Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
BASTONE DA PASSEGGIO
Proprietario
Omar Di Monopoli, autore dei romanzi "Uomini e cani" e "Ferro e fuoco" (ISBN Edizioni)


Prezzo

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60 €
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A proposito di questo oggetto...
Il bastone dello sciancato
di Omar di Monopoli

Fin dalla sua prima apparizione, la vista di quell’enorme straniero ci fece raggelare il sangue. Non gli staccammo di dosso gli occhi nemmeno un secondo, per qualche inspiegabile ragione certi che la sua presenza comportasse la possibilità di un imminente, tragico evento.
Ce ne stavamo per i fatti nostri a bere e a sgolarci e a giocarci la paga a briscola, come ogni stramaledetto giorno che il Signore mandava sulla terra, nell’unica bettola ammuffita di questo piccolo paese chiamato Uggiano Montefusco: poco più di un ammasso di casupole impolverate a sud-est di Taranto, periferia salentina, un buco di culo tra il nulla e l’oblio cui la Grande Guerra aveva decimato la popolazione maschile.
Avvolto in un ampio mantello scuro, il forestiero storpio comparve all’improvviso: la sua imponente figura incappucciata si stagliò nel vano della porta d’ingresso del locale preceduta dal rombo di un tuono e anche quelli più ciucchi di noi, vedendolo appressarsi, si ammutolirono di botto. Una pioggia torrenziale cominciò a tamburellare sui vetri. Colpi secchi e rabbiosi come pallini di piombo.
Il tizio avanzò lentamente, zoppicando sul suo bastone intarsiato verso il bancone dell’oste, e, giunto a pochi passi da lui, indicò una bottiglia di vino alle sue spalle senza proferire parola.
L’oste, non senza una qualche tentennamento, gliene porse un bicchiere bello pieno che quello trangugiò in fretta e furia. Poi cavò dalle tasche una moneta e la fece tintinnare sul bancone prima di girare sui tacchi e scomparire così com’era arrivato. Una volta allontanato, nugoli d’interrogativi saturarono l’aria fumosa della bettola saltabeccando da un tavolo all’altro: «…Chi era quello là?», «Perché quel cappuccio da frate?», «Siete riusciti a vederlo in faccia?», «E quella macchia rossa? Avete intravisto anche voi quella macchia rossa sul petto, quando ha alzato il braccio per indicare il vino?».
Ben presto la routine della serata fagocitò quella visita inaspettata e solo in pochi, tra un bicchiere e una bestemmia, tornavano a domandarsi chi diavolo potesse essere quel gigantesco sciancato.
Il giorno dopo però, alla stessa ora, la scena si ripeté pari pari producendo tra gli avventori la medesima, galvanizzante sensazione d’inquietudine, quasi un presagio collettivo: come se assieme a quel lugubre individuo l’orrore in persona venisse a farci visita. E lo stesso accadde anche il giorno successivo e poi quello dopo ancora e, Iddio mi è testimone, appena varcava la soglia dell’ingresso, fuori si scatenava la furia degli elementi. Ormai era diventato un appuntamento fisso. Lo aspettavamo tutti tremando come cagnolini, e non uno che avesse il coraggio di rivolgergli la parola. Solo l’oste, pavidamente, continuava a rapportarsi allo straniero, il quale, sempre senza aprire bocca, consumava il suo rituale cicchettino, lanciava una moneta sul banco e poi dispariva trascinandosi sul bastone.
Una volta, quand’ormai la faccenda andava avanti da più di una settimana, Nicola il fabbro, che aveva esagerato coi festeggiamenti per la nascita del suo sesto figlio, gli finì addosso in preda ai fumi di una sbronza molesta, e quello se lo scrollò da sopra come un fuscello: e sì che Nicola è un omaccione di quasi due metri con novanta chili di stazza. Ma lo sciancato lo sollevò senza sforzo, e, cosa assai più terrificante agli occhi di noi manovali per niente immuni alla fatica fisica, senza scomporsi: compì il gesto con la naturalezza con cui l’oste scaccia i moscerini di torno quando travasa il Primitivo nei capasoni*.
Nei campi, ormai, non si parlava d’altro.
Stavamo tutto il giorno a chiederci chi fosse, da dove venisse, e speravamo sempre che quella sera sarebbe la volta in cui avrebbe scoperto il capo, o pronunciato qualche sillaba. Alcuni ipotizzarono trattarsi di un povero cristo, un muto, un appestato, comunque un malato, «Stiamo esagerando: è solo un disgraziato!» ragliava ciondolando la testa mio padre, unico barbiere nonché Primo Cittadino del paese. Ma allora quel sangue? Quella macchia rossa che molti giuravano d’aver nitidamente intercettato sul petto dell’uomo?
Peppino trezzinzuli**, che ad onta del soprannome era forte e coraggioso, aveva cercato di seguirlo per capire dove alloggiasse, ma era stato seminato con facilità dalla sua preda, presto volatilizzatasi, ad onta della palese zoppia, nella tenebra resa fitta come feltro dalla pioggia.
