Antologia - Orbite vuote

Antologia

Orbite vuote
17 storie selezionate dal sito!








 

Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
MACCHINA DA SCRIVERE ANIMATA
Proprietario
Enrico Peirolo, lettore.


Prezzo

Acquista ora!


43 €
scarica racconto pdf

A proposito di questo oggetto...
Sogni pericolosi
di Enrico Peirolo


Richard Casey era afflosciato su una vecchia sedia di legno segnata dal tempo, intento a picconare le pareti del suo subconscio e a inalare gli ultimi respiri catramosi di una sigaretta morente. Nelle ultime tre ore aveva sfiorato i tasti della sua macchina da scrivere solo per cancellare e riscrivere ossessivamente aborti di frasi senza senso.
Si piegò lentamente in avanti e serrò i denti in una smorfia di disgusto. La pagina bianca era sempre lì, pronta a deriderlo con il suo desolato biancore. Strinse i pugni. Violente ondate di collera gli si riversarono dentro, riempiendo ogni cellula del suo corpo.
D’accordo, si disse, cerca di stare calmo e analizzare gli eventi con distacco. Hai quarantadue anni. Un contratto a progetto come insegnante di letteratura in una squallida scuola di provincia. Una volta credevi di poter diventare uno scrittore. Eri certo di possedere del talento e che, prima o poi, avresti avuto successo. E questo quando accadeva? Ventidue anni fa…
Il peso di tutto quel tempo lo investì con la stessa forza di una lastra di ferro. Non riusciva neppure a quantificarlo. Masticò nella mente quel numero finché non perse ogni significato.
Com’era possibile che fossero trascorsi tutti quegli anni? si chiese. Prese un profondo respiro e chiuse gli occhi. La sua mente decise di approfittarne per torturarlo ancora.
Improvvisamente si rivide ragazzo, rannicchiato in un angolo della sua camera a rileggere la stesura definitiva del suo primo racconto. Ricordava ancora cosa aveva provato.
Un tremito caldo, corroborante, gli era cresciuto dentro e lo aveva avvolto interamente.
Per la prima volta aveva avuto la sensazione di essere veramente vivo.
In quell’istante tutto gli fu chiaro. Sino ad allora si era limitato semplicemente ad esistere, un pupazzo senz’anima imprigionato in un groviglio informe di giornate sempre uguali.
Mangiare. Dormire. Lavorare. Morire. Un rituale autistico più adatto a uno scarafaggio che a un uomo. E, come lui, ce n’erano a milioni. Milioni e milioni d’individui che svendevano compiaciuti, giorno dopo giorno, l’unico vero bene che possedevano veramente: la propria vita.
E questo in cambio di che cosa? Nel migliore dei casi d’illusioni. L’illusione di possedere qualcosa, di essere migliore degli altri, di poter fare la differenza. Tutta questa fatica, solo per soffocare la vocina dentro le nostre menti che continua ossessivamente a sussurrarci: “Sei solo una nullità. Un puntino impazzito aggrappato a un lembo di terra che ruota a velocità supersonica nell’Universo”.

Buttò fuori un sospiro carico di disperazione. Ancora adesso non riusciva a capire come la maggior parte delle persone accettasse così tranquillamente di lavorare sei giorni su sette, accontentandosi di ricevere in elemosina un unico, insignificante, giorno per sé.
Come si poteva, in un solo giorno, vivere, sognare, amare? Riaprì gli occhi.
Era un fallito; un povero, inutile fallito, su questo non c’era dubbio. Il suono di quei pensieri lo nauseò a tal punto da farlo quasi vomitare. Si guardò le mani. Gli sembrarono quelle di un estraneo. Si portò i pugni tremanti sul petto e iniziò a singhiozzare convulsamente.
Mentre le lacrime gli scorrevano sulle guance, si ricordò che una volta qualcuno gli aveva detto che i sogni aiutano gli uomini a vivere meglio. Tutte cazzate, pensò. I sogni possono distruggere la vita di un uomo. Ti entrano nella carne, nelle ossa, nella mente, e, se non possiedi la forza e il coraggio per realizzarli, sono pronti a vendicarsi. Strinse le dita sino a farsi sanguinare il palmo delle mani. No, si disse, non posso arrendermi adesso. Non è ancora finita. Io ho talento.
«Ho talento!» gridò per l’eccitazione.
Si avventò sulla macchina da scrivere. Dopo qualche minuto si fermò per leggere quello che aveva scritto. Le parole ricambiarono la sua occhiata; avevano uno sguardo spento, vuoto, proprio solo di chi non possiede un’anima. Lui le seppellì sotto uno spesso strato di disgusto.
Ricominciò a scrivere. Due tasti s’incastrarono tra di loro. Digrignò i denti e prese un profondo respiro per calmarsi. Iniziò a battere più forte. La barra spaziatrice s’incrinò. Richard la colpì con violenza. Schegge di plastica si sparpagliarono sulla scrivania. Un altro errore di battitura.
Il suo volto si trasformò in un’animalesca maschera di collera. Batté un pugno sulla macchina da scrivere. I tasti s’incepparono, producendo un irritante suono metallico di scherno. Urlò.
Strappò il foglio dal rullo con tutta la forza che aveva in corpo. Candidi fiocchi di carta volarono per tutta la stanza. Si sollevò di scatto dalla sedia, i polsi sanguinanti, il volto paonazzo.
«Bastarda, ti ucciderò!» urlò isterico.
La rabbia costrinse il suo corpo a tremare. All’improvviso si bloccò; i sensi all’erta, intento ad ascoltare ogni vibrazione attorno a lui. Alla fine si risedette e tirò un sospiro di sollievo.
Fortunatamente Mary non era ancora rientrata in casa. Non avrebbe potuto sopportare un'altra delle loro liti. Rimase alcuni minuti a osservare i resti smembrati del suo insuccesso. Prima di disperdersi definitivamente nell’aria, un’ultima scossa di collera gli attraversò il corpo.
«Domani» sussurrò debolmente. «Domani scriverò qualcosa di straordinario.»


