Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
FILTRO D'AMORE
Proprietario
Federico Penza, lettore


Prezzo

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170 €
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A proposito di questo oggetto...
Grande macumba d'amore
di Federico Penza



A Lilla:
L’amore non ha legami.


Voglio il tuo amore
ed il tuo amore è vendetta
tu ed io
potremmo scrivere una pessima storia d’amore

“Lady Gaga, Bad Romance”





1.
IL BORGO DEL TEMPO PERSO


La musica che usciva dalle casse faceva tremare il rhum nei bicchieri, Valerio fece un cenno a Brigitta per farle capire che andava in bagno.
Il ragazzo si tuffò nella folla illuminata a intermittenza da una lampada stroboscopica. Riuscì ad arrivare in tempo alla porta del bagno e vomitò nel water tutti i tacos che aveva mangiato. Si diede una veloce sciacquata al lavandino, una rassettata ai capelli e ritornò nel mezzo di Bad Romance. Vagò tra le braccia danzanti in cerca di Brigitta. Ma nel posto in cui l’aveva lasciata non c’era. Si guardò intorno cercando di scoprire dove si era ficcata. Guardò in mezzo alle braccia e alle gambe che si muovevano sulle onde della canzone.
Ma lei non c’era.
Si arrampicò fino al bancone del bar. Ma non trovò che un altro bicchiere da svuotare.
La discoteca era stracolma di gente. Sarebbe stato impossibile trovarla in mezzo a tutte quelle facce. Si armò di santa pazienza e di un altro bicchiere pieno. Tenendo le mani alzate si infilò tra le giacche e le minigonne in pelle.
Le spinte della gente lo sbattevano da un lato all’altro. Più volte il bicchiere si stava rovesciando, ma come un equilibrista riusciva sempre a salvarne il contenuto.
Mentre girava per la sala sentiva delle mani che lo afferravano, che lo volevano portare in centro a ballare. La sua resistenza, anche se debole, era in grado di tenere a bada quelle braccia che lo volevano assorbire.
Svuotò il bicchiere e si precipitò al bancone. Prese un doppio bourbon. Fece di nuovo il giro della sala con gli occhi e vide, dietro un divano, sporgere la sua gonna. Si avvicinò velocemente. Quando vide che stava parlando con un altro ragazzo il bicchiere gli scivolò via.
Si avvicinò ancora per controllare che fosse davvero lei
(non poteva essere lei…)
quella ragazza seduta sul divano a parlare con chissà chi. Le mise una mano sulla spalla. Lei si girò sorridente.
«Valerio! Ma dov’eri finito? Guarda un po’ chi ho incontrato…»
Non ebbe neanche il tempo di finire la frase che Valerio si gettò sul ragazzo tenendolo per la giacca. Pugni e testate piovvero sul volto sorpreso del giovane.
Brigitta non riusciva a trattenere il braccio di Valerio. Alle spalle di Valerio comparì un tizio grosso come un lottatore di wrestling. Lo abbracciò come se volesse amarlo da dietro e lo trascinò verso l’uscita. Arrivato in cima alle scale lo scaraventò giù come un sacco vuoto.
Valerio atterrò con la faccia contro un gradino. Il sangue sgorgò copioso dal naso che sembrava avere preso una strada diversa rispetto agli occhi. Ebbe a malapena la forza di mettersi in piedi. Agitò il pugno contro il buttafuori.
«Shei uno shronso…» Mentre le parole gli si spegnevano in bocca un incisivo traballò sulla lingua.
Mentre cercava le chiavi della macchina
(porcaputtana erano nel giubbino!)
qualcuno gli mise addosso il giubbotto. Ebbe appena il tempo di girarsi, e vedere Brigitta che gli infilava il braccio nella manica, che svenne.

