Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
FILOBUS
Proprietario
Michele Turazzi, autore della rivista Follelfo http://follelfo.wordpress.com


Prezzo

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673000 €
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A proposito di questo oggetto...
Filobus numero 93 barrato
di Michele Turazzi


Il filobus numero 93 segue il percorso più stupido dell’intera città, un quasi tondo corso a zigzag. Il filobus numero 93 che sto aspettando è l’ultima corsa prima della pausa notturna ed è l’unico modo che ho per riuscire a raggiungere il portone di casa. Il cartello luminosamente interattivo della pensilina mi informa che è l’una e quaranta del 23 di gennaio e che il mezzo tanto agognato arriverà tra massimo un minuto (cfr: max 1 min.). Alzo il bavero del mio cappotto scuro e lo porto a sfiorarmi i denti, dopodichè accendo una sigaretta e osservo le spirali di fumo perdersi nella nebbia. I suoni della città appaiono ovattati e lontani, celati dal biancore diffuso che aleggia sull’asfalto catramoso. Le auto parcheggiate invadono i marciapiedi e le aiuole semitrasparenti, mentre gli alberi rinsecchiti osservano la foschia grigia, imponenti e statuari come monoliti preistorici consacrati a una divinità estinta. La strada a doppia corsia è deserta nella notte invernale.

Un rombo metallico di pistoni e carene mi desta dal torpore e mi fa capire che il filobus sta arrivando. La sagoma arancione, sfocata nella nebbia, appare ancora più imponente nel biancore della notte e l’unica cosa che riesco a delineare con chiarezza è l’asticella obliqua che segue il numero luminoso 93 sul parabrezza. Il filobus 93 barrato emette uno sbuffo e si ferma, aprendo la porta automatica a lato del guidatore. Salgo i tre gradini con passo strascicato e, prima di procedere verso il culo del mezzo, non posso fare a meno di osservare l’autista che non indossa né giacca, né cappello della divisa atm, ma soltanto un lungo impermeabile nero che gli ricopre tutto il corpo. I capelli sono lisci e corvini, leccati all’indietro da pettine e brillantina come quelli di Cary Grant, mentre la pelle del volto scarno è di un biancore spettrale. Poi il filobus riparte con un piccolo ruggito e io distolgo il pensiero dall’autista senza divisa con i capelli simili ad un divo degli anni cinquanta. Prendo a camminare per raggiungere l’ultimo sedile del bus, quello dove siedo ogni giorno e ogni notte; sono un tipo abitudinario io, non mi piacciono i cambiamenti. Le luci biancastre sono rotte e s’accendono e si spengono ininterrottamente, dando vita a un’irritante intermittenza stroboscopica; l’unico lume che fa il suo lavoro con continuità è il piccolo neon verde dell’uscita d’emergenza, affisso alla vetrata centrale del filobus. Mi siedo e osservo fuori dal finestrino. Vedo scorrere lentamente muri di cemento e muri di piastrelle, macchine parcheggiate e lampioni sfocati. La nebbia è sempre più pesante, ingombra la strada e divora le costruzioni inanimate. L’autobus è deserto.

Quel caratteristico torpore che attanaglia qualsiasi pendolare seduto su di un mezzo ferrotranviario deserto mi investe le membra e le immagini al di là del vetro prendono a confondersi l’un l’altra nel vuoto. All’improvviso un fruscio, simile a quello delle pagine di un libro mosse dal vento, mi scuote e m’accorgo che il mezzo non è affatto deserto come credevo. I sedili alla mia sinistra sono occupati da due figure occultate dalla semioscurità. Strizzo gli occhi per osservare meglio i miei nuovi compagni di viaggio e percepisco una piccola scossa attraversarmi la schiena. La figura di destra è alta e massiccia, dalla pelle nera come l’ebano scuro. Gli abiti, neri anch’essi, lasciano intravedere soltanto un colletto bianco e un crocifisso penzolante, lucente d’oro slavato. La fronte alta e ben larga sovrasta due piccoli occhi incassati tra il naso quadrato, i lineamenti di quel volto sono alteri e severi. L’uomo è completamente immobile e fissa un punto indistinto sullo schienale davanti a sé, senza mai muovere la testa, come se il proprio spirito non fosse ancorato ai movimenti del torpedone, ma restasse fissato nell’eternità di una dimensione sconosciuta. Accanto al gigantesco religioso siede una vecchia donna, piccola e raggrinzita, dalla pelle rugosa. Le squame del volto sono bruciate dal sole; il lungo naso aquilino, ricurvo su se stesso, nasconde una bocca piccolissima e priva di labbra. Un velo nero di seta le copre i capelli e s’attorciglia attorno alle sue ripugnanti fattezze. La vedo accarezzare la copertina di cuoio e la costa ingiallita di un libro che tiene in grembo.