* * *

Sedeva scomposto su una sedia della cucina, ipnotizzato dalla giungla di strane forme e colori disegnata sulle piastrelle del pavimento. Mary stava finendo di preparare la cena.
All’improvviso la porta scorrevole del cucinino si aprì, e lei ne uscì con un piatto fumante in mano. Senza dire nulla, lo depositò davanti a Richard. Lui la guardò. Aveva un’aria distrutta; il volto deturpato da cicatrici di stanchezza, gli occhi ridotti a due solchi per la disperazione.
Nulla a che vedere con la giovane donna vivace che aveva conosciuto al college. Chiuse gli occhi, sperando di poter ritrovare quella ragazza in un frammento di ricordo abbandonato in qualche angolo buio della sua mente. Alla fine ci riuscì e il profumo dei suoi capelli gli riempì le narici.
Riaprì gli occhi. La visione che gli apparve davanti lo costrinse a tirare un profondo sospiro di rassegnazione. La Mary che aveva conosciuto era definitivamente morta.
Al suo posto c’era un’estranea; un tenue, fragile riflesso che si aggirava per la casa senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. Tranne, ovviamente, quando si trattava di litigare.
«Ha telefonato di nuovo David. Vuole sapere se hai intenzione di accettare quel lavoro come assicuratore. Gli ho detto che ci avresti pensato» disse Mary distrattamente.
«Hai fatto male» replicò lui, senza alzare la testa dal piatto. «Ce l’ho già un lavoro.»
«Sai bene che con il tuo stipendio da insegnante non possiamo andare avanti. Non se vogliamo avere un bambino. Senza contare che sono sette anni che lavori in quella scuola e ancora non ti hanno assunto a tempo indeterminato. Se non dovessero rinnovarti il contratto, resteremmo senza niente. Il lavoro di David, invece, è sicuro…»
«Ti ho già detto che non lo accetterò» tagliò corto lui.
Alzò per un attimo il viso e incrociò il suo sguardo. La osservò a lungo, sforzandosi di scovare una sfumatura di affetto attraverso le pieghe della sua espressione.
Tutto quello che trovò, fu solo stanchezza.
«Inoltre» aggiunse «ti ricordo che ho anche un secondo lavoro.»
Mary si rifugiò dietro un sorriso pieno di amarezza.
«Certo, che stupida sono… Dimentico sempre che ho sposato un grande scrittore» lo sfotté lei.
«Vedrai che prima o poi riuscirò a scrivere qualcosa di grandioso» disse Richard, facendo finta di non accorgersi del tono canzonatorio di Mary.
«È da quando avevi vent’anni che scrivi e fino ad ora sei riuscito ad ottenere soltanto una misera pubblicazione su una rivista del tutto sconosciuta. E questo è accaduto tre anni fa.»
«Tutti i più grandi scrittori hanno iniziato così. Devo soltanto avere un altro po’ di pazienza» ribatté lui, accendendosi una sigaretta.
«Pazienza? Credi forse che tuo figlio avrà pazienza quando non avremo i soldi per sfamarlo?»
«Ecco, lo sapevo! Devi sempre fare la melodrammatica! Per te è tutta una fottutissima tragedia greca, vero?!»
Una vampata di rabbia improvvisa lo fece sussultare. Sbatté un pugno sul tavolo.
Il dolore gli s’insinuò tra la carne come un serpente.
«Inoltre, se il lavoro di David è così dannatamente meraviglioso, per quale motivo me l’ha offerto senza voler nulla in cambio?! O forse ha già ricevuto la sua ricompensa?! Hai dovuto fargli un pompino per ripagargli il favore?! Oppure ti sei fatta sbattere come una cagna in calore?!» sbraitò Richard, il volto paonazzo e madido di sudore.
Mary restò a fissarlo immobile, senza reagire.
«Patetico. Sei solo un patetico, piccolo uomo» sussurrò con un ghigno disgustato in faccia e un filo di voce nella gola.
Prima che la sua immagine sparisse definitivamente dietro la porta, Richard la vide asciugarsi le lacrime dal viso. Una voce dentro di lui gli ordinò di rincorrerla, abbracciarla e sussurrarle dolcemente all’orecchio che tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi.
Invece, tutto quello che riuscì a fare fu urlare. Urlare contro se stesso, i suoi sogni, i suoi fallimenti. Più tardi quando, quella notte, Richard Casey si rigirò nel letto e sentì i singhiozzi sommessi della moglie, si sentì scuotere da un brivido incontrollato.
Fu lì che giurò a se stesso che non avrebbe scritto mai più.

