Antologia - Orbite vuote

Antologia

Orbite vuote
17 storie selezionate dal sito!








 

Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
PISTACCHI
Proprietario
Gordiano Lupi, autore di "Cuba Magica. Conversazioni con un santero" (Mursia, 2003) e "Cattive storie di provincia" (Agar, 2009)


Prezzo

Acquista ora!


177 €
scarica racconto pdf

A proposito di questo oggetto...
Un terribile rimpianto
di Gordiano Lupi

Non avrei dovuto aiutare Ti Joseph in quella maledetta impresa.
Non avrei mai dovuto farlo.
«Faremo un bel po’ di soldi, dammi retta. E poi non c’è nessun rischio, Croyance» mi disse.
Io non ci credevo che non ci fossero pericoli. Non ci credevo proprio.
«Ho paura» risposi.
«Paura di cosa? I morti non mangiano…»
Detto questo tacque e tornò a lavorare i suoi campi.
«Ancora per poco» aggiunse con un sorriso «poi ci sarà chi lo farà per me.»
Erano anni che stavamo insieme e credevo di conoscere Ti Joseph più di me stessa. Sapevo che non avrebbe mai abbandonato la sua campagna alla periferia di Port au Prince. Vivevamo soli e non ci mancava niente per essere felici. Un figlio, forse. Ma lui non lo voleva.
«Non voglio vivere per sfamare altre bocche, Croyance. È già abbastanza difficile pensare a noi stessi.»
Difficile lo era di sicuro. Lo è ancora adesso. È dura la vita in questa terra che a volte maledico ma che in fondo è la mia terra. Una lotta continua per sopravvivere è ciò che possiamo promettere a un figlio che nasce. Non altro. Però io lo avrei voluto lo stesso. Avrei saputo amarlo.
«Un figlio può dare molto» insistevo.
«Di sicuro so quel che toglie. Tengo troppo alla mia libertà» tagliava corto Ti Joseph.
L’ultima parola era sempre sua e lo sapevo. La mia opinione non contava. Non aveva mai contato. E in fondo a me stava bene. Volevo un uomo deciso che sapesse comandare e guidare la casa. Ero stata abituata così da mio padre e mia madre.
Anche quando Ti Joseph prese quell’assurda decisione le mie proteste non contarono. Che potevo fare? Ero la sua donna e dovevo stargli accanto.
Non ho mai capito dove avesse appreso quello che fece.
Usciva spesso la sera, anche senza di me. Credevo andasse a bere con gli amici e di sicuro faceva anche quello perché spesso tornava a casa ubriaco. Adesso so che c’era dell’altro. Cose che non avrei mai creduto possibili. Superstizioni. Antiche leggende. Vudù.
Mi condusse con sé al cimitero, quella notte.
«Devi aiutarmi, Croyance» disse.
«Cosa posso fare? Non capisco.»
«Non occorre che tu comprenda. Devi soltanto tenere queste cinque bottiglie in un sacco e aprirle quando ti darò il segnale.»
Avevo paura. C’era un silenzio lugubre tra quelle tombe di pietra e terra, rotto soltanto da canti di civette e gracidare di rane. Alberi di acacia e palme si piegavano al vento. Ti Joseph cominciò a pronunciare dei nomi e a invocare piano: «Baron Samedí… Baron Samedí… Baron Samedí…»
All’improvviso gridò. Fu un grido acuto che squarciò la notte.
La sua voce era diversa da quella che ero abituata a sentire.
Si era fatta stridula e surreale.
«A me i cadaveri dalla tomba!» gridava nel vento.
L’urlo si perse nella notte e la percosse a lungo. Più volte.
Io ero in preda al terrore e guardavo Ti Joseph.
Fu allora che accadde.
Fu in quel preciso momento che loro si alzarono.
Cinque cadaveri uscirono dalle fosse rimuovendo la terra e grattando la pietra con le mani. Una terribile processione di corpi richiamati dall’oltretomba seguì il fermo comando di Ti Joseph.
«Le anime, Croyance!» intimò.
«Che cosa?» chiesi meravigliata.
«Prendi le bottiglie. Aprile!»
Feci quel che mi chiedeva, senza capire. Ero terrorizzata. Lui no. Lui era soltanto pervaso da una furia incredibile. Vedeva la meta vicina e non voleva fallire. All’improvviso quei corpi si misero in fila davanti a noi come un piccolo plotone di ubbidienti soldati. Le bottiglie parevano sprigionare un profumo che li attirava. Ci seguirono fino a casa come docili agnellini. Erano cinque corpi che una volta erano stati essere viventi. Adesso non più. Compresi presto cosa fossero, anche se non volevo ammetterlo neppure a me stessa. Attesi che fosse Ti Joseph a dirlo.