Il 93 barrato non ha interrotto il proprio percorso nella nebbia nemmeno una volta, né per aspettare il rosso di un semaforo, né per far salire qualcuno a una fermata; a dire il vero non sono riuscito a scorgere neanche una pensilina lungo la strada deserta. Riprendo a osservare la vecchia tignosa e la vedo porgere il libro al prete nero con un movimento talmente lento e strascicato da sembrare una sorta di moviola. Il nero fissa per un momento l’anziana compagna e fa segno d’accettare il dono con un cenno del capo. Poi solleva lievemente il libro e lo apre alla pagina in cui è infilato un moncherino di carta; io cerco di sbirciare la copertina, allungando il collo nella direzione delle due figure, ma riesco a scorgere solamente un’antica icona dorata intrecciata a una stella di Davide. Il gigantesco etiope posa la propria mano destra sulla pagina, senza smettere mai di fissare il punto dove il proprio sguardo è inchiodato; poi inizia a muovere le labbra, dando vita a un sussurro strascicato di suoni inintelligibili. Io premo istintivamente il pulsante della fermata prenotata, ma non sento il familiare din di risposta al comando. Vorrei alzarmi e correre verso l’autista e chiedergli che sta succedendo, vorrei sentire una voce umana rispondermi che sono ancora vivo e che è tutto normale. Invece le mie gambe sono incollate al sedile arancione senza alcuna possibilità di movimento e i miei pensieri non possono far altro che inseguire quella litania che si sta propagando tra plastica, vetro e metallo.

I suoni emessi dal prete sono gutturali e sporchi, ma sembrano seguire una logica razionale in una sequenza immutabile e arcana. Chiudo gli occhi, cercando così di immergermi in quella catena di fonemi stranieri, ricercando la chiave che può permetterne la decodificazione. Entro lentamente in contatto con quell’idioma sacrale. Le parole sussurrate continuano a non significare nulla per il mio cervello, ma ogni singolo lemma, pur nella misteriosità della significazione, riesce a suscitare in me una sensazione diversa e profonda. Quel linguaggio salta a piè pari la comprensione intellettiva e si propaga direttamente attraverso il centro emozionale, finendo per sfiorare alcune corde tirate di cui avevo scordato l’esistenza. È in questo momento che prendo improvvisamente coscienza della mia pericolosa situazione e capisco che devo uscire al più presto dal vortice mistico della concatenazione fonica. Devo fuggire dall’eterno ritorno di quella cantilena esoterica. Le parole non sono mai soltanto meri strumenti linguistici; sono concatenazioni di verità arcane in alternanza variabile. E io devo fuggire per non creparne.

Cerco di non pensare a nulla, di estraniarmi dal suono di quella voce. Mi immagino un cubo nero, che rotola in uno spazio ineffabile e lo vedo trasformarsi in un gigantesco dado dalle facce tutte uguali. Cerco di figurarmelo con sempre maggior precisione fino a quando non riesco ad estraniarmi dalla melodia e quindi ad alzarmi; finalmente. Alle mie spalle, la voce continua ininterrotta a bisbigliare la filastrocca, ma non voglio assicurarmene. Tremo al solo pensiero di voltare la testa all’indietro. Muovo le gambe una dopo l’altra senza distogliere lo sguardo dall’estremità dei miei piedi fino a quando non raggiungo la postazione di guida; appoggio le mani al vetro che mi separa dall’autista, ma scelgo di fissare a terra per ancora qualche secondo, terrorizzato da ciò che potrei vedere. Poi alzo gli occhi e cerco di dire qualcosa al conducente, ma subito mi rendo conto di non poter emettere alcun suono. Completamente afono inizio a colpire con calci e pugni il gabbiotto dove è rinchiuso il tale in nero, cerco di attirare la sua attenzione. Mi sente, mi scorge; mi fissa. Abbozza un sorriso nel viso cadaverico e dà sfoggio di una dentatura aguzza e perfetta, dai canini sporgenti e ricurvi. Poi emette dei suoni leggeri, di una tonalità acquosa ed eterea, che a poco a poco si articolano in versi foresti. Dice:

Cega, a sciencia a inutil gleba lavra.
Louca, a Fé vive o sohno do seu culto.
Um novo deus é sò uma palavra.
Não procures nem creias: tudo é occulto.