Arrivati al pronto soccorso, Brigitta e Marco, consegnarono Valerio agli infermieri. Uno di loro disse a Marco di aspettare, che dopo avrebbero dato un’occhiata anche alla sua faccia.
Una poliziotta li fece accomodare in un gabbiotto e gli offrì del caffè caldo.
«Nome?»
«Valerio Di Gregorio»
«Cosa è successo?»
I due ragazzi si guardarono e Marco iniziò a raccontare.
«Ecco… io sono un vecchio amico di Valerio, dei tempi delle scuole elementari. Ho incontrato Brigitta in discoteca e le ho chiesto dov’era Valerio. Lei mi ha detto che era in bagno, le dissi di sedersi insieme ai miei amici e di aspettare insieme Valerio, per fargli una sorpresa. Poi invece, appena arriva inizia a tempestarmi di pugni. Poi un tipo grosso gli è sbucato da dietro e lo ha buttato fuori.»
La poliziotta alzò gli occhi non appena ebbe finito di scrivere in quello che sembrava un registro.
«Intendete sporgere denuncia?»
Un altro sguardo tra i due ragazzi.
«Noi no.» Disse Brigitta.
«Bene, appena il vostro amico esce voglio sentire la sua versione, ok?»
I due annuirono insieme.

Dopo un’ora buona dalla porta del pronto soccorso uscì Valerio con un grosso cerotto sul naso e dei punti sul labbro. La poliziotta cercò di interrogarlo, ma lui ricordava poco di quello che era successo.

Quando i tre entrarono nella Yaris nessuno di loro disse una parola. Riaccompagnarono Marco al parcheggio della discoteca e si lasciarono senza neanche un saluto, con le facce imbarazzate di chi non sa cosa fare.
Rimasti soli Brigitta scaricò tutta la tensione in un pianto violento. Sbatteva i pugni sul cruscotto e urlava.
«Ma cosa ti è preso? Che cazzo credevi stesse succedendo?»
(la sto perdendo)
Lui non disse nulla. Guardava solo la strada corrergli incontro. Le luci dei lampioni illuminavano il viso di Brigitta colmo di lacrime. Lui digrignò i denti e pigiò l’acceleratore.
(stronza, pensavo che stessi con un altro!)
Arrivati al portone del palazzo dove abitava Brigitta lei aprì la portiera e scese in fretta. In un attimo scomparve dentro il palazzo.
La macchina aveva ancora il motore acceso. Valerio guardava il cassonetto colpito dai fari. Un gatto bianco e nero tentava di entrare dentro. Si girò verso i fari e fece una smorfia con la zampa. Valerio accelerò e scomparve nella notte.

2.
QUELLO CHE LE DONNE NON DICONO


Brigitta si fermò sulle scale che portavano all’aula di chimica. Prese il cellulare che stava canticchiando e fissò la scritta sul dispay
_______
|VALERIO|
lampeggiava.
«Mio dio… ancora!»
Premette il tasto off e continuò a salire le scale. Non fu neanche a metà rampa che la suoneria ricominciò a martellare.
Spense il cellulare e si preparò a seguire la lezione.
Mentre seguiva la lezione pensava a come poteva fare per liberarsi di Valerio. Il suo essere così violento e geloso le rendeva impossibile persino fermarsi a studiare coi compagni di corso. Però doveva trovare il modo per non farlo infuriare ulteriormente.


3.
L’ALTRA FACCIA DELL’AMORE


Valerio ripeteva in continuazione il numero di Brigitta. Ogni volta il cellulare rispondeva che l’utente desiderato non era al momento raggiungibile.
Sapeva che lei era molto arrabbiata per la sera in discoteca, ma se solo gli avesse dato il tempo di parlare, di spiegarsi
(non che ci sia tanto da spiegare…)
avrebbe potuto aggiustare le cose tra loro due. Bastavano solo pochi minuti.
E invece da due giorni non rispondeva al cellulare. La mamma diceva che non era in casa quando la chiamava al telefono. Al citofono neanche a parlarne che rispondeva il padre col vocione CHISEI? L’aveva persa per poco alla fermata della metro.
Avrebbe dovuto escogitare qualcosa di più sofisticato per incontrarla. Se solo avesse imparato gli orari dei suoi corsi universitari.
Ma ormai erano già le dieci e doveva iniziare il turno delle consegne. Si doveva sbrigare per andare a prendere il furgone della ASD, che fortunatamente era già carico.