«Sono zombie, Croyance. Morti viventi. E da oggi sono nostri schiavi.»
Io lo guardai esterrefatta.
«È una pazzia, Ti Joseph. Soltanto una pazzia. Che ne faremo? Dove li nasconderemo?»
«Non dobbiamo nasconderli, Croyance. Lavoreranno per noi e ci faranno guadagnare un bel po’ di soldi.»
«In che modo?»
«Allo zuccherificio cercano operai per tagliare la canna. Pagano bene e danno anche un premio a chi porta nuovi braccianti.»
Fu così che aiutai Ti Joseph a vestire quei corpi con pochi stracci. Lui mi disse che gli zombie non erano malvagi e neppure pericolosi. In fondo ispiravano soltanto compassione. Erano dei disgraziati riportati in vita da un’evocazione, esseri inconsapevoli del presente e senza memoria del passato che non sapevano dare risposte. Erano tornati al mondo per ubbidire a un padrone e i loro occhi spenti vagavano a esplorare il vuoto.
Allo zuccherificio non fecero tante storie. Avevano bisogno di operai.
«Perché non parlano?» disse un capo turno.
«Sono poveri ignoranti che vengono dalle piantagioni dell’interno. Non sanno una parola di francese e non conoscono neppure il creolo che si parla a Port au Prince. Però sono dei lavoratori infaticabili» disse Ti Joseph.
Questa precisazione bastò. Non fecero altre domande.
Ti Joseph intascò il premio e si offrì come capo squadra del gruppo.
«Meglio tenerli uniti e non farli lavorare con gli altri. Non sopportano il rumore e la confusione. Sono abituati alla solitudine delle campagne» aggiunse Ti Joseph.
Accettarono. I padroni della centrale erano statunitensi e avevano bisogno di braccia per tagliare la canna. Tutto il resto non interessava.
Fu così che ci assegnarono un appartamento all’interno dello zuccherificio e là cominciammo a vivere come una strana famiglia. Ti Joseph era il negriero di quei poveri corpi privi di vita che lavoravano per ore sotto un sole cocente. Io tenevo in ordine la casa e cucinavo. Per gli zombie il menù era sempre lo stesso: una minestra insipida con un po’ di fagioli.
«Non ti pare di esagerare?» gli domandai un giorno.
«Perché? Non sentono la fatica e non comprendono. Lavorano per noi. È la prima volta in vita nostra che qualcuno lavora per noi.»
A me facevano tenerezza. Era vero che i loro occhi erano privi di espressione e che si muovevano a comando. Però mi sembrava di leggere uno sguardo stanco in quei volti, come una supplica. Pareva che mi chiedessero di aiutarli a smettere di soffrire.
Ti Joseph si preoccupava soltanto di quel che mangiavano.
«Mi raccomando, tutto senza sale» ordinava.
Non si fidava. Passava in cucina e controllava. Assaggiava le pietanze.
«Il sale può fare danni terribili. Può risvegliare negli zombie ricordi orribili e farli impazzire di dolore.»
Io ubbidivo. Non volevo certo che quei poveri esseri soffrissero per causa mia. Provavo per loro un sentimento strano, una simpatia irrazionale, un miscuglio di compassione e affetto. Condividevo quella sorte di poveri disgraziati, involontari attori di una parte che non avevano scelto. In fondo erano molto simili a noi povera gente, da sempre sfruttati dai ricchi stranieri. Fu così che una domenica decisi di andare con loro in città per la festa del santo. Ti Joseph era a bere allo spaccio aziendale, come faceva sempre quando era libero e aveva un po’ di denaro in tasca. Sapevo che i cinque cadaveri non comprendevano, però mi illudevo che andare alla festa in città li avrebbe fatti felici almeno per un giorno.
«Venite con me. Oggi è giorno di festa anche per voi» dissi.
Non mi aspettavo risposta. Ci fu soltanto un lugubre mugolio, come sempre. Gli zombie non sapevano fare altro.
In città volli che vedessero cose nuove: il mercato con la frutta e i dolci esposti sui banchi, i giocolieri, il mangiatore di fuoco, le feste danzanti.
