Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
OCCHIALI
Proprietario
Gianluca Mercadante, autore di "Cherosene" (Las Vegas, 2010).


Prezzo

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580000 €
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A proposito di questo oggetto...
Il vigile
di Gianluca Mercadante




1.

Durante l’orario pomeridiano delle confessioni, fra le 16 e le 17:30 all’incirca, poco prima della messa serale, l’antica basilica è un involucro saturo di silenzio. Benché attorno, nel corso dei secoli, abbia preso forma l’attuale cittadina, né la contenuta estensione territoriale né il decrescente numero degli abitanti hanno sminuito il chiasso dei motori, in perenne accelerazione ai quattro semafori che ne contrassegnano il perimetro. Tuttavia, la chiesa è al salvo dai rumori.
Si ode appena appena il borbottio delle poche, attempate fedeli, sedute o inginocchiate presso le panche; la posa varia a seconda dell’intensità del dolore verso il quale chiedono grazia, ma alla loro presenza bisogna prestarci attenzione di proposito. E se, per caso, qualcuno vi mette piede, il frastuono esterno penetra insieme a lui finché una delle due porticine d’ingresso si richiude. Poi, soltanto i passi del nuovo arrivato irrompono nel torpore liquido e muto delle mura romaniche.
L’uomo diretto al confessionale si ferma ogni poco ed estrae dalla tasca del pantalone un fazzoletto di stoffa per detergersi la fronte dal sudore. Ha decisamente l’aria di uno che non solo avverte il bruciante desiderio di rivelare a un qualsiasi prete chissà quanti e quali peccati, ma tale necessità dev’essere in lui così intollerabile da spingerlo a guardarsi attorno di continuo. Perfino l’atto di tamponarsi la faccia sembra in realtà un metodo operativo teso a spiare i presenti al riparo del fazzoletto. Come se quelle nuche riverenti, e rese azzurrognole da qualche fiala colorante a buon mercato, potessero di colpo trasformarsi in creature che sarebbe prudente non invitare a cena.
L’uomo ha raggiunto il confessionale, nel frattempo, e s’inginocchia in attesa che dall’interno il prete schiuda la finestrella. Si domanda per un attimo se il pannellino che divide il confessore dal fedele sia traforato per ragioni di privacy o perché possa in qualche modo filtrare il vomito delle anime, quando ci si svuotano contro. Una specie di scolapasta verticale.
Un secco scatto lo richiama alla realtà: ora, da quei forellini, si scorge il volto del prete.
Don Salvo si segna e chiede all’uomo da quanto tempo non si confessi.
L’uomo balbetta un timido: «Non me lo ricordo, padre.»
Don Salvo rovescia gli occhi al cielo. È la solita storia, pensa, adesso dovrò restarmene qui almeno un’ora a far finta di ascoltare la perdibile esistenza di questo infedele redento. Magari uno che, fino a qualche giorno fa, credeva originale, e ideologico, staccarsi dalla Chiesa. In sé, una scelta impraticabile: basta morire e, zacchete!, la Chiesa torna a ripescarti. Mica ci vuole un miracolo, il certificato di morte è già un eccellente lasciapassare: un bel funerale coi fiocchi e della tua vita lontana dalla Chiesa e dai suoi precetti non resterà nulla.
Gente che vive senza Dio, d’altra parte, ce n’è tanta»e a Don Salvo la cosa va benissimo. Ma quelli che a un tratto un dio, bene o male, lo ritrovano, e puntualmente il prodigio accade in vista della propria dipartita (o addirittura in via preventiva, in fondo la preghiera è la risposta all’orologio biologico della terza età), beh: non li regge proprio. Fosse per lui, a certa gente concederebbe l’assoluzione solo se trovassero il coraggio di dirgli, parola per parola…
«Non sono venuto qui a confessarmi, padre.»
Don Salvo teme d’aver inteso male.
«Prego?» domanda infatti.
«Non sono venuto qui a confessarmi» ripete l’uomo, parola per parola.