* * *

I mesi passarono e Richard sembrò abituarsi a quel nuovo stile di vita. I primi tempi, quando la mente era ancora invischiata nel sonno e attendeva lentamente di risvegliarsi, una parte di sé lo costringeva a pensare a tutto quello che aveva abbandonato, al suo squallido ufficio da assicuratore, alla massa infinita di idioti con cui avrebbe avuto a che fare per tutta la giornata.
Spesso aveva risentito gli artigli della rabbia di un tempo stridere lungo le pareti della sua mente, e allora era stato costretto a sedersi, respirando lentamente nel tentativo di interrompere i propri pensieri. In quei momenti rimaneva immobile, con il cuore che gli batteva nel petto come i rintocchi di una campana impazzita, il volto deformato da rughe di dolore.
Poi, con il passare degli anni, anche la rabbia affogò dentro il fango della monotonia di ogni giorno. Si dimenticò della sua vecchia vita. Si dimenticò degli scatti d’ira.
Si dimenticò persino dei suoi sogni. Intanto il tempo passava. Gli scivolava addosso senza che lui se ne rendesse realmente conto. Finché le parole, i personaggi e le storie che riposavano dentro di lui, non morirono definitivamente. Solo allora Richard Casey provò un indefinito senso di malessere. Era seduto in cucina a sorseggiare del caffè. All’improvviso le mani tornarono a tremargli. La tazzina cadde a terra e si scompose in una pioggia di cristallo. Lui si chinò per raccogliere i frammenti sparsi sul pavimento. Una fulminea scarica di dolore lo fece sobbalzare.
Accese la lampada del cucinino e si controllò le braccia. Un piccolo rivolo di sangue gli scorreva da sotto il palmo della mano sinistra. Un brivido gelido lo attraversò.
Il suo sguardo avanzò esitante lungo le superfici della cucina, sul tavolo, sulle sedie, sui cassetti, sulle finestre che lasciavano entrare gli ultimi bagliori del tramonto.
Iniziò a respirare affannosamente. Le pareti di quella casa gli sembravano opprimenti, sconosciute. La sua mente gli intimò di uscire. Arrivò sino alla porta. Un ticchettio irritante lo bloccò. Guardò per terra. Era il suono del suo sangue sul pavimento. Con uno slancio di rabbia entrò nel bagno e aprì l’armadietto dei medicinali. All’interno, un’unica confezione di aspirina lo osservò con un’espressione di profonda solitudine. Lui ricambiò lo sguardo con un ghigno rabbioso e sbatté rumorosamente lo sportello. Di colpo, un pensiero illuminò la sua mente.
L’armadio nella stanza degli ospiti! pensò. Sicuramente lì dentro troverò qualcosa per medicarmi. Mentre saliva le scale, sentì il calore appiccicoso del sangue scorrergli sulla pelle.
Aprì l’armadio con una smorfia di dolore sul volto. Il vuoto sconfinato degli scaffali gli fece borbottare sommessamente una bestemmia. Istintivamente il suo sguardo fu attratto da una strana forma scura, avvolta in una spessa corazza di vecchi giornali ingialliti. La curiosità gli intimò di scoprire di che cosa si trattasse. Richard decise di accontentarla. Non appena si avvicinò, una goccia di sangue sgorgò fuori dalla ferita e cadde sul pavimento. La sagoma nera sussultò; un fremito caldo, affamato, simile al respiro di un predatore nascosto nell’ombra.
«Chi è? Sei tu, Mary?» chiese alle tenebre che lo circondavano.
Silenzio. Poi il rumore si fece più forte. Richard si avvicinò per ascoltarlo meglio.
Una calma assordante inondò le sue orecchie. Restò fermo, ad ascoltare nel buio il suono del suo respiro affannato. È ridicolo. Sembro un bambino di cinque anni, terrorizzato dalle ombre di una cantina. Probabilmente è soltanto un aggeggio elettrico ancora funzionante.
Dentro la sua mente, la ragione si diede da fare per spazzare via qualunque traccia di timore. Eppure, dall’interno delle più oscure profondità della sua psiche, una piccola voce continuava a urlargli di fuggire. Quei suoni, diceva, non avevano nulla di umano; qualcosa di antico e terribile sembrava nascondersi in quell’oggetto. Lui non le diede retta e la rinchiuse dietro la porta della sua razionalità. Mentre liberava quell’oggetto misterioso dalla sua prigione di carta, dovette ricorrere a tutta la sua determinazione per convincersi che le sue mani non stavano tremando.
A metà dell’opera, il gemito sommesso ricominciò. Richard cercò di andarsene, ma le sue mani lavoravano da sole. Ormai quel lamento lo attraeva perversamente verso di sé. Con gli occhi sbarrati, la schiena madida di sudore, stracciò il primo involucro. Poi il secondo. Il mormorio divenne più forte. Le pupille di Richard si spalancarono come una ferita aperta. Rimaneva un ultimo strato. Chiuse gli occhi e stracciò furiosamente i fogli di giornale. Quando gli riaprì una piccola lacrima gli scivolò sul viso. Davanti a lui c’era la sua vecchia macchina da scrivere.