4.
LA STREGA, LA MACUMBA E TUTTO IL RESTO


L’ultima consegna della giornata era alle spalle della stazione, in un palazzo in via Martiri Oscuri. Valerio chiese al custode se poteva lasciare il furgone davanti all’ingresso
(solo per qualche minuto)
ed entrò in un portone in legno. Salì le scale fino al secondo piano. Sul campanello, di fianco alla porta blindata, c’era scritto:
“Madame Mae De Santo”
Sicuramente era una di quelle vecchiacce senza denti che tentano di venderti pozioni e filtri d’amore. Abbassò gli occhi sulla soglia della porta e vide una linea di cenere tesa sulla soglia della porta. Provò a smuoverla con la punta della scarpa, ma nonostante l’apparente sofficità era dura come cemento.
Pigiò il pulsante del campanello e ne uscì un banalissimo DRRIIIN!
Alla porta aprì una giovane donna mulatta. Occhi neri e labbra carnose. Gli sorrise e gli fece cenno di entrare.
«Ho il furgone fuori posto, devo solo consegnare un pacco…»
La donna lo fece accomodare su un divano pieno di cuscini. Intorno, sui tavolini e sui mobili erano accese decine di candele di tutti i colori e le forme.
L’odore dell’incenso su un braciere pieno di carboni ardenti gli stordiva l’olfatto. Sentiva una musica leggera, come di arpe, venire lenta dall’altra stanza. Una stanza nascosta da un separè fatto di corde morbide, a cui erano legate bambole di pezza, cucchiai piegati e ciotole bucate.
Sentì la ragazza parlare con qualcuno. Una voce di donna disse qualcosa che non riuscì ad afferrare.
La giovane mulatta entrò nella stanza attraverso le corde morbide. Gli si avvicinò e gli indicò di andare nella stanza.
«Ma io devo solo consegnare un pacco, vedi? Basta una firma sulla bolla e scappo via.»
La ragazza gli sorrideva.
«Entra pure!» Una voce di donna, forse brasiliana, forse di qualche paese africano.
Decise che era meglio entrare e consegnare il pacco alla donna
(e ti faccio vedere che mentre perdo tempo mi attaccano la multa al furgone)
tanto la ragazza non lo ascoltava nemmeno.
Trovò la donna, una vecchia santera brasiliana, ne era sicuro, seduta ad un tavolo rotondo. Davanti alle mani della donna, poste sul tavolo, aperte, era appoggiata una bolla di vetro piena di ossa di pollo e piume nere.
«Vieni a sederti.»
Valerio si avvicinò e poggiò il pacco sul tavolo, prese una penna e si rivolse alla donna:
«Se lei mi mette una firmettina qui, le lascio il suo pacco e scappo via… ho anche il furgone parcheggiato male…»
La donna prese il pacco e lo appoggiò su un tavolino alle sue spalle. Poi firmò la bolla.
«Ora puoi sederti.»
«Ma io devo tornare al lavoro, ero qui solo per il pacco.»
La donna sorrise.
«Le strade che portano alla mia porta passano per diverse occasioni. Tu sei qui per la tua donna.»
La donna prese un osso di pollo, quello a forma di forca, e lo tenne per le estremità, con entrambe le mani.
«Ma il pacco…»
La donna tirò con forza l’osso che si ruppe esattamente al centro. Teneva nelle mani quelle che ormai erano due ossa di pollo esattamente uguali. Prese un mortaio e vi fece cadere un osso dentro. Iniziò a pigiare con un pestello di legno. Quando ebbe macerato tutto l’osso si alzò e di scatto, con un’agilità che Valerio non le avrebbe riconosciuto, tagliò una ciocca di capelli al ragazzo.
«Ma che fa?»
Il tempo che lui impiegò per pronunciare quelle parole fu sufficiente alla donna per far cadere i capelli raccolti nel mortaio e continuare a pestare.
Valerio si alzò e fece per allontanarsi.
«Tu non vuoi perdere la tua donna, vero?»
Valerio si fermò. Aveva sempre creduto che la magia nera, i riti, le fatture e tutto il resto erano solo stronzate. Ma in quel momento, in quella stanza, tutto quello che pensava sembrava non contare. Era attratto da quello che stava succedendo, voleva che quella debole speranza che la donna gli stava offrendo diventasse realtà.
«No, non voglio perderla.»
La donna gli indicò la sedia.
«Allora siediti.»
Non se lo fece ripetere.
Seduto al tavolo rotondo osservava i gesti della donna con gli occhi sbarrati.
La donna prese una boccetta, vi versò dentro un po’ dell’estratto che aveva preparato nel mortaio e mescolò con il liquido che già c’era dentro.
Agitava la bottiglietta passandosela sopra i folti capelli ricci, mormorando parole incomprensibili e lanciando urla ogni volta che la bottiglietta le passava sulla testa.
Quando si fermò affidò la bottiglietta nelle mani di Valerio.
«Stanotte a mezzanotte, porta questa bottiglietta ad un incrocio, vicino ad un fiume. Grida a voce alta
- A la nu bel fam sé Erzílí
Erzili, m'a fé nu kadò, avò u alé, Abobò!ra dentro. -
Dopo vai vicino al fiume e immergi la bottiglietta nella sua acqua. Il giorno dopo fanne bere anche solo poche gocce alla donna che vuoi legare per sempre a te. Il richiamo sarà irresistibile per lei, niente la potrà trattenere dallo stare insieme a te. Niente.»
Senza altre parole Valerio uscì dalla stanza accompagnato dalla ragazza che era comparsa all’improvviso dietro di lui. Uscendo dalla porta la ragazza gli consegnò un biglietto su cui erano scritte le parole che doveva ripetere.
Fece il viaggio di ritorno al deposito tenendo la bottiglietta sul sedile di fianco, stando attento a non prendere buche e far rompere la boccetta.

