Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
MASCHERA DI CARNEVALE
Proprietario
Ilaria Giannini, autrice di "Facciamo finta che sia per sempre" (Intermezzi, 2009)


Prezzo

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55000 €
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A proposito di questo oggetto...
Nebbia
di Ilaria Giannini


Avevamo ballato fino all’ultimo respiro, sull’onda di un’emozione primordiale avevamo unito i nostri corpi nel ritmo, le mani congiunte davanti al viso, le gambe che seguivano da sole l’armonia.
Se mai ce n’era sotto il trucco pesante, sotto le palpebre coperte di brillantini, i costumi improvvisati e il rimmel un poco colato.
Ultimo rione di Carnevale a Viareggio, ultimi bicchieri di sangria bevuti alla goccia, tequile frettolose.
Nell’oblio della maschera avevamo perso noi stessi, stretti nelle maglie di quella magia da due soldi, stregati dal potere dell’illusione.
D’un tratto la musica era cessata e il gelo di febbraio ci era calato addosso, aveva annullato ogni pensiero.
«Ragazzi non ci fanno continuare, dobbiamo staccare tutto! Il rione è finito, ci vediamo l’anno prossimo!» L’annuncio del ragazzo sul palco era suonato come un ultimatum ingiusto; dalla piazza si era levato qualche fischio di protesta, ma sapevano che era irragionevole. Era finita anche quell’anno: negli occhi dei miei amici leggevo lo stesso disincanto che accendeva i miei.
Mi staccai da Sandro e tirai indietro i capelli dal viso.
«Potevano anche continuare un po’!» brontolò Maria e gli altri si accodarono.
Solo io tacevo e dalle gradinate della chiesa osservavo la folla che si ricomponeva verso la via di casa. Mi accesi una sigaretta e per la prima volta mi accorsi della nebbia: si era infiltrata tra i banchetti della birra, intorno alle case.
«Hai visto che nebbia?» sussurrai e Sara alzò le spalle.
«Verrà dal canale, è normale, anche se in effetti non ne avevo mai vista così tanta.»
Mi raggiunsero sugli scalini, Manuel ci sventolò davanti una bottiglia di plastica rossastra.
«Va finita, non si può mica tornare a casa con la boccia mezza piena!»
Ridendo scolavamo il vino inacidito, mentre accanto a noi la folla ancora si attardava intorno ai resti della serata. Il tannino mi appiccicava il palato, un’inquietudine senza nome mi scuoteva le mani. Ne cercai conferma nei visi dei miei amici ma non c’era dubbio: nessuno condivideva la mia sensazione.
Mi guardai intorno: tra le decorazioni umide, gli ubriachi e le coppiette un solo dettaglio mi disturbava. La nebbia. Adesso lambiva gli angoli della chiesa, già non distinguevo più con chiarezza i visi sotto le maschere, già i contorni della realtà sfumavano in un grigio indefinito.
Scrollai la testa e mi attaccai alla bottiglia: non c’era motivo di preoccuparsi, era solo un po’ di nebbia, sarebbe scomparsa presto e in ogni caso non guidavo io quindi non era un mio problema. Squadrai Sandro, l’autista della serata, i suoi occhi arrossati non mi diedero alcun conforto.
Avevamo bevuto, ballato per ore, rollato qualche canna e i pensieri avevano perso la loro lucidità, come quel paesaggio viareggino che svaniva lento.
Ero così alla deriva dalla realtà che non mi resi conto della mano che mi scuoteva la spalla.
«Elisa! Stai bene?» Sara mi stringeva e mentre mettevo a fuoco il suo volto le spirali che si era disegnata sulle guance sembravano girare, in un tunnel senza fondo.
«Credo di sì» balbettai confusa.
«Non la regge la tequila quella, ve l’avevo detto» scherzò Manuel.
«Senti chi parla!» reagii e una risata nervosa mi uscì dalle labbra. Tutti ne sembrarono rincuorati ma il tono acuto della mia voce suonava innaturale.
Come quella maledetta nebbia che non riuscivo a togliermi dalla testa. Mi accesi un’altra sigaretta e respirai a fondo. Gli altri continuavano a bere e a scherzare ma il meccanismo si era inceppato: niente mi pareva più come prima.
Eravamo rimasti in pochi nello spiazzo, una decina di anime troppo giovani o sbronze per andarsene, circondate da un alone persistente di nebbia che si attaccava ai vestiti. Lambiva il costume di Maria, divorava lo spazio, si insinuava dietro la nuca.