«N-non è possibile. L’avevo buttata» balbettò, impietrito.
Allungò una mano verso quel figlio metallico che aveva amato e odiato così tanto.
La lampadina del lampadario scoppiò in un pop stridulo. Il buio s’impadronì della stanza. Le pupille di Richard si trasformarono in due cerchi neri ricolmi di terrore, e il cuore iniziò a tuonargli dentro il petto. Allungò una mano davanti a sé e sfiorò la macchina da scrivere.
D’istinto la distolse con un gemito. Sopra l’unico foglio inserito nel rullo, stava scivolando una sostanza viscida e grumosa. Richard portò un dito alla bocca e la assaggiò.
Urlò, ritraendo di scatto la mano. Sangue! L’intera pagina era ricoperta di sangue!
Si alzò in piedi con un gemito. Non poteva essere vero. Doveva essersi certamente sbagliato a causa del buio. Cercò di abituare gli occhi all’oscurità; infine toccò di nuovo la pagina.
Del sangue non c’era traccia. Grugnendo di soddisfazione, diede un calcio alla massa informe di carta che giaceva sul pavimento. Era stato veramente un idiota a credere a una sciocchezza del genere. Erano ben altre le cose di cui avrebbe dovuto aver paura.
Prima fra tutte, la reazione di sua moglie. Si ricordava perfettamente il momento in cui aveva buttato nell’immondizia la macchina da scrivere; quindi, l’unica ragione per la quale quell’aggeggio diabolico si trovava ancora davanti ai suoi occhi, era che Mary aveva deciso di recuperarla e nasconderla nell’unico posto della casa in cui sapeva che lui non sarebbe mai andato a controllare.
Ma per quale motivo l’aveva fatto? Non ne aveva la più pallida idea. L’unica cosa di cui era certo, era che conosceva Mary abbastanza bene per sapere con ragionevole certezza che gli avrebbe tenuto il broncio per mesi, se avesse saputo che aveva scoperto il suo piccolo segreto.
Sbuffò con rassegnazione. Nella prossima mezz’ora lo avrebbe atteso una difficile missione: tentare di battere il tanto famigerato sesto senso femminile. Cercò a tentoni la maniglia della porta.
Un chiarore bluastro trafisse l’oscurità. Lui si voltò. Una mano gelida gli ghermì lo stomaco.
Sul foglio comparvero alcune lettere color rosso fuoco.
Un potere oscuro e alieno lo costrinse a sillabarle.
«R-I-C-H-A-R-D C-A-S-EY» sussurrò paralizzato dal panico.
Per l’ennesima volta in quella giornata, la sua mente gli urlò di scappare. Lui non riuscì a farlo. Rimase lì, immobile, stordito dalla paura, le gambe pesanti come piombo, la gola che andava su e giù in un selvaggio valzer di terrore. Chiuse gli occhi.
L’oscurità gli riempì la mente, ma non riuscì a coprire quella scritta.
«Basta!» urlò, la voce ridotta a uno squittio stridulo e spaventato. «Chi sei? Dove ti nascondi?»
Tra le ombre si sentì il suono di un respiro gelido, irregolare. Richard affondò i denti nella tenera carne del labbro inferiore. Una piccola goccia di sangue sgorgò fuori e gli cadde sulle scarpe.
Accucciata nell’angolo, la macchina da scrivere vibrò ancora, fremente di desiderio.
Poi, dalla sua fredda bocca di metallo, fuoriuscì una voce putrida, gorgogliante.
«Richard…» sussurrò la voce.
Nell’oscurità, Richard Casey cominciò a singhiozzare.
Perché mi hai abbandonato? Io ti sono sempre stato vicino. Ti ho protetto, accudito e servito. Insieme abbiamo sofferto, gioito, sognato. E ora… ora tutto questo è finito per colpa di una sudicia sgualdrina.
«Chi sei? Che cosa vuoi da me?» chiese Richard, piagnucolando.
Una risata crudele esplose nella stanza. Richard sobbalzò.
«Chi sono? Sei sicuro di non saperlo? O questa è solo un'altra delle tue patetiche scuse per non affrontare la realtà?» sogghignò la voce.
«Non ti conosco! Voglio solo che mi lasci in pace!»
«Molto bene… Se ti ostini a non voler capire, allora sarò proprio costretto a rivelarmi. Sei pronto?»
Nell’abisso di tenebre che stava alle sue spalle, Richard avvertì il suono di una risatina crudele. Uno scintillio flebile, come quello di due carboni accesi, illuminò sinistramente la stanza.
D’istinto, lui si girò per osservare la cosa che gli stava per arrivare incontro.
Per alcuni secondi smise di respirare. Osservò la creatura che gli stava davanti. Aveva il corpo bianco, liscio, ricoperto di graffi. La bocca, un taglio rigido e ghignante stretto in una livida linea d’odio, lasciava scoperte gengive violacee e una fila informe di denti marci. Gli occhi erano imprigionati in due fessure nere, cariche di rabbia e follia. Richard urlò. Indietreggiò fino al punto in cui era convinto si trovasse l’uscita. Le dita tremanti annasparono per qualche minuto come due gattini appena gettati in un fiume. Alla fine si arresero. Della porta non c’era più traccia.