Quando il display del telefonino segnò esattamente mezzanotte urlò le parole scritte sul bigliettino, e scese sulla riva del Lambro a immergere la boccetta.
Tenne a la boccetta nell’acqua fredda per quasi un minuto e poi si allontanò guardandosi intorno sperando di non essere stato visto da nessuno che conosceva.


5.
ATTENTO A QUEL CHE DESIDERI…


Valerio riuscì a parlare con Brigitta al telefono (dopo aver impiegato vari mezzi per occultare il numero di cellulare) e le strappò qualche minuto tra un corso e l’altro per prendere un caffè insieme
(naturalmente dovette giurarle che dopo non le avrebbe dato mai più fastidio, in nessun modo)
al bar dell’università.

Lui arrivò al bar con almeno un’ora di anticipo sull’orario. Teneva la boccetta nella tasca del giubbotto. Ogni tanto la stringeva tra le mani senza tirarla fuori, per rassicurarsi che ci fosse ancora e che non si fosse rotta.
Quando Brigitta si affacciò cercandolo con lo sguardo
(sembrava sperare che non ci fosse…)
lui alzò la mano sventolandola, si sentii il ticchettio della boccetta che urtava contro il tavolo,
(speriamo che non si sia rotta!)
Valerio tastò il giubbotto sperando di non trovarlo bagnato
(ti prego, ti prego, fa che sia ancora intera!)
e fu sollevato dal trovarlo asciutto.
«Prendi qualcosa?» Si premurò lui.
«No, dai. Dimmi cosa vuoi che devo scappare.»
Lui fu spiazzato. Questo non lo aveva previsto nei suoi piani mentali.
«Ma no, dai, un succo di frutta, almeno per occupare il tavolino.»
Lei sbuffò. E sedendosi rispose che andava bene un succo al pompelmo. Solerte Valerio chiamò la cameriera e le passò l’ordinazione
«Vedi Brigitta, io sono molto dispiaciuto per quello che è successo tra di noi, credimi. Vorrei che le cose tra di noi fossero andate meglio.»
Brigitta lo guardò negli occhi sperando di scovare cosa stesse tramando. Lui teneva lo sguardo basso e si preoccupava solo di stare in guardia per quando sarebbero arrivati i bicchieri.
«Tu non cambierai mai.»
Dalle spalle di Brigitta vide la cameriera avanzare lentamente. I due bicchieri perfettamente al centro del vassoio. Le mani della ragazza lasciarono i due bicchieri sul tavolo, avendo cura di poggiarli sui sottobicchieri che aveva nel vassoio.
Gocce di condensa scendevano dal vetro. Nella tasca del giubbotto la mano di Valerio armeggiava col cellulare, il tasto di richiamata, già impostata in anonimo, fece suonare il cellulare di Brigitta, lei, prevedibilmente, si alzò scusandosi per rispondere.
«Pronto? Non sento nulla, chi sei?»
E mentre lei era voltata di spalle Valerio fece precipitare il contenuto della boccetta nel bicchiere. Lo versò tutto e nascose la boccetta giusto in tempo per quando Brigitta si rimise a sedere.
«Cosa dicevamo.»