A questo punto, la gente prese a preoccuparsi seriamente e a temere per le proprie famiglie. Poteva trattarsi di un criminale, di un pazzo scappato da qualche sanatorio o di qualche prigioniero politico in fuga dal nuovo regime. Taluni farfugliarono trattarsi d’un licantropo, o, addirittura, di un Lauru***.
Di fatto sta che mio padre, resoluto a risolvere il mistero, inviò un messo comunale nella vicina cittadina di Manduria perché inviassero una squadra di carabinieri, mentre una ronda di volontari, armati di mazze e bastoni, cominciò nottetempo a pattugliare le vie di Uggiano Montefusco.
Eppure quel dannatissimo sciancato continuò a farsi vivo solo per ottemperare a quell’innocuo bicchiere serale, ed ogni volta giù acquazzoni, tanto che i coltivi del circondario, solitamente afflitte dal problema inverso, quello della siccità, cominciarono a soffrirne.
Il malumore montò alle stelle nella minuscola comunità ma, schiavi della superstizione e sinceramente terrorizzati da tutto quello che non riuscivano a inquadrare nei semplici schemi del tran-tran rurale, gli abitanti del paese preferirono perlopiù tapparsi in casa, sera dopo sera, aspettando l’intervento dei carabinieri piuttosto che bloccare personalmente l’uomo per far luce sulla situazione.
Quando finalmente una coppia di militari della Benemerita si presentò alla bottega di mio padre, questi li accompagnò personalmente dall’oste e li fece accomodare ad un tavolo in attesa dell’ora in cui si faceva vivo lo straniero.
Per l’occasione, la bettola si stipò di curiosi e persino le donne e i bambini del paese si acquattarono negli angoli più nascosti rimanendo in silenzio a contare i minuti e sudando e sbraitando per il caldo e la tensione.
Di colpo, come accadeva abitualmente da tre settimane, un tuono in lontananza squarciò il cielo e minuti aculei d’acqua presero a picchiettare sulle verande, aumentando d’intensità via via che l’uomo, a passi arrancati, si avvicinava. Comparve oltre la porta vetrata in tutta la sua imponenza con i contorni sfaldati dalla pioggia e questa volta, consapevoli che grazie ai carabinieri avremmo forse assistito alla definitiva chiusura di quell’indesiderato gioco, egli ci sembrò ancora più spaventoso e gigantesco, tanto che, quando il tlack sonoro della porta che si apriva mozzò bruscamente i mormorii, persino i due tutori dell’ordine deglutirono a vuoto. Poi si fecero coraggio, annaspando nel profondo dei loro animi per ritrovare qualche traccia della loro usuale sicumera.
Il più grosso si levò appoggiando il palmo della mano sul calcio della pistola appesa alla bandoliera, e, sfiorandosi la visiera del berretto, ingiunse al suo collega di seguirlo. Il sinistro personaggio, intanto, noncurante e taciturno come sempre, si apprestava a reclamare la sua solita razione di vino.
«Il signore vuole favorire i documenti?», chiese l’agente avvicinandoglisi cauto, e tutti noi fummo combattuti tra l’avanzare di qualche passo per sentire meglio e il rinculare sopito, temendo una reazione violenta. Il mostro ruotò lentamente la testa e, Vergine Santa, si mise a parlare. Una voce rasposa, come da dentro un imbuto, si produsse in uno sgradevole guaito e il carabiniere inorridì. Le donne strinsero i propri figli al grembo disegnandosi sul volto un’espressione di panico e di disgusto. Noi uomini ci guardammo intorno in cerca di oggetti contundenti, pronti a scattare. Quella cosa non era umana!
L’altro militare, intanto, si era fatto sotto sino a costeggiare il collega che adesso, con gli occhi sbarrati, estraeva a rallentatore l’arma dalla propria fondina.
«Abbassa… ABBASSA QUEL CAPPUCCIO!», gli intimarono corrucciati. Dietro di loro una cappa di gemiti, ansiti e sguardi di raccapriccio fluttuò informe soffocando l’aria.
Poi, il colpo di scena. Un lampo lucentissimo divampò nell’oscuro cielo piovoso e le lampade a petrolio, gorgogliando, si spensero all’unisono. Cominciammo tutti a gridare in preda al panico, avvolti completamente dalle tenebre più fitte, ed a nulla servirono gli incitamenti dei piedipiatti a restare calmi.
Vi fu una breve serie di tonfi sordi e ruggiti feroci cui seguì il tramestio di una violenta colluttazione, mentre alcuni se la diedero a gambe dalle finestre finendo nella guazza fangosa della strada. Poi le luci si riaccesero, d’incanto, e nell’osteria eravamo rimasti in meno d’una dozzina. I tavoli rovesciati, le sedie divelte, le bottiglie in frantumi, e riverso per terra, male illuminato dal bagliore altalenante delle lampade, un corpo avvolto nel mantello giaceva in una pozza rossastra di sangue. Accanto c’era il bastone intarsiato.
Mi feci coraggio ed avanzai con cautela, andando a scoprire il volto del cadavere coperto dal cappuccio: si trattava di uno dei due carabinieri, e la sua faccia era stata tranciata a metà da un incredibile morso.


*capasoni: grossi recipienti per conservare il vino.
** Trezzinzuli: def. popolare di debole e codardo.
***Lauru: corrispettivo del “monachello” napoletano (spirito beffardo).


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