia dorata e si riversarono per le strade della città. Prendevano a schioppettate le finestre, abbattevano le porte a pedate, si infilavano nelle case degli ignari cittadini, sgozzavano gli uomini e violavano le donne, arraffavano tutto ciò che potevano, poi davano fuoco all’intero edificio e passavano all’abitazione successiva. Sembravano dotati di forza e perversioni inesauribili. Tra i cittadini, chi tentò di scappare fu impallinato senza pietà; chi cercò di difendersi, scoprì la vanità dei propri sforzi. I morti erano insensibili ai proiettili e alle sciabolate. Potevano camminare anche senza gambe e tirare di spada anche senza braccia.
Giustino assisteva allo scempio dall’alto delle mura. Non appena fu certo di non essere visto, scese per strada e, infilatosi nei vicoli meno praticati, corse verso l’abitazione di Thérèse. Il palazzo ducale era ancora inviolato, ma la ragazza era in fin di vita. Giustino corse alle stalle del duca, dove preparò un carretto e il cavallo più veloce. Depose la fanciulla priva di sensi sul pianale coperto di fieno.
Frattanto i pirati proseguivano nella loro sanguinosa sarabanda, lasciandosi dietro sangue, fuoco e distruzione. Le urla disperate dei morituri e il fumo nero dell’incendio riempivano l’aria.
Quando Giustino spalancò il portone del palazzo del duca si trovò circondato dai manigoldi. Il giovane saltò in cassetta e frustò a sangue il cavallo. I pirati rimasero travolti dagli zoccoli e dalle ruote e il carro corse per la strada in fiamme. Giustino frustava il cavallo senza pietà, cercando allo stesso tempo di evitare i cadaveri disseminati per la strada. I morti viventi lo inseguivano di corsa, urlando, bestemmiando e scaricandogli contro i moschetti. Giustino, ferito alla schiena, continuò a condurre il carretto fino alla porta orientale, dove fu bersaglio di una sostanziosa raffica di piombini. Con più metallo che sangue in corpo, il giovane morì prima di lasciare la città. Eppure il suo cadavere rimase in cassetta e il cavallo continuò a correre per tutta la notte.
Frattanto, ai piedi della porta d’oro, i pirati fecero allineare tutte le mogli fedeli e le giovani virtuose che avevano trovato in città. L’operazione richiese meno di un minuto. Altrettanto in fretta il duca si avvide che in quel numero non rientravano né sua moglie, né la figlia Thérèse. Il defunto si guardò intorno: fiamme infernali divoravano la città di Néqreville; il mattino non avrebbe trovato che un cumulo di macerie fumanti. Il duca sputò a terra e pronunciò un lungo e appassionato discorso sopra la virtù e l’onestà, parole che fallirono nel commuovere i pirati e che nessuno, in ogni modo, vive per ricordare. In seguito il duca tentò ripetutamente di togliersi la vita; nonostante l’impegno profuso, non ottenne alcun successo.
I pirati si diedero intanto a litigarsi le poche donne rimaste per allestire l’orgia finale. Il modesto baccanale durò fino al sorgere del sole. All’alba, i corpi dei morti viventi si fecero di cenere, e il vento li spazzò via per sempre.
Padre Jean e Bernard, tornati in città per recuperare i loro effetti personali, trovarono il borgo raso al suolo. L’unica costruzione rimasta in piedi era la porta d’oro. Il prete e l’ex guardiano del cimitero si affrettarono a scardinare le due ante e a portarle via su un gran carro. Bernard fuse la sua parte in lingotti purissimi, che cambiò per denaro sonante. Jean, invece, usò il metallo nobile per placcare migliaia di crocifissi di stagno, che rivendette per oro massiccio, accumulando una fortuna venti volte superiore a quella del compare.
Il carretto di Giustino venne ritrovato alle porte di Parigi. Il Bianco Cavaliere, protettore della virtù, fu seppellito in un’unica fossa assieme al cavallo. Thérèse fu fortunosamente ricongiunta alla madre; la duchessa fece curare la figlia con la stessa medicina che l’aveva riportata in vita quand’era morta. Il collaudato metodo diede i frutti sperati; infatti, recuperate le forze vitali, la giovane affiancò la madre nell’impresa da poco avviata. Il mestiere era nuovo e insieme antico, e Thérèse lo apprese magistralmente in breve tempo.
La città di Néqreville non fu mai rifondata. L’area prossima al vecchio cimitero è appestata da un inspiegabile, costante puzzo di stallatico. Là dove un tempo sorgeva la porta d’oro, monumento alla virtù, verrà ben presto aperta l’imboccatura di un’ampia galleria sottomarina; treni a vapore entreranno e usciranno a piena velocità, a tutte le ore del giorno e della notte.


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