Il prete rimpiange di aver investito una discreta sommetta nell’impianto di controllo video che ha installato soltanto nel suo motel. Una telecamera, una sola telecamera in più, avrebbe fatto bene a stimarla nel budget, per poi piazzarla sulla sommità del confessionale, o meglio ancora sarebbe stato nasconderne una microscopica, proprio lì, nella finestrella, tra un foro e l’altro della mascherina.
Il peccato più grande, pensa sempre lui, non è assolvere gli adulteri, che Iddio li abbia in gloria. Il peccato più grande è perdersi la vista di certe facce in certi momenti.
La tentazione di squadrare il tizio dalla testa ai piedi s’impadronisce di Don Salvo al punto che fa per uscire dal confessionale. È l’uomo a dissuaderlo.
«Dove va, padre? Non voglio che mi veda.»
«Ci conosciamo, forse?» risponde Don Salvo, che torna a sedere deluso.
«No, vengo da fuori.»
«Dunque perché dovrei restare qui, quando tu stesso, figliolo, m’impedisci di offrirti la grazia del perdono?»
La mano a coppa, Don Salvo inghiotte una risata. Stenta a credere di aver pronunciato una simile idiozia. Ma l’ilarità del prete subisce all’istante un’ulteriore e provvidenziale picchiata verso il basso: un suono breve, estraneo, tocca la mensolina sotto alla finestrella del confessionale.
«Sono stati questi a farmi perdere la ragione» afferma l’uomo, riferendosi all’oggetto che vi ha posato giù.
«Questi cosa, figliolo?» domanda il prete.
«Un paio di occhiali, padre. Nient’altro che un paio di occhiali.»
Don Salvo prende tempo. È chiaro che si tratta di un pazzo, perciò meglio assecondarlo nel suo gioco, per quanto folle prometta di diventare.
«E… beh, figliolo, vuoi dirmi almeno di che tipo di occhiali si tratta? Li usi per la vista, per il sole?...»
«Le lenti sono due comunissimi pezzi di vetro. Li ho comprati a un’asta. Un’asta particolare, padre… un’asta di oggetti stregati. Gli occhiali, questi occhiali, me li sono aggiudi…»
La tosse squassa Don Salvo fino ad annebbiargli la vista. A forza di trattenersi dal ridere, i polmoni gli hanno disobbedito, con risultati imbarazzanti.
«Scusami, figliolo…» si schermisce, nella speranza che l’altro non abbia registrato la gaffe «…ti ho interrotto sul più bello. Dicevi?»
«Lei non mi crede, padre.»
«Ma cosa vai farneticando? Io sono qui per ascoltare i tuoi peccati e assolverti nella grazia di Nos…»
«Glielo ribadisco, padre: non sono venuto a chiedere l’elemosina di nessuna grazia.»
Don Salvo legge una sorta di animosità, nella voce dell’uomo, la qual cosa gli reprime eventuali esigenze di approfondimento.
«Vediamo di chiudere in fretta, allora» dice.
«Speravo di non trattenermi oltre, infatti. Questi occhiali permettono di vedere il mondo così com’è.»
«Lo credo. È difficile che accada il contrario.»
«La sua ironia è un’offesa all’intelligenza. Anzi, mi corregga se sbaglio: l’ironia è intelligenza. Chi la pratica senza possederne un briciolo, come fa lei, la riduce a qualcosa di sciatto e di volgare. Qualcosa per buone forchette. Ecco perché fa il prete, forse.»
«Ah, davvero?...»
Don Salvo si leva i paramenti sacri dalle spalle, rabbiosamente tira la tendina ed esce dal vano.
Eccetto gli occhiali, dell’uomo non v’è alcuna traccia.
Il prete ruota su sé stesso nell’intenzione di guardarsi attorno, aguzza i sensi, ma il massimo che riesce a distinguere è il mormorio di una baciapile intenta a snocciolare il rosario, lì vicino. Pare non essersi accorta del trambusto che ha combinato lui, per sbucare fuori dal confessionale, e perciò continua a restare in ginocchio, la testa china sulle mani giunte, concava come una parentesi.