Al suo posto, ora c’era solo un’oscurità vuota e disperata. Richard crollò a terra e giacque nel buio con gli occhi ricolmi di lacrime. Nella sua mente riecheggiava ancora la voce stridula e terribile di quell’essere. Girò la testa e sentì il suono dei suoi passi che avanzavano nell’ombra.
Non è reale, si disse. Tutto questo non è reale. Si tappò le orecchie sino a farsi sbiancare le dita. La voce tornò a tuonargli dentro.
«È tutto inutile. Non puoi sfuggirmi. Io sono dentro di te.»
«Lasciami stare! Sei solo un’illusione della mia mente!» singhiozzò lui.
Dita ghiacciate emersero dalle tenebre e gli artigliarono i polsi. Lui emise un grido strozzato e respirò la sua stessa paura.
«Un’illusione?! Se fossi un’illusione, potrei fare questo? Possibile che tu non abbia ancora capito? Io sono qui per aiutarti!»
Richard cercò di divincolarsi dalla stretta.
«Lasciami» piagnucolò. «Non ho bisogno di te!»
«Sì, invece! Hai bisogno che ti liberi da lei e da tutte quelle persone che si ostinano a imprigionare il tuo genio!»
«C-cosa stai dicendo? Non ti capisco. Di chi parli?»
Da qualche parte, nell’oscurità liquida della stanza, Richard avvertì muoversi qualcosa.
Pochi istanti dopo si ritrovò disteso sul pavimento; una massa confusa di dolore, scaraventata a terra da una forza invisibile.
«Bugiardo!» urlò la creatura. «Sai benissimo di chi sto parlando! Mary! Quella lurida vacca ti ha addomesticato come un cane! Ogni giorno che passa, ruba un po’ del tuo talento! Si nutre di te! Dei tuoi sogni. Dei tuoi pensieri. Del tuo destino. Non è altro che uno schifoso parassita! E come tutti i parassiti va eliminato. Ma non ti preoccupare: ora che mi hai liberato ci penserò io a guidarti. Insieme faremo ritornare tutto come prima.»
Richard rimase paralizzato a tremare convulsamente, rigandosi il viso con le unghie.
All’improvviso la creatura emise un sibilo rabbioso e gli si avventò addosso. Lui si raggomitolò su stesso. Non appena vide la sagoma nera di quell’essere, balzò in avanti e la colpì con un pugno. Nella stanza risuonò un urlo; un gorgoglio strozzato, simile al lamento disperato di un animale morente. Braccia possenti guizzarono sulle mani di Richard.
Lui cercò di liberarsi. Fu tutto inutile. Ormai era diventato una marionetta mossa dai fili di un burattinaio ubriaco. Chiuse gli occhi.
«Guardami!» urlò la creatura. «Osserva bene la mia faccia!.»
Un odore di carcassa putrefatta investì in pieno le sue narici. Non aprire gli occhi, urlò a se stesso. Qualunque cosa succeda, non aprire gli occhi. Una voce lontana, familiare, s’insinuò dentro di lui e gli ordinò di guardare. Richard le obbedì e vide… Vide il volto senza forma della creatura modellarsi in una voragine di tenebra desiderosa di divorarlo. Vide la carne fremere, il sangue e i nervi sotto la sua pelle, ribollire sino a confondersi. Vide gli occhi contorcersi in uno spasimo folle e furioso. Mentre la creatura continuava a cambiare forma e ad aumentare e diminuire di volume, nell’aria risuonava una sinfonia perversa di ossa rotte e tendini spezzati.
Richard avvertì che ogni singolo frammento della sua psiche stava per frantumarsi contro l’orrore puro, incontrollato, di quegli attimi. Poi la creatura lo liberò dalla sua stretta, barcollò in avanti, spalancò la bocca in un grido senza suono e piombò per terra. Richard emise un rantolo soffocato e vomitò. Nella stanza si diffuse un silenzio inquietante. Il corpo bianco e freddo della creatura si alzò da terra. I suoi occhi senza vita lo osservarono e lui si sentì precipitare in un’oscurità senza fine. Al posto di quell’orrido essere, ora c’era l’esatta immagine di se stesso.
«Ora hai capito? Siamo uguali. Dividiamo la stessa carne, lo stesso sangue, lo stesso spirito, gli stessi sogni…»
Richard iniziò a gemere. La sua mente si appigliò alla speranza come un naufrago all’ultimo frammento della sua nave. Dio, aiutami, pensò. Aiutami a uscire da questo incubo.
La creatura si avvicinò e gli toccò teneramente una guancia. Lui rimase immobile, con le lacrime che gli scendevano sul viso.
«Dio? A che cosa ti serve Dio? Tu hai già me. Per essere felice devi solo seguire i miei consigli. Lo farai?»
Richard scosse la testa. Le mani della creatura scattarono sulla sua fronte. Il dolore colpì il suo cervello come una secchiata di acqua gelata. Ogni singola cellula del suo corpo fu trafitta da mille aghi infuocati. La creatura proruppe in una risata beffarda e lo osservò mentre si rotolava a terra, le mani chiuse attorno alla testa, la bocca piena di saliva e sangue.
