Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
BLOODY MARY
Proprietario
Angelo Marenzana, autore di "Legami di morte (Dario Flaccovio, 2008).


Prezzo

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17 €
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A proposito di questo oggetto...
Bloody Mary
di Angelo Marenzana

Di solito Larissa beveva vodka con succo di pomodoro, limone, tabasco, peperoncino e un sacco di altre spezie mescolate insieme, un long drink dal colore rosso smorto, ma dal sapore vitale, forte e pungente. Bloody Mary. Aveva imparato ad apprezzarlo lavorando sulle navi da crociera sul fiume, viaggi di sette giorni per turisti e uomini soli. Lavorava con un contratto da assistente di sala che la costringeva a starsene appoggiata al banco del bar del night nelle ore notturne, avvolta dalla musica soft di un pianista a stuzzicare l’atmosfera, e in attesa che qualche cliente volesse offrirle da bere, di solito roba scadente, pagata un occhio della testa, per il piacere di stare in compagnia di una bella donna solo una manciata di minuti.
Ogni sera, come d’abitudine, in un momento di pausa Larissa si concedeva un Bloody Mary giusto per rilassare la testa e anestetizzare i pensieri. Lo sorseggiava sul ponte guardando lo scorrere malinconico del Volga che si confondeva nella notte color cobalto con la cappa del cielo. Un mare d’acqua dolce, difficile vedere la sponda opposta. E ogni volta pensava che è basso il cielo sopra la Russia. Come se fosse schiacciato a terra. E quasi lo si può sfiorare solo alzando le braccia verso l’alto e tenendole tese, con le unghie pronto a graffiarlo.
Larissa racconta ancora oggi di essere uscita sul ponte a prendere una boccata di fresco, e di essere rimasta in piedi, insieme alle ore della notte, immobile, con il Volga di fronte, l’aria fredda che pizzicava gli occhi, e la testa rivolta verso l’alto a godere di un bagno di luce lunare. Quasi protagonista di un film in bianco e nero.
Victor l’aveva seguita silenzioso e l’aveva agganciata all’improvviso porgendole un Bloody Mary, con un gamberetto appollaiato sul bordo del bicchiere.
«Lo so cosa ti piace» le aveva detto sorridendo. «È da un paio di giorni che ti osservo.»
Poi si era fatto triste. Colpa di una luna malinconica che stuzzica il dolore, secondo lui, e aveva incominciato a dirle che aveva scelto di fare quella vacanza in nave per sfuggire alla solitudine e per dare un taglio netto alla relazione difficile che lo legava a Tania, sua moglie. Aveva scelto la lontananza, l’unico modo per dire finalmente basta. Aveva confessato a Larissa che quella donna aveva aggredito il suo stato d’animo con il manto appiccicaticcio dei suoi mille problemi. Lui non aveva mai provato gioia nel vederla, nell’aspettarla, ma solo paura e imbarazzo. Non le aveva mai detto ti amo, ma nemmeno ti voglio bene, oppure sei bella, ti desidero, e cose del genere. Provava solo un profondo senso di libertà quando si allontanava da lui. Spesso aveva anche sperato che morisse, di ricevere una telefonata dove qualche voce sconosciuta gli diceva che sua moglie era morta, magari in un banale incidente, niente di più.
Larissa era cosciente che si trattava di un trucco vecchio come il mondo. Ma le stesse parole dette da Victor avevano un diverso sapore. Si accorse di scivolare piano piano nel mare di chiacchiere dello sconosciuto, mielose e traditrici, e ci stava cascando come un’adolescente. Era completamente calamitata dal suo sguardo. Lui la desiderava e non faceva nulla per nascondere questo suo desiderio. Ed era disposto a giocare qualsiasi carta. Ma anche lei lo voleva. Appena lo aveva visto fermarsi sul ponte e offrirle vodka succo di pomodoro tabasco e peperoncino. Si sentiva ben disposta a correre qualunque rischio.
Cedette definitivamente quando lui le sussurrò in un orecchio di aver trovato in lei un anticorpo al dolore, che in un battito di ciglia aveva saputo annientare ogni sua paura e fare posto a un sentimento tutto nuovo, mai provato. E che nel momento in cui aveva sentito il profumo del Bloody Mary sulle sue labbra, e solo allora, solo in quel momento preciso Victor era stato capace di liberarsi definitivamente della presenza ingombrante di sua moglie. Del peso che gravava sulla sua anima…

