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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
FUCILE AK 47
Proprietario
Giancarmine Di Matola, lettore


Prezzo

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1000 €
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A proposito di questo oggetto...
Il giorno in cui Napoli prese fuoco
di Giancarmine Di Matola


L’aria è irrespirabile. Siamo stipati come bestie e puzziamo uguale. In effetti, l’autoblindo “Centauro” non è il massimo del confort per i trasferimenti, ma contro gli attacchi biotecnologici è insuperabile. Ormai siamo in giro da diciotto ore e le missioni non accennano a diminuire. Stiamo crollando, ma lo nascondiamo benissimo. Sono seduto tra i ragazzi delle forze speciali, una luce rossa illumina ad intermittenza le nostre facce stanche.
Chi può azzarda un po’ di sonno.
Si avvicina il tenente Mancini, sta per comunicarmi un altro fottuto obiettivo da identificare e bonificare. Poveraccio, è il ritratto della disperazione, ha solo venticinque anni ma ne dimostra almeno dieci in più. S’era appena diplomato, quando ricevette la chiamata alle armi. Una volta mi fece vedere le foto del suo viaggio in Giamaica, era in compagnia della sua ragazza e sprizzava felicità da tutti i pori. Credo che di quel ragazzo non ci sia rimasta più traccia. Come un automa, Mancini mi detta l’ennesimo messaggio del comando centrale. Chiedono di portarci in Via Gianturco: target e dettagli ci verranno comunicati in seguito. Un brivido mi percorre la schiena, mentre il respiro si strozza in gola.
Quello è l’ultimo posto dove avrei voluto andare.
Lo ringrazio con un sorriso amaro, poi ordino di raggiungere l’obiettivo. Ho bisogno di un po’ d’aria, mi alzo e vado a raggiungere il mitragliere su in torretta. La luce del sole mi acceca, mentre il vento mi scompiglia i capelli. È una giornata fantastica, di quelle da portare la famiglia al mare o in campagna, tutte cose che ho perduto quando è scoppiato il caos.
L’autocolonna è formata da tre autoblindo “Centauro” e un camion frigorifero. Siamo un blocco unico, spazziamo via tutto quello che intralcia il nostro cammino. Ma la strada è deserta e quello che incontriamo sono rottami d’auto e detriti di ogni genere.
Passiamo per Via Galileo Ferraris, dove incrociamo l’ex manifattura del tabacco. Durante l’epidemia lo trasformarono in un centro di detenzione e quarantena e dopo in un inceneritore dove bruciare i corpi infetti. All’incrocio svoltiamo per Via Gianturco, poi rallentiamo. Mancini mi raggiunge in torretta, il comando ha trasmesso i dettagli della missione. Me li detta.
Il nostro target è situato all’interno di un capannone industriale, quello che una volta era la concessionaria della Jaguar. Le modalità operative sono le stesse di sempre: sopprimere e rimuovere tutte le forme di vita infette.
Con gli autoblindo sfondiamo i cancelli e circondiamo la struttura, appena posizionati ci fermiamo. Il portello posteriore si apre con un sibilo metallico. Le forze speciali escono armi alla mano, schierandosi in assetto da guerra. Io e Mancini li raggiungiamo a dispiegamento avvenuto. Identifichiamo tutte le uscite e le saldiamo con la fiamma ossidrica, affinché nessuno esca. Tranne una. Raggiungiamo il primo piano per una scala esterna, fermandoci davanti ad un'uscita di sicurezza. Indossiamo lenti di plexiglass e mascherine anti batteriche.
Al mio via facciamo irruzione.
Buio pesto, illuminiamo con le torce elettriche. Attraversiamo con cautela un lungo corridoio. Ci sono porte a destra e a sinistra, le apriamo una alla volta controllandone l’interno. Niente, solo scrivanie e computer ricoperti di polvere e ragnatele. Dovevano essere gli uffici commerciali. Alla fine del corridoio, usciamo su una passerella di metallo che affaccia sull’enorme capannone, nonostante le mascherine la puzza di putrefazione è insopportabile. Sono sotto di noi; si muovono nel buio tra rantoli agghiaccianti. Lanciamo dei bengala per illuminare la scena, quello che ci ritroviamo davanti va al di là di ogni concezione di orrore.
