Antologia - Orbite vuote

Antologia

Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
UN POSTO SOLITARIO
Proprietario
Alessandro Angeli, autore di "Maginot" (Edizioni Controluce, 2008)


Prezzo

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110 €
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A proposito di questo oggetto...
In A Lonely Place
di Alessandro Angeli



Il carnefice si guarda intorno mentre aspetta,
la corda si tende e poi si spezza
un giorno moriremo nei vostri sogni,
come vorrei che ora tu fossi qui
con me.



Gli alberi puntavano dritti verso il cielo, mentre la città si spezzava. Per tutto il giorno cercò di incontrare nuovamente quella figura, avrebbe voluto parlarle. Avrebbe voluto dirle che in fondo non era un fantasma se lei poteva vederlo. Entrò dentro il parco che imbruniva e perse del tutto il contatto con le cose. Avrebbe preferito smarrirsi completamente, senza essere costretto subito dopo a tornare sui suoi passi. Le persone che gli passavano accanto al posto degli occhi avevano delle voragini in cui egli svaniva. Sorretti da un’unica grande allucinazione, camminavano insieme. Avrebbero potuto parlarsi e invece non lo facevano, rimanevano esitanti, l’espressioni mansuete e lacerate. Con il libro sotto il braccio Curtis continuò a camminare mentre il buio era ormai completamente sceso. Si accostò ad un albero per urinare ed un uomo lo seguì. Vide il suo sguardo intimorito fissarlo e cercò di cacciarlo con la mano come si fa con un cane. Ma quello non si muoveva. Allora riabbottonandosi i calzoni andò verso di lui ed egli corse via come un’ombra. Prima di tornare verso l’albergo si fermò da Eddy per una birra. Sedette ad osservare le persone e la macabra danza delle loro anime prima di cena. Una donna completamente sprofondata dentro di sé non la smetteva un attimo di fissarlo. Posò il libro e prendendo il taccuino provò a scrivere un po’. Guardava ora la strada, ormai deserta, ora il foglio bianco, senza sapere da dove iniziare. Senza riuscire a capire quale delle due cose fosse più vuota. Per un attimo ebbe la sensazione che una fiamma giallastra si sprigionasse dai vicoli, da quelle strade. Chiuse gli occhi e vide il rogo divampare ovunque sull’asfalto, alzarsi e colpire tutto. Tenendo il pugno stretto sulla tempia Curtis accostò la penna al foglio e cominciò a scrivere. Scrisse, cancellò, riscrisse ancora, per cinque lunghi minuti. Infine cercando di scorgere le lettere rimaste illese da quello sterminio di ghirigori e cancellature, lesse dentro di sé la strofa che aveva appena composto:

Quando la routine divora
e le ambizioni crollano
e il risentimento s’innalza
ma le emozioni non crescono
e prendendo strade diverse cambiamo
allora l’amore, l’amore ci dividerà di nuovo


La lesse ancora una volta, lasciandola com’era, poi si alzò per avviarsi a pagare.


Finito il concerto, il giorno dopo era di nuovo a casa. Sua moglie avvolta dal fumo dei fornelli, rovistava con il cucchiaio dentro una pentola. La salutò blandamente, lei si voltò:
«È quasi pronto, hai fame?»
Non rispose e proseguì ancora vestito, lungo il corridoio.
Nella camera da letto sua figlia si dibatteva facendo delle piccole smorfie dentro la culla. Avrebbe voluto dire a Deborah che la bimba si era svegliata, ma non lo fece. Lei si voltò e rimase per qualche istante immobile, guardandolo in silenzio. Vide il suo sguardo raggiungerlo da un altro mondo e istintivamente ne ebbe paura. Avvertì un rapido moto d’angoscia e per un attimo sentì che avrebbe potuto percuoterla, per allontanarla da sé. Rimase in piedi a combattere con tutte le sensazioni che si agitavano in lui fino a stordirlo. Si avvicinò di qualche passo per prenderla in braccio, poi cambiando idea retrocesse, per raggiungere la sua stanza. Sedette in completo abbandono sulla poltrona e ascoltò il male che aveva dentro. Lo lasciò propagarsi, senza opporre resistenza. La voce della moglie lo raggiunse dalla cucina «Ian è pronto, vieni a tavola.»
Rimase qualche altro istante inerme, completamente assorto, poi deciso ad alzarsi, raggiunse sua moglie in cucina.