I sogni sono un buon modo per sperimentare i desideri. E Larissa sognava. Perché il suo desiderio per Victor si faceva più forte notte dopo notte, e cresceva mano a mano che l’uomo parlava dei suoi progetti. Una raffica di idee, illuminate dalla gioia delle sue parole e dalla promessa di realizzarli insieme alla donna.
Ma dopo quattro giorni di foga appassionata, di corpi eccitati e di odori mescolati tra pelle e pelle, l’uomo si zittì all’improvviso, come svuotato, e quando Larissa, un po’ sorpresa, si avvicinò per baciarlo con le labbra che profumavano di Bloody Mary, lui si scostò dall’altra parte. Aveva lo sguardo lontano ma si sforzò di sorridere e le disse che andava tutto bene. Lei si allontanò in silenzio, con una morsa di freddo a stringerle lo stomaco.
Uscì ad ascoltare la voce del Volga.
Tornò fra le luci soffuse del night e l’atmosfera calda delle note del pianista. Non bevve alcun Bloody Mary quella notte. Non voleva alcun profumo speziato sulle labbra, e non voleva cacciare i pensieri.
Però bevve quel long drink la mattina dopo, alla luce del sole, a stomaco vuoto, solo qualche istante prima che la nave approdasse allo stesso molo da dove era partita sette giorni prima.
Il contratto di lavoro era scaduto, e la vacanza di Victor conclusa.
Larissa scese dalla Karnival controllando un leggero tremore alle gambe e trascinando i suoi bagagli. Si avvicinò al taxi con le portiere spalancate. Victor era già seduto all’interno, con gli occhi bassi e la voce che sussurrava… non posso… non posso proprio farlo! Tania mi aspetta!
Larissa si sforzò di sorridere. I muscoli del viso erano rigidi, e l’alcol le aveva lasciato una sensazione di formicolio tra lingua e palato.
«Vuoi sentire un’ultima volta il profumo delle mie labbra?» chiese la donna allungando una mano per fargli una carezza sulla guancia, «vorrei che almeno il nostro saluto rimanesse un buon ricordo.»
Lui annuì. Socchiusero entrambi gli occhi, ma fu quando le loro labbra si sfiorarono che Larissa spalancò di colpo i suoi, con il calore di quel Bloody Mary buttato giù tutto d’un fiato solo pochi minuti prima che le saliva dentro e le graffiava lo stomaco come avesse ingoiato una manciata di schegge di vetro insieme al resto. L’istinto prevalse. Senza controllo. Larissa afferrò con i denti il labbro superiore di Victor, e percepì subito l’uomo irrigidirsi e trattenere il respiro. Prima vide nel suo sguardo un lampo di sorpresa, poi sopraggiunse il panico quando lei incominciò a tormentarlo tirando piano verso di sé quel sottile e fragile lembo di carne. Sentì il gusto del dubbio diventare pallore. E nel pallore specchiarsi la paura. Strinse ancora di più, godendo nel ritrovarsi padrona della situazione. Victor seguiva impercettibilmente i movimenti di Larissa, schiavo di una decisione che solo a lei spettava. Provò ad agitare le mani in un supplichevole gesto di pietà, fin quando lei affondò ancora i denti spezzando un ultimo sottile filamento. Poi mollò la presa. Alzò la testa, e notò sul labbro stirato e senza più colore uno sfregio di sangue grande come uno schizzo di rossetto. Denso. Rosso smorto. Ma questa volta senza il sapore di vodka e tabasco e senza nemmeno il profumo di spezie varie e peperoncino.


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