Circa trenta infetti si trascinano noncuranti dei fuochi, ma non sono loro ad impressionarci. Sparsi dappertutto ci sono ossa e resti umani. A giudicare dalla loro quantità, quei mostri devono aver sbranato una cinquantina di persone almeno.
Se l’inferno esiste deve essere qualcosa che somiglia a questo.
Mancini mi guarda con la faccia impassibile. Attende ordini. Io non ce la faccio ad essere così distaccato e con uno scatto rabbioso, ordino di far fuoco su tutto quello che si muove.
Lascio sfogare la furia distruttrice dei miei uomini per cinque minuti, poi faccio cessare il fuoco. All’estremità della passerella ci sono due scale a chioccola, ci dividiamo e scendiamo giù. I nostri anfibi si attaccano al pavimento, il sangue rappreso e i brandelli di carne in decomposizione, hanno formato una specie di colla che tappezza il pavimento. Ci muoviamo lentamente, biascicando bestemmie e maledizioni. Cerchiamo movimenti impercettibili tra i corpi crivellati dai colpi. Sembrano morti, ma con loro non c’è mai da fidarsi, quando credi che abbiano tirato le cuoia, ecco che un ultimo alito infernale li riporta in vita. C’è solo un modo per ammazzarli definitivamente: fargli saltare le cervella. La tensione è alle stelle; qualcuno spara delle raffiche sui corpi a terra. Le disposizioni in merito sono chiare: nel dubbio, sparate.
Dalle squadre, via radio, mi arriva il segnale di “luce verde”. Questo significa che l’edificio è stato completamente bonificato. Dico al tenente Mancini di far portare via tutti i corpi, poi esco all’aperto.
Dal camion frigorifero, gli uomini stanno prelevando le sacche di plastica nera. Le riempiranno con i corpi di quei disgraziati, poi li caricheranno nel cassone.
Accendo una sigaretta e con il cuore in fibrillazione, raggiungo le sentinelle all’esterno del cancello. Chiedo se ci sono avvistamenti, ma è solo una scusa, il motivo per cui sono venuto è un altro.
Dall’altro lato della strada, svetta ancora l’insegna del “Cinamercato”, il primo centro commerciale costruito a Napoli dai Cinesi.
Il luogo dove tutto ha avuto inizio.
Un flashback parte in automatico e per quanto mi sforzi, non riesco a fermarlo. Il ricordo è stranamente lucido, come se non fossero passati sette anni ma solo pochi giorni.
Quella sera ero di servizio alla guardia medica di Via Bartolo Longo, le persone chiamavano per lamentarsi dell’influenza e dei dolori articolari, tutti sintomi gestibili telefonicamente. Sembrava un turno tranquillo, finché non arrivò la chiamata che cambiò tutto.
Una donna, col pesante accento cinese, mi chiese aiuto. Mi disse che alcuni suoi connazionali avevano contratto una specie di infezione, qualcosa che non riuscivano a curare. Mi diede l’indirizzo, ma glielo dovetti far ripetere più volte, era così agitata che non mi riuscì di calmarla. Presi la borsa, l’indirizzo e andai all’auto. Il “Cinamercato” distava pochi chilometri: ci sarei arrivato in pochi minuti. Il posto lo conoscevo, perché ogni volta che andavo al Centro Direzionale di Napoli ci passavo davanti.
Era quasi mezzanotte e per strada c’erano solo spazzini e prostitute. Il cancello era aperto, entrai e parcheggiai negli spazi riservati ai clienti. Mi guardai attorno ma non c’era nessuno, quel posto metteva addosso una certa inquietudine. Presi la borsa ed uscii dall’auto. Ad un tratto le luci di un capannone a forma di pagoda si accesero. Dall’ingresso principale uscì una ragazza, appena mi raggiunse mi chiese subito di seguirla. Mi disse che era stata lei a chiamarmi e che non c’era tempo da perdere. La seguii senza fare domande.