In preda alla disperazione, Richard cercò di respirare. Non ci riuscì. Il panico lo perforò da parte a parte. Quell’agonia durò ancora per alcuni secondi, finché non pensò al corpo sbudellato di Mary, alla sua carne bianca e fresca appesa a un gancio, al dolce sapore del suo sangue.
Di colpo il dolore sparì. La creatura gli si buttò addosso, gli tirò su la testa afferrandolo per i capelli e gli leccò il sudore che gli colava dalla fronte, assaporandolo con gusto.
«Ottimo» sibilò. «Vedo che hai già capito come funziona. Pensavo che avrei dovuto infliggerti molto più dolore per costringerti a pensare a quelle cose. Carine, non c’è che dire. E sono solo un piccolo esempio di quello che faremo alla tua bella mogliettina.»
Richard alzò gli occhi e fissò la creatura. La vista del suo sorriso perverso fece risvegliare tutta l’ira sopita dentro la sua mente. Anche se l’essere che gli stava davanti aveva il suo stesso volto, si ritrovò a pensare a quanto sarebbe stato bello squarciarlo.
Immediatamente il dolore ricomparve e lui crollò a terra, ansimando.
«Oh, dimenticavo di dirti che, tutte le volte che penserai anche solo per un istante di farmi del male, stimolerò i centri del dolore del tuo sistema nervoso. Quindi, se vuoi che le tue sofferenze finiscano, devi eseguire i miei ordini. Va bene, piccolo mio?»
«S-sì» rispose Richard, cercando di non svenire.
Il dolore si attenuò nuovamente.
«C-chi sei? Perché mi fai questo?»
Gli occhi della creatura si accesero di una luce rabbiosa.
Afferrò Richard per il collo e lo sollevò sino a guardarlo dritto in faccia.
«Idiota! Chi sono?! Ancora non hai capito chi sono?! Io sono te! Quella parte di te in grado di scrivere opere immortali! Insieme potevamo creare mondi grandiosi e fantastici. Personaggi così intensi da sembrare più vivi di qualsiasi persona reale. Trame tanto complesse da far sbiadire la vita più avventurosa. E invece, adesso, quando moriremo, scompariremo nel nulla assieme ad altre milioni di mediocri esistenze... Ma, forse, siamo ancora in tempo per rimediare. Gli anni che ho trascorso a osservare quella lurida sanguisuga nutrirsi del nostro talento, mi hanno fatto capire che esiste un solo modo per tornare liberi.»
«C-che cosa devo fare?» chiese Richard in un sussurro strozzato.
«Uccidila! Dilania il suo corpo e fai uscire i sogni che ti ha rubato!»
«No!» piagnucolò Richard. «Non farmi fare una cosa del genere.»
«Oh, certo che la faremo. È il tuo destino, ed io ti aiuterò a compierlo.»
La creatura si avvicinò e gli sfiorò una tempia. Richard si piantò le unghie nella carne. Ogni muscolo del suo corpo strillava di porre fine a quella sofferenza. Dentro di sé promise che non avrebbe dato a quell’essere la soddisfazione di sentirlo urlare. La creatura sorrise e aumentò la pressione. La stanza risuonò delle grida strazianti di Richard. Il dolore saccheggiò ogni brandello della sua mente, costringendola a dimenticare ogni cosa. Richard sentì la propria volontà esplodere in tanti, piccoli frammenti di disperazione. In quel preciso istante, capì di essere stato sconfitto.
Giacque per terra, esausto. Ormai non riusciva neppure più a piangere.
Un’ultima scarica di dolore lo fece sobbalzare in avanti, e lui si ritrovò davanti al viso della creatura. Lo osservò. I suoi occhi, due cavità nere senza fondo, erano colmi di lacrime.
Sentendo il suono affannato del suo respiro, Richard comprese che anche lui doveva aver provato quello stesso dolore straziante. Improvvisamente gli ritornarono in mente le sue parole.
Erano davvero un unico individuo. Quel mostro doveva aver sempre abitato dentro la sua anima. E, se le cose stavano così, non c’era nulla da fare per opporsi. È impossibile combattere contro se stessi, pensò. La creatura si accasciò accanto a lui, baciandogli dolcemente il collo.
«Ora hai capito? Se non ti è bastato, possiamo provare ancora. Il corpo umano è pieno di punti sensibili, ed io posso andare avanti quanto voglio. In questi anni di reclusione dentro la tua psiche, ho imparato a sopportare molto bene il dolore. Allora, cosa ne dici?»
Richard alzò leggermente la testa in avanti. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di non provare di nuovo quell’esperienza.
«No, ti prego. Farò quello che vuoi…» ansimò.
La creatura si alzò in piedi e lo guardò con un sorriso vittorioso.
«Bene. Quando sarà il momento, non dovrai far altro che liberare la mente e lasciare che la mia essenza rientri dentro di te. Insieme riusciremo finalmente a riappropriarci del nostro destino!»
Lui annuì nell’ombra, esausto. Le gelide mani della creatura guizzarono verso i suoi occhi.
Richard si sentì sprofondare all’interno di una voragine senza fine. Attorno, incurante di tutto, il lento ticchettio della macchina da scrivere iniziò a riempire le pareti della stanza.