Loro restavano impassibili di fronte a ogni cosa.
«Ora andiamo a mangiare» dissi.
Almeno in quel giorno di festa avevano diritto a qualcosa di diverso dalla solita minestra insipida. Mi avvicinai a un banco di dolciumi e ne ordinai sei cartocci. Dentro povere confezioni di carta gialla c’era di tutto, i dolcetti avevano un bell’aspetto e gli zombie se li erano proprio meritati dopo giorni di duro lavoro. Cominciai a mangiare e loro mi imitarono. Ero felice. Mi sembrava di fare qualcosa di utile per quei poveracci.
Ma la mia contentezza durò poco.
All’improvviso uno degli zombie gettò a terra il cartoccio ed emise un grido orribile e disumano. Fu in quell’istante che vidi Ti Joseph correre verso di noi. Veniva dalla strada dello zuccherificio e muoveva le braccia gridando: «Croyance! Coyance! Che cosa hai fatto?»
Non avevo fatto niente. Niente di male, almeno.
Pensavo che anche loro meritavano un premio, una volta tanto.
Lo zombie continuava a gridare come un ossesso e la gente scappava via spaventata. Poi cominciarono a gridare anche gli altri e furono strepiti e lamenti che parevano venire dall’oltretomba. La folla continuava a disperdersi, anche se i morti viventi non avrebbero fatto del male a nessuno. Erano buoni. Erano innocui. Io lo sapevo.
E adesso stavano soffrendo. Terribilmente.
«Sei una Pazza!» Mi apostrofò Ti Joseph quando mi fu accanto.
«Hai fatto mangiare il sale agli zombie. Adesso non avranno mai pace…»
Nei dolci preparati per la festa del santo c’erano mescolati dei pistacchi salati. Non potevo saperlo. Gli zombie ne avevano mangiati e d’un tratto le loro menti si erano risvegliate da un sonno eterno. Avevano compreso tutto. Purtroppo. Provammo a fermarli ma fu inutile. Si liberarono di noi spingendoci lontano e continuarono a gridare come indemoniati. Non ubbidivano più, ormai. Si strapparono i vestiti di dosso e si spinsero verso il cimitero. Il loro lugubre verso spaventava e faceva scappare i passanti.
Io e Ti Joseph raggiungemmo il cimitero solo per assistere a un terribile spettacolo. Gli zombie grattavano con le unghie la pietra di quelle che una volta erano state le loro tombe e rimuovevano la terra con le mani. Cercavano di rientrare. Ma non potevano farcela, ormai.
I loro corpi cominciarono a decomporsi appena toccarono la terra dei sepolcri, si sciolsero come burro riscaldato dal fuoco, tra atroci tormenti e grida di dolore che ruppero il silenzio del mattino. Finirono carne putrefatta squagliata al sole cocente di Port au Prince. Corpi senza dimora. Anime senza pace. Per sempre.
Ricordo ancora lo sguardo costernato di Ti Joseph. Soltanto allora comprese l’assurdità di quello che aveva fatto. Ci abbracciammo in lacrime e finimmo per capire che l’egoismo ci aveva portato a fare qualcosa di orribile. Non eravamo migliori dei ricchi stranieri che ci sfruttavano, in fondo. Le grida di dolore di quei poveri esseri avrebbero tormentato a lungo nostri cuori. Come una terribile sinfonia infernale.

Adesso sono passati dieci anni da quel giorno nefasto e con Ti Joseph parliamo di avere un figlio. Ascolta di più le mie parole, anche se sono soltanto una donna ed è sempre lui che decide.
A qualcosa è servita quella brutta storia, mi dico.
E quando odo le grida degli zombie alla ricerca delle anime perdute rivivo tutto come un incubo assurdo.
Non avrei dovuto aiutare Ti Joseph.
Perché adesso non possiamo sottrarci al nostro destino. Siamo responsabili di quello che è accaduto e ogni sera grida disumane accompagnano voli di pipistrelli e gracidare di rane. Il vento che muove le palme e le acacie spinge i lamenti dentro casa e parole terribili sconvolgono la notte. Soltanto noi sappiamo che sono cinque morti che vagano in cerca delle loro anime e dobbiamo ascoltarne il lugubre e doloroso lamento. Come un terribile rimpianto che non avrà mai fine.


altri articoli horror
acquista oggetto horror