Entrammo nel capannone: attraversammo velocemente i reparti stracolmi di merce, poi salimmo per una scala. Percorremmo un lungo corridoio con tante porte, la puzza che proveniva dalle stanze era agghiacciante. Passando, diedi uno sguardo all’interno delle porte aperte. Dentro, le persone erano ammassate per terra. Dovevano essere i dormitori. Continuammo a camminare finché non trovammo un gruppo di persone che fumavano nervosamente. La ragazza mi disse che eravamo arrivati. Tra loro, scoppiò subito una violenta discussione in cinese, alla fine della quale la ragazza, con un gesto di stizza, aprì la porta alla sua destra. Appena entrammo mi assalì un orribile fetore, qualcosa che somigliava alla putrefazione ma meno ripugnante. Misi subito un fazzoletto sulla bocca per non vomitare, la ragazza invece non fece una piega e accese la luce. I neon mi accecarono subito. Quando tornai a distinguere le sagome, vidi tre uomini nudi stesi su altrettanti materassini da campeggio. Dopo un attimo di esitazione mi avvicinai al primo. Posai la borsa a terra, tirai fuori lo stetoscopio e l’indossai. L’uomo, di circa trent’anni, era pallido come un lenzuolo e respirava a fatica. Gli auscultai il cuore, batteva lentamente, poi gli alzai le palpebre, le pupille erano fisse e dilatate e non reagivano alla luce della mia minitorcia. Era in coma vegetativo. Notai che su braccia e gambe c’erano delle grosse ferite, come se la carne fosse stata strappata a morsi da un animale feroce. Stranamente, però, intorno alle ferite non c’era traccia d’infezione. Visitai gli altri due: manifestavano gli stessi sintomi e le stesse ferite da morsi. Mi alzai; dissi alla ragazza che dovevano ricoverarli immediatamente, poi chiesi che cosa aveva procurato quelle ferite. La ragazza si irrigidì immediatamente, con una voce stridula mi disse che non c’era da preoccuparsi e che potevo tornarmene a casa. Capii che stava mentendo e decisi di minacciarla. Le dissi che se non mi raccontava tutto, l’avrei denunciata subito ai Carabinieri. La ragazza uscì dalla stanza e dopo un’altra concitata discussione con i suoi connazionali, mi disse di seguirla. Facemmo la strada a ritroso. Uscimmo da una porta d’emergenza che dava sul piazzale pieno di container, li passammo in rassegna finché non ci fermammo davanti ad uno di essi. Era di colore nero e pieno di ideogrammi dipinti con la vernice gialla. La ragazza tremava come una foglia, mi disse che quello che cercavo si trovava lì dentro. Nell’aria aleggiava qualcosa d’inquietante, indugiai per qualche istante poi tirai la leva ed aprii il container.
Un’altra ventata fetida mi investì in pieno viso, la puzza di putrefazione era così forte che dovetti allontanarmi in preda alle vertigini. Qualunque cosa si trovava lì dentro, doveva essere morta. Lasciai passare qualche minuto, poi mi feci coraggio ed entrai. Avanzai lentamente, facendomi luce con la mia minitorcia. Sugli scatoloni notai delle strane macchie, era sangue rappreso. Raggelai. Tornai ad avanzare e con i piedi toccai qualcosa. La presi; era una torcia. Quando l’accesi il container s’illuminò a giorno. Ero quasi arrivato in fondo e di animali nessuna traccia, quando notai degli scatoloni messi l’uno sopra l’altro come a formare una muraglia. Li tirai via con forza e quando finii, per poco non mi venne un colpo.
Riverso in un angolo, giaceva il corpo di un bambino orientale dall’apparente età di otto-dieci anni. Indossava solo un jeans strappato e sulle braccia, presentava le stesse ferite dei tre che avevo visitato prima. Dalla puzza di putrefazione che emanava e dal colorito grigiastro, dedussi che era morto da giorni. Stavo per portarlo via quando da fuori la ragazza, con un urlo spaventoso, mi supplicò di non toccarlo.
Mi bloccai all’istante.
Improvvisamente quel corpicino si animò poco per volta, i suoi movimenti erano goffi come quelli di una marionetta. Quando lo vidi in piedi capii che mi ero imbattuto in qualcosa di assurdo e terribile.
Tutti i segni erano inequivocabili e indicavano il suo decesso, eppure era lì, in piedi di fronte a me. Rimasi sbalordito e per un attimo indietreggiai, poi la curiosità prese il sopravvento e mi avvicinai illuminandolo con la torcia.