* * *

Luce. Gli esplose nel cervello come la detonazione di una granata. Aprì gli occhi. Davanti a lui, ombre e colori danzavano ubriache attorno alla stanza. Poi, all’improvviso, un odore familiare.
La sua mente seguì la pista dei ricordi fino ad arrivare a un nome.
«Mary…» sussurrò debolmente.
Il suono della sua voce lo spaventò; sembrava quella di un bambino appena svegliatosi da un terribile incubo. Rabbrividì, deglutendo. Il contatto caldo e viscido della saliva gli bruciò la gola.
«Richard, stai bene?» chiese Mary.
Lui non disse nulla. Rimase fermo, immobile, il cuore ormai in balia di un batterista rock.
Fissò Mary con uno sguardo confuso. Non sono morto, pensò. Gettò uno sguardo sconvolto nella stanza, alla ricerca della creatura. Tutto era perfettamente normale.
Con un gesto lento e disperato, si tastò alla ricerca di qualche livido. Nulla. Sul suo corpo non c’era traccia degli orribili segni causati da quell’essere. Stava bene e, tutto quello che aveva visto, tutto l’orrore che aveva creduto reale, era stato soltanto l’allucinante prodotto di un malore.
Una lacrima gli solcò il viso. Era finito. Era tutto finito. Stiracchiandosi, si alzò e si abbandonò tra le braccia di Mary.
«Cos’è successo?» chiese lei, spaventata. «Sono entrata e ti ho trovato al buio, disteso sul pavimento. Non ti sarai ubriacato di nuovo, vero?»
Richard la guardò e sorrise. Un fremito caldo gli percorse la schiena e lo costrinse a baciarla selvaggiamente. Lei cedette alla sua foga, gemendo quando sentì il calore della sua lingua farsi strada nella sua bocca.
«Che cos’hai? Non dirmi che ti sei fumato lo spinello dei tempi del college che tenevo lì dentro…» disse, dirigendosi verso l’armadio.
Un’ombra furtiva attraversò il volto di Richard.
«No! Non aprirlo!» urlò lui, gli occhi illuminati da una scintilla di pura disperazione.
«Va bene, va bene. Anche se te lo sei fumato, non mi arrabbierò. Basta solo che non diventi un’abitudine. Non ti sto aiutando a smettere di bere, solo per vederti sprofondare dentro un altro tipo di dipendenza. Ora vieni di sotto ad aiutarmi con la cena. Ci sono ancora un sacco di cose da fare.»
Lui non reagì. Rimase ad ascoltare il lento e costante suono dei passi di Mary, senza avere la forza di girarsi a guardare l’armadio. Che Dio mi aiuti, pensò.
Alzò gli occhi verso la rassicurante luce della lampada. Con una smorfia di sofferenza sul volto, distolse lo sguardo e si portò le mani sul volto. Era al sicuro. La creatura non era mai esistita, sua moglie gli voleva bene e, di lì a poco, avrebbe dimenticato ogni dettaglio di quell’orribile incubo. Ogni oggetto, in quella stanza, gli suggeriva questo; peccato solo che alla sua mente non andasse di registrarlo. Sembrava che qualcosa si divertisse ancora a nascondersi nei sentieri perduti del suo cervello. Sentiva che sfiorava appena i confini della sua attenzione, strisciava lungo la corteccia della consapevolezza e, infine, fuggiva a rintanarsi nelle profondità più nere del suo subconscio. Si voltò di scatto. La vista dell’armadio lo irritò come il suono di centinaia di unghie su una lavagna. Il suo incubo, l’orrore che aveva immaginato, era ancora lì, pronto a dilaniare la sua tranquillità in qualunque momento della giornata.