Lui riuscì a trattenere l'emozione.
«Niente, bevi pure. Io tra poco devo andare...»
Lei si meravigliò di quanto presto si fosse rassegnato. Prese il bicchiere e ne vuotò il contenuto.
Restarono alcuni minuti in silenzioso imbarazzo. Valerio fremeva nel vedere il risultato del filtro. Lei muoveva il piede ritmicamente sulla gamba del tavolino aspettando il momento opportuno per andarsene.
Quando lei si alzò Valerio si aspettò una sua parola, un messaggio di conferma.
«Ora devo proprio andare.»
Lui strabuzzò gli occhi.
«Sì capisco.» Riuscì a dire.
«Credo che non abbiamo più nulla da dirci. Quindi evita di cercarmi, per favore.»
Lui annuì.
Lei allontanò la sedia e si avviò verso l'uscita
(voltativoltati)
e lasciò il locale senza voltarsi.
Valerio aspettò il suo ritorno seduto al tavolino per più di un'ora. La cameriera continuava a ripetergli se voleva dell'altro e lui ripeteva che stava bene così
(invece no!)
e non aveva bisogno di nulla e di nessuno. Quando la cameriera iniziò a bisbigliare alla sua collega allora Valerio capì che era ora di andarsene.
Camminò per le strade senza una meta precisa, ad ogni angolo svoltava casualmente senza pensare a dove sarebbe arrivato. Improvvisamente si fece sera e decise di rifugiarsi a casa a vedere un film.


6.
IL MOVIMENTO DELL’AMORE


Dopo che il film finì Valerio rimase da solo. In casa nessun rumore. Neanche dalla finestra si sentivano auto o altri rumori. Erano le tre di notte e il giorno avrebbe impiegato ancora molto per arrivare.
Mentre gli occhi gli si chiudevano per il sonno arrivò un sms:
VOGLIO VEDERTI
il mittente era Brigitta, controllò bene che fosse davvero il suo numero quello che aveva registrato. E rispose: QUANDO?
La risposta non tardò ad arrivare: ORA!
Lui di fretta chiamò Brigitta.
«Ciao. Volevi vedermi?»
«Sì, non riesco a resistere senza di te. Mi sento morire!»
Il pensiero che la magia avesse funzionato fu coperto dall’emozione suscitata dalle parole di Brigitta.
«Va bene, il tempo di rivestirmi e sono a casa tua.»
«Non c’è bisogno, se mi apri il portone salgo io!»
Valerio non sapeva dove andare, prese jeans e camicia e iniziò a vestirsi, intanto cercava di dirigersi al citofono senza far svegliare i vecchi.
«Ecco, ma sali senza far rumore.»
Il sussurro lasciò una macchiolina di condensa sul microfono del citofono.
Dopo pochi minuti Brigitta era già alla porta.
Con circospezione la fece entrare in camera sua. Richiuse la porta delicatamente cercando di attenuare lo scricchiolio del movimento.
Quando si girò verso Brigitta vide che era stesa sul suo lettino nuda. Lui spense la luce e si abbandonò alle sue carezze.


7.
MORIRE E’ UN PO’ MORIRE


Brigitta lo seguiva dappertutto. Aveva anche lasciato l’università per stare più tempo con lui.