Notai che il bambino aveva le mani legate dietro la schiena e che al collo, portava un collare da cane e una catena agganciata ad un tubo del container. Ma quello che più mi colpì fu il nastro adesivo che gli avevano messo sulla bocca.
Quella scena pazzesca aveva una sola spiegazione plausibile: l’animale feroce era lui.
Il bambino cominciò a guardarmi dondolando la testa, aveva gli occhi iniettati di sangue e le pupille dilatate all’inverosimile, la sua bocca si torceva sotto lo strato di nastro adesivo. Ogni tanto strattonava la catena come per saltarmi addosso e quando lo faceva, scattavo all’indietro come un gatto spaventato.
Presi lo stetoscopio dalla borsa e con molta cautela gli auscultai il cuore. Il battito era quasi impercettibile e la cosa mi riempì di interrogativi. Con quel battito era impossibile che fosse ancora in piedi. Decisi di prelevargli un campione di sangue.
Dalla borsa presi una siringa monouso e una provetta sterile, ne strappai l’involucro di plastica con un morso. Identificai una vena sul collo e ci affondai la siringa dolcemente, stranamente il bambino mi lasciò fare senza reagire.
Prelevai venti cc di sangue e li versai nella provetta, poi ne osservai il colore sotto la luce della torcia. Era marrone scuro.
Strizzai gli occhi per lo stupore. Pensai di aver preso un abbaglio, un errore di percezione dovuta alla stanchezza. Guardai la provetta sotto ogni angolazione, quel sangue era marrone scuro, non c’erano dubbi.
Quando stavo a medicina, imparai che il sangue deossigenato poteva diventare rosso rubino, mentre nei cadaveri di pochi giorni diventava marrone scuro. Quel bambino era un’aberrazione vivente, una sorta di scherzo della natura. Aveva il sangue di un cadavere, ma era vivo. L’unica definizione che mi veniva era quella di “morto vivente”.
Non potevo più fare niente, tranne che andare via ed avvertire le autorità sanitarie. Presi la borsa e prima di uscire, diedi un ultimo sguardo al bambino. Quando spensi la torcia, lui tornò a sprofondare nell’oscurità. Cercai la ragazza nel piazzale; era nascosta dietro un carrello elevatore. La presi per le braccia e per la rabbia cominciai a scuoterla, le dissi che non avrei smesso finché non m’avrebbe detto tutta la verità. Mi guardò negli occhi, era in preda al panico, mi disse che quel container era arrivato dalla Cina una settimana prima e che quando lo aprirono, trovarono il bambino nascosto tra gli scatoloni. Era immobile e puzzava come un morto, poi cominciò a muoversi e ad attaccare chiunque si avvicinava. Cercarono di parlargli, ma emetteva solo una specie di rantolo tormentato. Il suo morso aveva una forza incredibile, strappava brandelli di carne che ingoiava con avidità terrificante. Lo colpirono con mazze e bastoni ma sembrava insensibile al dolore. Appena si resero conto della sua pericolosità, lo imbavagliarono e lo incatenarono nel container da dove era spuntato. Le persone colpite dal suo morso cominciarono a star male dopo due giorni, quando tutte le cure si rivelarono inefficaci, decisero di chiamarmi. Con la voce carica di imbarazzo, ammise che le persone colpite dal bambino non erano tre, ma quindici, e che giacevano nelle loro stanze in condizioni disperate. In uno slancio di gentilezza, mi disse che si chiamava Heylin e che voleva tornarsene a Nanchino, la sua città natale.
Cercai di rassicurarla; le dissi che tutto si sarebbe aggiustato ma senza convinzione, sapevo che quella cosa sarebbe esplosa come una bomba. Le raccomandai di mettere sotto chiave tutti gli infetti e di non allontanarsi. Quando tornai alla guardia medica, chiamai l’unità di crisi batteriologica presso il Ministero della Sanità. La notte stessa il “Cinemercato” fu circondato e messo in quarantena da un reparto dell’esercito specializzato nella guerra batteriologica, mentre il bambino e tutti gli occupanti, furono trasferiti presso una struttura protetta del “Celio”, il policlinico militare di Roma.