La riconosce, è una parrocchiana.
«Angelina…» la chiama. Niente da fare. Per scuoterla dal suo assetto mistico, o più probabilmente dall’abbiocco post-prandiale che deve averla sorpresa al culmine dell’adorazione, Don Salvo è costretto a scuoterla nel senso letterale della parola. Soltanto così sollecitata la donna riemerge al mondo.
«Angelina, mi scusi… Lei ha per caso visto un uomo, qui, al confessionale? È scappato via un istante fa.»
La donna sbatte le palpebre più volte, scuote il capo e torna giù.
Don Salvo si muove circospetto ancora per qualche lungo minuto, compie giri tra le navate, ma ben presto deve persuadersi all’idea che quell’uomo abbia abbandonato la basilica senza emettere il minimo rumore. Dissolto come un miraggio provocato dall’opprimente afa degli ultimi giorni.
Tornato al confessionale, agguanta gli occhiali e li fa sparire sotto la talare; la stessa mano riemerge un attimo dopo con un orologio a cipolla stretto in pugno. Segnava grosso modo le quattro passate, quando è cominciata la confessione di quell’individuo. Adesso mancano una manciata di minuti all’ora della messa serale.
O questi vecchi ingranaggi urgono al prima delle maestranze di un orefice, sta pensando, o qui l’età inizia a tirare scherzi di pessimo gusto.
Qualunque sia la soluzione dell’enigma, non può perdere altro tempo. Per quanto riguarda il pazzo: nell’improbabile ipotesi che torni a reclamare gli occhiali, o lo sfiori l’idea di riprovare a confessarsi, gliene farà passare la voglia per i successivi anni che gli restano da vivere.
Amen.

2.

Quando entra nell’atrio del motel, e vi si sofferma, Don Salvo gioca a individuare i tanti profumi sparsi nell’ampio ingresso circolare, appartenuti a corpi clandestini, di passaggio, appena usciti o appena entrati. Volge lo sguardo al soffitto, come se, oltre a illudersi di possedere un olfatto in grado di separare le singole fragranze, potesse pure rintracciarne le scie, lassù.
La volta, arcuata, ha voluto mantenerla dell’aspetto originario: quando l’attuale motel Sosta Vietata era un omonimo dancing, chiuso da molti anni fino a che lui non l’ha rilevato e ristrutturato, la reception era una delle sale principali. Erano gli anni Settanta, andavano di moda verniciature vivaci, soffitti rivestiti da materiali che li rendevano in tutto simili a enormi strobo, realizzati apposta per dilatare all’ennesima potenza gli effetti delle luci da balera di allora. Molto diverso è l’odierno canone di rifrazione, la cui fonte di luce deriva da un lampadario barocco, di sfacciato gusto kitsch. Ne accentuano la palese forzatura la nuova pavimentazione in mattonelle maculate e un bancone da bar d’epoca, riadattato per l’appunto a reception.
«Benvenuto, Don» lo saluta da dietro il banco Armando; quarant’anni e un recente passato di maggiordomo. Uomo dall’esemplare discrezione, che talvolta, in assenza di clientela, tradisce alla comparsa del proprietario. Altrimenti lo saluta e stop, tralasciando l’aggiunta di titoli nobiliari. Del resto Don Salvo, quando si reca di persona al motel, indossa abiti civili.
Il posto è situato fuori città, a circa mezz’ora d’auto, lungo la statale che serpeggia tra le campagne coltivate a riso. È in quel paesaggio netto e squadrato, dai profili geometrici, che la vecchia discoteca è rimasta immersa, a stuzzicare nello sguardo fugace dei guidatori nostalgie giovanili. Molti hanno trascorso in quelle sale devastate dal tempo una porzione di anni, di vita, che lo stesso tempo ha migliorato nel ricordo. E considerata la quantità di adulteri che Don Salvo confessa ogni singolo giorno che il Signore manda in terra, non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno, in onore dei bei tempi andati, sia entrato a curiosare, per vedere un po’ com’è adesso, il Sosta Vietata. Accompagnato dall’amante.