«No…» sussurrò debolmente.
Non avrebbe permesso a una stupida fantasia di distruggere quel poco di felicità che era riuscito a conquistarsi negli anni. Tremando, si avvicinò all’armadio. Lo aprì. La macchina da scrivere era ancora lì, nascosta nel suo rifugio di polvere ed ombra.
La sua mente gli ordinò di distogliere lo sguardo. Lui continuò a osservarla sino a quando non sentì svanire anche la più lieve sensazione di disagio.
«Ho vinto» disse a se stesso. «Ora niente potrà mai ostacolarmi.»
Lasciò che il suono di quelle parole gli scorresse nell’anima e uscì dalla stanza, sentendosi soddisfatto per la prima volta dopo anni. Entrò in cucina fischiettando un motivetto sconosciuto.
Mary aveva già apparecchiato la tavola. Lui le passò accanto e le sfiorò delicatamente i capelli. Le sue labbra formarono un sorriso.
«Ce l’hai fatta finalmente. Che cosa stavi facendo?»
«Nulla. Diciamo solo che ho dovuto ingaggiare una lotta con me stesso.»
«Davvero? E, se te lo posso chiedere, com’è andata? Hai vinto?» gli chiese, accoccolandosi tra le sue braccia.
«Ovvio. Avevi forse dei dubbi?» rispose lui, solleticandole il naso.
Mary rise di gusto, lo strinse a sé e lo baciò teneramente sulla fronte.
«Certo che no. Come potrei mai dubitare del mio adorato maritino? Ora però vai a sederti, altrimenti la cena si fredda e mi tocca cucinare di nuovo. Ah, togli pure i coltelli che ho messo in tavola. Stasera non ci serviranno: ho deciso di fare il minestrone.»
«Non credo.»
«Perché? A che ti servono?»
«A scrivere.»
Mary sentì un rumore dietro le sue spalle; un rumore freddo, metallico, unito al suono ritmato di un respiro caldo e nauseante. Si voltò. La sua bocca si aprì senza emettere alcun suono.
Vide la lama brillare nella penombra della stanza. Il suo volto divenne un’unica ruga di terrore quando il coltello affondò nella carne. D’istinto si portò le mani al petto.
Urlò quando sentì la lama contorcersi dentro di lei. Poi crollò a terra, le gambe ormai ridotte a un paio di inutili moncherini insensibili. Sopra di lei, con il volto illuminato da un ghigno perverso, Richard rideva divertito. Sentì il tiepido calore del sangue scivolarle sui seni. Chiuse gli occhi.
Richard alzò lo sguardo verso l’orologio della cucina. Prima di mettersi a scrivere, aveva ancora il tempo di consumare una cena veloce. Prese un piatto da un cassetto e lo riempì di minestrone. Quando finì di mangiare, l’immagine di Mary bussò alle porte della sua psiche.
Perché i suoi minestroni erano sempre troppo salati? Se lo domandò, mentre la notte gli crollava addosso.


altri articoli horror
acquista oggetto horror