Dopo venni a sapere che il container proveniva da Linfen, una città a nord della Cina, una delle più inquinate al mondo. Il governo cinese aveva perso i contatti con quella regione da qualche settimana, ma lo comunicò alle autorità internazionali solo un mese più tardi, quando la pandemia era ormai esplosa in tutto il mondo.
A Napoli la pestilenza scoppiò improvvisamente ed io fui richiamato nell’esercito con il grado di capitano medico. La mia famiglia partì con i primi sfollati, ma persi le loro tracce quasi subito. Si scoprì che il virus era direttamente imparentato con il virus della rabbia, solo che questa variante mutava in continuazione, rendendo inefficaci tutti gli studi. Ci fu una corsa per la ricerca di un antidoto, ma nessun laboratorio riuscì ad isolare un vaccino valido. I tentativi furono pari solo ai fallimenti. Il virus sembrava inarrestabile, bastava il graffio di un soggetto infetto per contagiarsi: altri veicoli di trasmissione erano l’acqua, il cibo e gli animali infetti. Una volta contagiato, il soggetto cessava di vivere dopo quattro giorni di agonia, a quel punto il virus lo riportava in vita rigenerando le cellule morte. Alla “rinascita”, il soggetto manifestava una regressione allo stato animale, con pulsioni aggressive e antropofagi.
I soggetti “rinati” si muovevano in gruppi e attaccavano chiunque non fosse infetto, per cibarsene e farne scempio. Era come assistere ad una spaventosa e distorta resurrezione delle sacre scritture, dove gli esseri umani s’erano trasformati nella loro eucaristia. Se Dio esisteva doveva somigliare a loro.
In poco tempo, gran parte del genere umano fu trasformata dal virus in mostri sanguinari, quelli che s’erano salvati, cercavano di resistere in attesa di una cura o dell’estinzione. Senza evoluzione, una nuova stirpe di creature s’era impossessata della terra, diventandone la razza predominante.
Il bambino del container fu identificato come il “paziente zero”. L’apocalisse era arrivata con le fattezze di un fanciullo, un’atroce bizzarria superata solo dalla sua crudeltà.
Dei colpi di AK 47 mi riportano alla realtà, l’incubo vissuto è stato spazzato via da quello presente. Le sentinelle piazzate lungo il perimetro, stanno abbattendo un gruppo di infetti in avvicinamento. Mi unisco a loro nella mattanza e appena finito, torno verso gli autoblindo. Il tenente Mancini mi viene incontro con passo marziale, mi dice che le operazione di carico sono state completate. Lo ringrazio con una pacca sulla spalla, poi ordino di muoverci.
Direzione: l’inceneritore di Napoli Est.
L’autocolonna riparte veloce. Percorriamo la strada a ritroso e intanto, comunico al comando centrale l’esito dell’operazione. Passiamo di nuovo su Via Emanuele Gianturco e poi per Via Galileo Ferraris. Su Via delle Repubbliche Marinare, a ridosso della raffineria dell’Agip, acceleriamo. Le fiamme provenienti dai serbatoi venticinque e ventisette, rendono quel tratto di strada infuocato come una fornace. Finalmente giriamo per Via Ferrante Imparato, dove ci fermiamo in coda agli altri autoblindo, tranne il camion frigorifero, il quale continua la sua corsa fin dentro la raffineria.
L’inceneritore di Napoli Est non è un vero e proprio inceneritore. Un anno fa, per uno strano incidente, i serbatoi venticinque e ventisette della raffineria esplosero improvvisamente. Le fiamme che si levarono, illuminarono la città con una luce sinistra e infernale. Io lo ricordo come “il giorno in cui Napoli prese fuoco”. Appena le fiamme cominciarono a scemare, praticammo delle aperture alla base dei serbatoi, alle quali fissammo dei nastri trasportatori. Da allora alimentiamo quelle fornaci con i morti infetti, risolvendo così il problema del loro smaltimento.
Dalla radio arrivano nuove comunicazioni, il tenente Mancini li sta già annotando. Io vado su in torretta e con gli occhi chiusi, mi godo gli ultimi scampoli di sole prima di ripartire.


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