Ogni stanza del motel Don Salvo l’ha disegnata personalmente, scegliendo un tema, una distinta ambientazione. Nelle camere che ha fatto costruire dal nulla, ungendo chi di dovere perché chiudesse un occhio riguardo al piano regolatore e gli permettesse dunque di alzare la struttura del dancing di tre piani senza dover fornire alcuna spiegazione alle autorità competenti, il prete ha concentrato tutto l’abisso di desideri e sfizi che oltrepassano quotidianamente la grata del confessionale, fino a edificare un perfetto e seminascosto tempio consacrato alla lussuria.
Se ascolti le storie della gente, è facile interpretare le loro fantasie, intuire quale sia il bisogno e razionalizzarlo, canalizzarlo in un progetto vendibile, nonché fruttuoso. E tante grazie al patrimonio di famiglia, che in breve tornerà indietro decuplicato. In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.
Appoggia i gomiti al vecchio bancone cromato, posando a terra due pesanti borse di plastica, ricambia il saluto al receptionist e domanda se gli ospiti sono arrivati.
«La stanno aspettando, Don. Suite Royal. Desidera che l’accompagni?»
«Conosco la strada, Armando, grazie. Documenti? Lettere che dovrei vedere?»
«Nulla di urgente, Don. È tutto nel suo ufficio.»
«Bene, ci andrò più tardi. Fai buona guardia, mi raccomando.» E, così dicendo, allunga la mano e molla un buffetto su una guancia all’ex-maggiordomo.
A sinistra del banco, fatti pochi passi, c’è l’ascensore. L’attesa è breve, anche se Don Salvo si era più volte raccomandato con architetti e ingegneri, nel corso dei lavori, di rallentare il più possibile il tempo di percorrenza. L’antico specchio posto sul fondo della cabina saprebbe motivare meglio di chiunque altri le ragioni di una scelta del genere: diverse coppie iniziano a divorarsi vive già lì dentro. Per tanto, maggiore è il tempo di percorrenza dal piano terra ai piani superiori, minore sarà il numero d’indumenti che le coppie dovranno ancora togliersi da dosso una volta giunte in camera. Lui, lo specchio, le sa, certe cose. A Don Salvo invece gliele dicono, papale papale, in cambio di qualche padrenostro.
Don Salvo fissa il proprio riflesso. Alla bell’età di sessantaquattro anni è riuscito a conservare una discreta densità capillare, screziata da venature bianche, sparse con una naturalezza che potrebbe passare per studiata. C’è un po’ di pancia, e ovviamente le famigerate manigliette. Il prete se le pizzica, le sue manigliette, e sorride alla sensazione di solletico che sapeva di provocarsi.
Un attimo prima dell’arrivo all’ultimo piano del motel, si accorge degli occhiali di quel matto, rimasti nella tasca del pantalone che indossava evidentemente anche ieri. Se n’era scordato. E dire che quell’uomo è stata l’unica persona che gli abbia detto a muso duro la verità, forse l’unica mai ascoltata da qualcuno, in quasi quarant’anni di sacerdozio.
Non sono venuto qui a confessarmi, padre.
L’ascensore si arresta e una luce fredda ne investe l’interno. Il prete si rificca in tasca il paio di occhiali ed esce.
La Suite Royal è l’ultima, laggiù in fondo, al centro della parete cieca. Il tappeto rosso, come una lingua tentatrice, si srotola per tutta la lunghezza del corridoio, fino a lì. Contro qualsiasi principio matematico governi negli alberghi la numerazione delle camere, ha voluto inciderci sopra, sulla targhetta in ottone, il numero 666.
Non serve affatto che bussi. Spinge la maniglia in giù e la porta fa esattamente quello che una porta dovrebbe fare: si apre.
Ha disegnato lui, su grandi fogli, come avrebbe desiderato quella stanza, parete dopo parete. Bianco e nero; i neri squadrati, e arrotondati, pure, spaccano il bianco e fanno sì che a sua volta tracci figure, nette. I verniciatori l’hanno odiato.