La mattina appena sveglio il primo volto che vedeva era quello di Brigitta. Vassoio con caffè, latte e biscotti. Gli si sedeva vicino al letto e lo invitava a fare colazione. Giusto il tempo di andare in bagno, senza poter chiudere a chiave perché lei aveva paura che gli succedesse qualcosa e non riuscisse ad aprirle la porta in caso di pericolo, e lei gli aveva già preparato i vestiti per andare a lavoro. Salutavano la mamma di Valerio, che li guardava pensando a quanto fosse devota quella cara ragazza, e andavano insieme a lavorare.
Grazie al cielo mentre lui consegnava i pacchi lei lo aspettava quieta quieta nel furgone. E appena lo vedeva lo riempiva di baci, carezze e moine.
Ad ora di pranzo lei tirava fuori una busta che aveva nascosto chissàdove e ne prendeva due panini che aveva preparato mentre lui dormiva. Mangiavano insieme e lei gli raccontava di come sarebbe stato bello quando si sarebbero sposati e avrebbero avuto dei figli, una casa loro, una vita insieme.
Ma a Valerio già tutto quello che stavano facendo insieme sembrava insopportabile.
Un giorno, mentre erano fermi in un autogrill in autostrada Valerio si mise in mano tutto il suo coraggio e le disse:
«Senti, ma qualche sera potresti anche tornare a casa tua, i tuoi non staranno in pensiero?»
Lei lo guardò stupita, come se avesse detto una fesseria incredibile.
«Ma che dici? Il mio posto è vicino a te! Io ti amo! Sei tutta la mia vita e anche di più!
E gli affibbiò un bacio che gli tolse il respiro.
Valerio sembrò rassegnarsi a quelle parole.
«Io vado un attimo in bagno, ok?»
«Si, ti aspetto qui.»
I minuti passarono velocemente, ma Valerio non tornava. Lei andò a controllare nel bar, casomai si fosse fermato a prendere un caffè. Ma di lui non c’era traccia. Aspettò il momento in cui nel bagno degli uomini non entrava nessuno e andò a controllare tutti i bagni. Vuoti. Valerio era sparito. Le sembrò che le mancasse l’aria. Pensava a chissà cosa gli era successo, chissà quale incidente, e lei non si era accorta di nulla. Andò nel parcheggio per vedere se c’era un’ambulanza o se lui era tornato al furgone. Ma non c’era nessuna delle due cose. Si guardò intorno e le sembrava che tutto girasse, vorticasse intorno a lei. La gente le correva intorno a una velocità incredibile, e lei si sentiva immobile, non sapeva cosa fare.
Guardò dall’altro lato dell’autostrada e vide di spalle un uomo con la stessa divisa di Valerio. Fu sollevata. Allora stava bene. Voleva raggiungerlo e baciarlo per quanto era felice. Incurante di tutto corse verso il guard rail e lo scavalcò. Corse nella carreggiata e nello stesso istante un camion la centrò in pieno. L’urto fu talmente forte, seguito dalla frenata del camionista, che Valerio
(che aveva
attraversato il sottopassaggio perché il custode dell’altro bagno non lo aveva fatto entrare perché aveva appena lavato il pavimento) si girò di scatto pensando ad un tamponamento a catena che di sicuro gli avrebbe fatto perdere diverse ore nel traffico che si sarebbe generato.
Valerio riattraversò di corsa il sottopasso per cercare di andar via prima che il traffico aumentasse, ma quando entrò nel furgone si accorse che Brigitta non c’era.
«Sicuramente quella stupida sarà andata a vedere l’incidente.»
Chiuse il furgone che Brigitta aveva lasciato aperto e incustodito e si diresse verso la folla che si era formata sul luogo dell’incidente.
Nella sua ricerca visiva purtroppo Valerio non riusciva a trovarla.
«Ma sarà mica andata in bagno?»
Si avvicinò al camion che aveva una grossa chiazza rossa proprio sul muso e quando si accorse che quella a terra era proprio Brigitta svenne.