È una pronuncia cantilenante, che mi culla, facendomi dimenticare per qualche attimo il dove e il come. Non capisco la lingua, forse portoghese, ma riesco a comprendere ugualmente qualche parola o spezzone di frase. Capisco che tutto è occulto e che è inutile cercare. Capisco che il nuovo dio è solo una parola. E un brivido freddo mi squarcia la schiena. Voglio correre urlare e scappare lontano, voglio uscire da questo filobus che vuole attraversare la distesa di nebbia che non vuole abbondare la città mai più. Il guidatore percepisce il mio smarrimento e scoppia a ridere, sghignazza producendo un suono orripilante, mentre i denti bianchissimi e ricurvi si animano e s’incastrano. Non riesco più a sopportare questo viaggio, la risata impazzita dell’autista e la cantilena che si propaga dalle viscere del prete senza mai mutare nella sua fissità. Corro verso la luce verde dell’uscita d’emergenza. Vedo il martelletto arancione con cui poter spaccare la vetrata, attaccato alla parete. Il cartellino affisso a lato dice: “Usare solo in caso di emergenza”.

Il prete nero continua a declamare la propria preghiera, la vecchia continua ad ascoltare in contemplazione estatica, il guidatore continua a guidare e sghignazzare. Io afferro il martelletto e spacco il vetro. Neppure il rumore scrosciante del cristallo in frantumi distoglie i tre dalle rispettive occupazioni e, quindi, posso allargare il buco con tranquillità, togliendo le schegge più appuntite, e creare una via d’uscita non troppo impervia. L’autobus si trascina avanti a velocità ridotta con moto pressoché uniforme; è il momento ideale per arrampicarmi fuori. Faccio un respiro pesante, poi un piccolo balzo attraverso le scaglie di vetro ed eccomi cadere sul suolo bianco, rotolando a terra. Quando mi rialzo, dolorante a una gamba per la caduta, vedo la sagoma arancione del 93 barrato che continua ad avanzare fendendo la nebbia. Io rimango al buio, immerso nel bianco. Non vedo i palazzi piastrellati, né alberi, automobili, biciclette legate ai pali della luce o lampioni semiaccesi; non vedo nulla e non sento alcun suono propagarsi nell’aria frizzante. Mi accendo una sigaretta e resto immobile mentre vedo la cenere cadere dal mozzicone e scomparire prima di toccare il terreno. Finisco la cicca, la spengo schiacciandola con la suola della scarpa sinistra e comincio a correre all’improvviso verso una direzione casuale. Corro irrazionalmente nello spazio seguendo ora una rotta, ora seguendone un’altra, uguale e opposta, per un lasso di tempo infinito, senza mai trovare nulla che possa sembrare materico lungo il cammino. Vedo sempre soltanto il bianco inafferrabile della nebbia infernale e null’altro. Non c’è nulla qui fuori.

Poi mi quieto e mi siedo. E, come un’illuminazione improvvisa che s’insinua tra i pensieri casuali di un uomo mentre questi è intento a fare tutt’altro, d’incanto capisco. Comprendo tutto e non posso più scappare; non ho direzioni né vie d’uscita. Ed è in questo momento che vedo due puntini luminosi all’orizzonte – per quanto qui non ci sia né orizzonte, né spazio fisico, ma solo un velo bianco immateriale che inebria e sconvolge. E li vedo lentamente avvicinarsi. Un triste sorriso mi deforma il volto mentre attendo l’arrivo di quei fanali, mentre attendo il ritorno di quello che non posso evitare. Il filobus numero 93 barrato prende forma nella nebbia e ferma la sua corsa quando arriva a pochi centimetri dalle mie gambe; la porta a scorrimento si apre e mi mostra i tre gradini neri e sporchi, invitandomi a salire. È quello che faccio. L’autista mi chiede: «Hai capito ora?» Io non gli rispondo, ma muovo leggermente il capo su e giù, dapprima sconsolato, poi con maggior convinzione e coerenza. «Ho capito, sì.»

Lui mi fissa negli occhi, poi sussurra: «Em baixo, a vida, metade de nada, morre.»


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