L’idea del letto rosso, a forma di cuore, gliel’hanno fornita i ragazzi dell’oratorio, un pomeriggio. Passava per caso nella sala ricreazione, il prete, qualcuno aveva portato un film. Nella scena che ha adocchiato, un uomo e una donna erano visti dall’alto, stesi nudi su un letto identico a quello della Suite Royal, il letto a cui Don Salvo si è ormai avvicinato.
Seduti lì sopra, una donna. E un bambino, a dir poco celestiale. Non biondo: albino. Lo sguardo del prete si posa sulle magre caviglie del bimbetto, poi sulle braccia. Da sotto la carnagione, cerea, traspaiono le vene, l’ossatura quasi completa delle mani, delle giunture. Il viso, che il fanciullo mantiene di sbieco, è inespressivo, meraviglioso, del tutto privo di volontà.
L’eccitazione azzera la salivazione di Don Salvo, gli allaga gli occhi, al punto da commuoverlo.
Si rivolge alla donna. Ogni parola sgomita fra le mucose impazzite della sua gola, arranca fra denti, lingua e palato, per barcollare infine sull’onda di una voce divenuta opaca.
«Ho portato qualcosa. Può controllare se va tutto bene?» dice il prete.
La donna si abbassa e rovista nei sacchetti. Vi sono contenuti alla rinfusa generi alimentari che lei e suo figlio non potrebbero permettersi. Riemerge con un’espressione in volto che rivela da quali pensieri sia ora abitata. Voler il bene di qualcuno da te stessa messo al mondo implica, talvolta, accettare dei compromessi, direbbe. Ma fa troppo male.
Don Salvo interpreta correttamente i sentimenti della madre e tenta di quietarla.
«Andrà tutto bene, signora, stia tranquilla. Adesso ci lasci soli, per piacere. Potrà attendere il suo bellissimo bambino nella hall. Sono certo che Armando le offrirà da bere qualunque cosa desideri. E…»
Don Salvo caccia una mano in tasca e tira fuori un rocchetto di soldi che passa alla donna.
«…dimenticavo, cara: questi sono per le bollette, l’affitto, le spesucce varie. Siamo d’accordo?»
La madre tace. Raccoglie soldi e borse ed esce dalla stanza.
Don Salvo accarezza il volto del bambino, glielo solleva un po’. Le guance incavate, tagliate con l’ascia, le labbra esili. Avrà una decina d’anni e, a giudicare dalla magrezza delle gambette e delle braccine che spuntano dai pantaloncini corti e dalla t-shirt lisi, soffre di denutrizione da parecchio.
«La sai una cosa, piccolo? Gesù diceva ai suoi discepoli, più o meno: “Lasciate che i bambini vengano a me, essi sono gli esseri più vicini a Dio”. Tu la fai la comunione, tesoro?»
Il bambino scuote appena il capo.
«Molto male, piccino. Attraverso il santo sacramento della comunione, noi mangiamo Cristo. Ma, vedi, Cristo è ingiusto. Ci permette di mangiarlo, di prenderlo in noi, però non ci permette di entrare in Dio.»
Don Salvo sorride al bambino, come stesse per svelargli il segreto più dolce del mondo.
«L’unico modo per entrare in Dio, mio tesoro, è questo.»

Le uscite del parcheggio sotterraneo sono orientate in due direzioni. C’è un motivo, un motivo tattico: spesso le coppie arrivano al motel separate, da opposti punti cardinali. La posizione in cui l’ex discoteca è situata, rispetto alla statale, colloca quindi i possibili approdi uno a nord e l’altro a sud. Lui proviene da nord»e a nord ritorna.
Dentro la Punto, si libera degli occhiali e dell’orologio a cipolla, li poggia entrambi sulla consolle. Infilate le chiavi e posto il motore in stato di preaccensione, l’alito del climatizzatore gli ghiaccia la pelle, ma dura un secondo: finché il motore non è acceso, il gas residuo si scarica subito e la normale ventola rilascia aria a temperatura ambiente.