Era rimasto sul pavimento tanto da non poterne più, da stare male, i muscoli invasi da migliaia di spilli, aveva provato più volte a stirarsi per placare l’ansia, mentre anche lei cominciava a svegliarsi. «Devo dormire ancora un po’… devo farlo» si era detto, ma era un’altra di quelle cose che non bastava volere. Dalla testa sgusciavano immagini in continuazione, con qualche brandello di frase che gli andava dietro, come la scia polverosa di una cometa. Il disco continua a saltare, l’orologio è fermo sulle dodici, le lancette non si muovono più.
Ecografia morfologica di un bambino mai nato, l’esplorazione dell’anatomia fetale ha dimostrato:
- Cranio, normoconformato, encefalo regolare per l’età gestazionale.
- Volto, visualizzate e regolari le orbite.
- Colonna vertebrale, regolare.
- Collo, igroma cistico.
- Torace, versamento pleurico.
- Cuore, sezione quattro camere anomale, coartazione, versamento pericardico, difetto del seno atrioventricolare.
- Genitali maschili, ipospadia.
- Anomalia scheletrica.
- Displasia ossea delle ossa lunghe.



Il disco continua a girare. La voce di Iggy Pop è risucchiata dalla stanza. Le parole ormai scomparse negli ioni dell’atmosfera. La voce dello speaker alla televisione passa ad un altro caso. Un altro non nato. Un feto imperfetto, un contenitore vuoto. Come quello che continua ad imprigionarlo. Per pochi minuti ormai. Ancora pochi istanti e quel corpo esisterà al pari di una scatola. Una scatola simile a quella di caramelle che adoperava sua madre per conservare i pochi penny avanzati dalla spesa. La stessa che qualche anno più tardi avrebbe contenuto i fili e gli aghi che lei utilizzava per rammendare i vestiti della famiglia. Rinforzare i bottoni, cucire i buchi e le falle aperte nel tessuto dall’usura del tempo. Se chiude gli occhi vede qualsiasi cosa e la strada. Le macchine procedono a gran velocità, il semaforo danza, danza il rosso, danza il verde, danzano le sue luci. Uomini senza volto procedono in schiere compatte, lungo i marciapiedi. Le luci al loro passaggio si spengono. La storia lo ha condotto fin qua, una storia che comincia al contrario, come la sua. Non ha avuto il tempo di finire la sigaretta. La vede consumarsi lentamente da lì. La brace ormai spenta, rivoltata nel portacenere. Il fumo che sale piano in controluce, in un unico fiotto perpendicolare e trasparente. Non può fare niente, non può aprire la finestra come vorrebbe, per vomitare tutta la nausea che invade il suo petto. La stessa nausea che affoga l’aria, imputridendola.
C’è qualcuno dietro la porta. Adesso può sentirlo. La maniglia si muove, si sblocca, la porta è spalancata. Prima che l’urlo devasti il silenzio può vederla: è sua moglie. La vede così come vorrebbe ricordarla, l’espressione del viso inerme, in attesa, e gli occhi limpidi, luminescenti. Deborah ha lasciato cadere la borsa per portarsi le mani al volto. Non sa se l’abbia fatto per coprirsi, evitando di vedere o per poter urlare più forte. Gli rimane il suo sguardo però, l’unica immagine da portare con sé. L’ultima immagine rubata alla sua vita. Dalla porta aperta può vedere la città. Seguire i viottoli che lo hanno accompagnato fino a quest’ultimo fronte. Si alza e varcando la soglia comincia a camminare. Avrebbe mai incontrato il suo carnefice?



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