Al funerale preferì non partecipare. Il padre di Brigitta si era presentato sotto casa sua e aveva sciolto una catena tanto grande di insulti, di colpe e di parolacce che non se la sentiva proprio di vederlo. Sarebbe andato a trovarla quando le acque si sarebbero calmate. Le avrebbe portato dei fiori, avrebbe pianto un po’ sulla tomba, poi sarebbe andato via. Tutto finisce si era detto. Tutto. Anche le persone, la vita e l’amore. Forse si era illuso che l’amore non sarebbe finito mai, che avrebbe potuto imbrigliarlo con la magia. Ma sicuramente si era illuso. Certe cose non esistono. Non funzionano.
Passò il giorno del funerale chiuso in casa. Al buio. In attesa che la porta si aprisse e lei spuntasse da lì.
Quando fu sera si accorse di essere rimasto solo in casa. I suoi dovevano essere andati alla riunione di condominio, se ricordava bene.
Sentì grattare alla porta, forse era il cane dei vicini che voleva giocare. Sperò che lo portassero subito via o a fare i suoi bisogni. Ma il grattare si fece sempre più insistente. Andò ad aprire la porta immaginandosi già la scenata che avrebbe fatto. Due giri di chiave e la porta si aprì. L’androne era semibuio, ci mise qualche secondo ad abituare gli occhi. Quando poi riuscì a distinguere la figura che gli allungava le braccia verso il collo e si rese conto che non era Rolf, il cane dei vicini, fu paralizzato dal terrore.
Brigitta, con le dita scorticate da cui uscivano le ossa. Il vestito a brandelli e sporco di terriccio, da cui pendevano fili di intestino. Si sentiva un puzzo di escrementi e carne marcia. Valerio vomitò del liquido giallastro sul tappeto di ingresso. Tentò di rifugiarsi in casa ma Brigitta, o quella cosa che sembrava lei, riuscì a tenere la porta aperta. Gli afferrò un braccio e lo trascinò fuori. Lui tentò di divincolarsi, le dava pugni e calci e qualche pezzo di carne si staccava dal suo corpo. Ma la sua morsa era talmente serrata che le ossa di lei si conficcavano nella sua carne. Lo trascinò per le scale mentre lui restava in piedi a malapena.
Valerio cercava di urlare, di chiedere aiuto, ma la lingua gli si era paralizzata, non riusciva a dare suono alle parole.
Per strada lei continuò a trascinarlo fino a quando lui cadde a terra e lei lo continuava a tirare per il braccio, come un cane a passeggio. Le persone che incontravano per strada non tentavano neppure di fermarla, qualcuno diceva che doveva essere qualche pubblicità per un film di Zombi, altri affermavano che sicuramente c’era qualche festa in maschera, ormai ci siamo americanizzati, fu l’ultima frase che Valerio sentì.
Brigitta riuscì ad arrivare fino al cimitero senza essere bloccata. Passò attraverso il cancello che aveva divelto quando era uscita e trascinò il corpo di Valerio attraverso le tombe. Il viso di Valerio era coperto di lacrime e fango, ma ancora non riusciva a parlare. Aveva la schiena scorticata ed era sicuro di essersi pisciato addosso. Con tutta la disperazione che aveva si augurava che quello fosse solo un sogno, un incubo terribile da cui si sarebbe svegliato. Si maledisse per aver fatto quell’incantesimo, avrebbe dovuto lasciare le cose così com’erano. Ed ora sentiva tanta paura e dolore che non sperava più che quello fosse un sogno. Desiderava solo che quella cosa lo lasciasse a morire da qualche parte.
L’odore di fiori marci gli riempiva le narici. Poi lei si fermò, senza lasciarlo. Valerio sentiva sotto la schiena, al di là del bruciore, della terra morbida, ebbe solo il tempo di girarsi e guardò la lapide di Brigitta, c’erano ancora delle rose rosse legate vicino. Brigitta lo scaraventò nella tomba e mentre lui cercava di rialzarsi in piedi lei gli saltò addosso e lo schiacciò con la faccia contro il suo corpo putrido.
Le mani di Brigitta presero a far cadere la terra che aveva smosso su di loro. Manciata dopo manciata Valerio si accorse che sarebbe morto lì, soffocato dal suo amore.


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