Il prete riprende il cipollotto e guarda che ora è. Resta un pochino così, con l’orologio in mano, la fronte corrugata. Lo allontana e lo avvicina al viso. Per scherzo, indossa gli occhiali. Niente. Le lancette ruotano su loro stesse in senso anti-orario. Il cipollotto è proprio andato. E poi il pazzo del giorno appresso non aveva detto che le lenti sono dei comunissimi pezzi di vetro?
Butta l’orologio sul sedile accanto e si osserva nello specchietto retrovisore. Gli viene in mente Clark Kent. Superman era il suo fumetto preferito, una valanga di anni fa, e gli era sempre parsa un’enorme ingenuità da parte degli sceneggiatori il fatto che, oltre a un cambio d’abiti, tra Clark Kent e Superman la differenza sostanziale la facessero gli occhiali. Nessuno sarebbe stato capace di stabilire somiglianze fra l’eroe volante, venuto da Krypton a salvare il nostro povero mondo, e il suo alter-ego. Tutto per un paio di occhiali, nella fattispecie: due pezzi di vetro. A Superman di certo non servivano affatto, per vedere meglio.
Ma forse a Don Salvo sì.
C’è qualcosa, lì dietro, sul sedile posteriore. Qualcosa che non dovrebbe esserci. Si direbbe qualcosa di morbido, di fragile, come la chioma del bimbo albino. Quella particolare vaporosità, resistente perfino al tocco delle sue mani umidicce, ora drammaticamente asciutte: il calore emesso dall’impianto di aerazione ha cessato di uscire, sostituito da un freddo brutale, che appanna i vetri.
Don Salvo si volta.
Nudo, i piedi raccolti fra le mani giunte, il mento appoggiato alle ginocchia: il bambino è lì, rannicchiato, ed è lo stesso bambino, ma qualcosa di diverso c’è.
C’è che il bambino, stavolta, lo sta guardando dritto in faccia.
Il prete spalanca la portiera, balza fuori dall’auto, rovina a terra, porta le mani al viso, fa per strapparsi gli occhiali e gli occhiali non vengono via. Neanche per idea. Più tenta di toglierseli, più le punte finali delle stanghette penetrano la carne, dietro le sue orecchie, si arpionano all’ossatura cranica. Per effetto della trazione, i naselli s’infossano nelle orbite e una quantità di capillari interni alle pupille fa il botto, inonda di sangue gli occhi del prete.
Don Salvo grida. Ancora, ancora e ancora. Tende le mani in direzione di una telecamera a circuito chiuso, sperando che almeno quell’occhio tecnologico doni lui la clemenza che l’occhio di Dio gli nega.

«Don Salvo…» lo chiama una voce.
È Armando, chino su di lui. Ha il fiatone, o forse è solo spaventato. Fatto sta: il prete ci si raggomitola contro, come una grottesca pietà.
«Gli occhiali…» farfuglia, la voce esanime «…toglimi gli occhiali…»
Armando lo sostiene con un braccio dietro alla schiena, gli tasta il polso.
«Don Salvo… di cosa sta parlando? Quali occhiali?... Lei non… non indossa occhiali, Don Salvo, cerchi di calmarsi, la prego… Cos’ha avuto?»
Il prete abbraccia ancora più forte l’ex-maggiordomo e prende a mugolare.
Armando lo culla, lo tiene stretto a sé. E rinuncia a capire.

3.

Li chiama bambini seri. Ne parla di continuo, e, si direbbe, nella piena padronanza di sé, ai medici della clinica privata dove la locale Curia l’ha indotto a ricoverarsi, prima che potesse confidare ai propri parrocchiani cosa vedeva di preciso apparirgli intorno. Confidenza che, fortuna vuole, Don Salvo ha esternato al Vescovo in persona.
I bambini seri sarebbero ovunque, secondo lui. Lo fissano, nudi, e li vede grazie a un paio di occhiali stregati di cui sarebbe entrato in possesso da un uomo scomparso nel nulla. Sempre secondo la versione dei fatti espressa da Don Salvo, questi occhiali il prete li indosserebbe tuttora e contro volontà. Dice di averli sottopelle. Dice che gli occhiali sono penetrati dentro alla sua faccia.
Quando qualcuno, più o meno testualmente, se ne esce con affermazioni simili, ed è pure un prete, ai suoi superiori tocca il triste quanto necessario compito di guidare questo soldato di Dio alla diserzione. Non una licenza premio, non una vacanza a tempo illimitato, neppure un congedo: il soldato resta soldato, ma qualora il carattere di quest’ultimo denoti importanti falle, o debolezze, va disarmato e posto in quarantena. Nel bene della comunità e del corpo mistico di Cristo chiamato Chiesa. Amen.
Le messe nella basilica sono ora servite da un altro prete, piuttosto anziano e tuttavia alle prese con tre parrocchie. Benché la Diocesi ne abbia richiesti con la massima urgenza, di preti giovani non ce ne sono. D’altronde, se è spesso stata la fame ad alimentare la fede, è fatale supporre che nell’era del consumismo non sia affatto un’impresa semplice rimpolpare le fila dell’esercito cristiano. Tuttavia, se un prete dichiara d’assistere a fantasmagoriche apparizioni di bambini, per di più ignudi, bisogna rassegnarsi alla perdita. Nella massima discrezione, possibilmente.
Il prete conosciuto come Don Salvo dunque vive, o meglio vegeta, nella stanza singola n.17 della clinica privata in cui è ospite. Escluse le urla disumane che lancia nel cuore della notte, all’apparizione dei bambini seri, come si ostina a definire il parto della paranoia ossessivo compulsiva che gli è stata diagnosticata, è un degente dalla condotta esemplare. Collabora coi medici, parla speditamente con gli psicologi ed è autosufficiente.
Non ha finora ricevuto alcuna visita esterna, a parte quella dell’avvocato assunto dai suoi famigliari, per deleghe inerenti alla gestione del Sosta Vietata.
È in una mattinata d’inizio autunno che l’uomo col fazzoletto entra nella stanza singola n.17. Lo stesso passo di quel pomeriggio in chiesa, lo stesso gesto di nettarsi l’ampia fronte imperlata di sudore. Trova il prete a riposo e non osa destarlo. Va a prendere una sedia al tavolo sotto la finestra e la mette accanto al letto, poi ci si accomoda, si rilassa contro lo schienale e attende il suo risveglio. Che non tarda ad avvenire. Quando Don Salvo riapre gli occhi, scopre subito che un uomo anziano e sudaticcio stava vegliando sul suo sonno. Qualcosa d’imprevisto accende il sorriso dello sconosciuto. Un baluginio giallo, come di una dentiera d’oro.
«Buongiorno, Don Salvo» dice l’uomo dalla bocca dorata.
«Buongiorno…» bofonchia alla meno peggio il prete, ancora assonnato «…ci conosciamo?»
«Certo…» risponde «…ci siamo conosciuti in estate, anche se non ci siamo… visti. Sono il proprietario degli occhiali, Don Salvo. Sono tornato a reclamarli, servono altrove.»
Il prete sobbalza, sta per mettersi a gridare, a chiamare qualcuno. L’uomo, per tutta risposta, gli ride in faccia.
«Andiamo, Don Salvo, stia calmo» lo rabbonisce, nel suo sorriso prezioso
«Tanto, non la sentirebbe mica nessuno. Ci troviamo in un momento di stasi temporale. Ricorda il suo orologio a cipolla? Non era guasto, come ha creduto. È stato anzi molto fortunato a possederne uno così vecchio: quel genere di orologi, sono gli unici a percepire gli scarti del tempo.»
«Cosa… cosa vuole da me?» chiede Don Salvo, in tono supplichevole. L’uomo pare ancora più divertito.
«Solo i miei occhiali, Don Salvo, nient’altro. Con lei siamo a posto così.»
«Cosa… cosa intende dire? Chi è “a posto”? Chi siete? Lei per chi lavora?»
«Non l’ha ancora capito?» chiede l’uomo, tornato a un tratto serioso e candidamente stupefatto.
Don Salvo deglutisce. La sua gola, arsa dal terrore, stenta a emettere suoni.
«Per… per Satana?»
L’uomo si sganascia dal ridere. Ha una risata catarrosa e, prima che riprenda a parlare, deve calmare l’affanno, tamponare sudore e lacrime.
«Don Salvo… lei è uno spasso, sa? Una vita passata a studiare teologia, discipline religiose… e confida in Satana! Lei è di un’ingenuità meravigliosa, me lo lasci dire.»
«Allora per chi?!... Chi l’ha mandata da me? Lei ha trasformato la mia vita in un inferno!» tuona il prete, esasperato dalla ferma allegria del proprio carnefice.
«Io sono un vigile, Don Salvo» risponde l’uomo.
«Un… che?!»
«Un vigile, ha capito bene. Intercetto trasgressori, li fermo e faccio loro la multa. O meglio: prima faccio la multa e poi li fermo. Direi che nel suo caso è più corretto quest’ordine.»
«Perché?...»
«Mi complimento nuovamente per l’ingenuità, Don Salvo. Mi dica una cosa: si è reso conto di chi sono i bambini che anche adesso vede?»
Il prete sospira a lungo, lo sguardo perso. Almeno all’apparenza. In realtà, nella stanza, le spalle al muro spoglio di fronte a lui, i bambini si stanno godendo la scena. Altroché se le conosce, quelle facce. Le conosce una a una.
«Sì» ammette, dopo una vita «Sono i bambini che ho violentato.»
L’uomo annuisce, finalmente soddisfatto del confronto.
«Esatto» dice «sapevamo delle sue malefatte, e abbiamo lasciato che continuasse a compierle. La cattiveria, vede, e perfino la violenza, trovano un posto nel disegno di colui che chiamate Dio. Ma l’opera dell’uomo va continuamente corretta, pena il fallimento del disegno stesso. Siete immaturi, Don Salvo, non possiamo lasciarvi soli neanche un attimo. È un lavoro sfiancante, il nostro, mi creda. Comunque, con lei, ripeto, abbiamo finito. E questi, se permette…»
L’uomo allunga una mano verso la faccia del prete e, senza provocargli altro dolore, estrae gli occhiali dalla carne e ne riprende possesso.
«…devo rimetterli all’asta. Ricorda? Abbiamo dei ricettatori. Individuato il trasgressore, altri membri della nostra equipe, mi passi il termine, ci procurano lo strumento adatto al tipo di sanzione imposta. Certi oggetti sono a numero chiuso, ci tocca riciclarli. E il lavoro raddoppia, perché poi vanno recuperati, rendo l’idea? In ogni caso: adesso è tutto finito, Don Salvo.»
L’uomo si alza e rimette la sedia dove l’ha presa.
«Fa sempre troppo caldo…» commenta ad alta voce, mentre si asciuga il sudore «…non esiste una stagione che, per noi, sia meno torrida, qui. Beh, Don Salvo, io la saluto. Quando ci ritroveremo, nell’infinito scorrere di ogni cosa, numerosi saranno i misteri che le verranno chiariti. Lei che pretendeva di entrare in Dio, dovrebbe apprezzare una tale prospettiva per il suo futuro.»
Ciò detto, l’uomo fa per abbandonare la stanza singola n.17. Si ferma sulla soglia, di spalle, quando il prete pone lui la domanda che spesso ha posto a sé stesso:
«Perché i bambini sono così seri?»
Si aspetta che l’uomo rida un’altra volta e, già che c’è, lo canzoni di nuovo, bollandolo per ingenuo. Invece si volta. E dice, quasi compitando le parole:
«Quelli che ha visto non sono propriamente i bambini che ha violentato. Attraverso gli occhiali, Don Salvo, ha visto solo il fantasma, la sua proiezione mentale di una loro parte. La parte di loro che lei ha ucciso per sempre.»

“Ma la vita è così spietata con colui che ha ucciso un bambino che dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa.”
(Stig Dagerman, Uccidere un bambino)






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