Sandro mi sorrideva ma era un ghigno innaturale a deturpargli le labbra, strane creature gli circondavano la testa.
Abbassai lo sguardo, incapace di reggere ancora quella vista. La fronte mi scoppiava: tra le sopracciglia pulsava il terzo occhio, ansioso di aprirsi. Mi avrebbe trascinata nel mondo delle visioni, di questo ero certa, ma per la prima volta sarebbe accaduto spontaneamente, senza meditazione.
Qualcosa solleticava il mio potere, voleva impadronirsi di me e scatenarsi ineluttabile. Era troppo forte per me, non sarei mai riuscita a fermarlo.
Scattai in piedi e scossi gli altri per le spalle, uno ad uno.
«Andiamocene subito, c’è qualcosa che non va.»
Sara rise. «La tua sbornia non va.»
«Non sto scherzando! Non si vede più un cazzo!» Il mio grido sembrò svegliarli: si guardarono intorno preoccupati.
«Se la nebbia continua a salire non ritroviamo neppure la macchina» ammise Maria e gli altri si alzarono in piedi, raccolsero le borse.
«Andiamocene prima che la strada diventi pericolosa e che Elisa scleri del tutto.»
Ridete, ridete, pensai seccata, ma in fondo ero abituata a essere trattata con condiscendenza, almeno si erano risolti a togliere le tende.
Scendemmo gli scalini e un’ombra mi si parò davanti: una lunga maschera nera mi sbarrò la strada, i suoi occhi gialli mi si piantarono nell’anima. Chiusi le palpebre e la visione svanì nel mare di nebbia da cui era venuta, ma un risolino impercettibile mi accapponò la pelle.
«Sara!» urlai e mi girai di scatto. Erano tutti lì e mi fissavano sconvolti.
«Elisa calmati!» intervenne Manuel. Il suo sguardo passava da me alla nebbia, indeciso su cosa lo preoccupasse di più.
«Diamoci la mano, almeno non ci perdiamo» ordinai col tono più deciso che avevo e stranamente nessuno si oppose. Ci incamminammo così in quell’oceano di nebbia, una strana processione che procedeva a tentoni.
«La macchina è alla stazione vecchia, di là del ponte. Non mi piace l’idea di attraversarlo con questo tempo…» Sara diede voce alle paure di tutti: nessuno aveva voglia di avventurarsi vicino al canale ma non c’era alternativa.
«Tranquilli è solo nebbia!» esclamò Sandro, l’unico rimasto del tutto tranquillo. «Non ci mangia mica!» Rise e con orrore vidi l’ultimo angolo della piazza con l’insegna della tabaccheria svanire nel nulla.
«Non ne sarei così sicura» sussurrai e strinsi la mano di Sara. Non rimaneva più nessuno e anche se ci fosse stato era smarrito anche lui: solo, proprio come noi.
Echi di voci lontane e risate stridule mi rimbombavano nella testa, non sapevo se ciò che sentivo fosse reale o solo l’ennesima deviazione della mia sensibilità.
Dietro i tetti delle case ancora visibili si stagliava la cima della Torre Matilde: era l’unico faro rimasto per uscire da quell’incubo.
«Per di qua» dissi e li trascinai verso la Torre, cercando di non inciampare nelle lattine e nei bicchieri vuoti che rivestivano la strada.
Il silenzio ci avvolgeva, insieme alla nebbia: nella mia mente strane immagini si accavallavano, una dopo l’altra. Ombre di altre epoche mi sfioravano il viso, vedevo la vecchia darsena a cui ci avvicinavamo brulicare di persone, ma i loro volti erano vuoti, vacui come una maschera mal abbozzata.
Arrivammo alla Torre e con un sospiro di sollievo mi girai ma il sorriso mi morì sulle labbra: dietro Manuel non c’era nessuno, il posto di Maria era vuoto.
«Dov’è Maria?» sbottai.
«Non lo so – balbettò lui – era qui fino ad un secondo fa!»
«Calma, non può essere lontana» ci rassicurò Sandro e iniziò a chiamarla.
«Mari! Non fare scherzi!»
Ci unimmo al coro mentre un velo rosso mi oscurava gli occhi: la fronte pulsava sempre più.
«Sono qui!» ci sentimmo rispondere all’improvviso: era Maria e parlava da un punto poco lontano, dove all’incirca doveva esserci il ponte.
«È laggiù!» esclamò Sara e mi lasciò la mano, scappò verso la voce dell’amica. La catena che avevamo formato si spezzò: li guardai svanire nella nebbia.
«Fermi! – urlai – Aspettatemi!»
Corsi via anch’io, ignorando le mani che mi cingevano le spalle e i fianchi, ignorando il monito che mi pulsava nelle vene. Arrivai alla base del ponte e mi aggrappai alla sponda, scossa da tremiti che non sapevo più arginare.
Ecco, la follia: era arrivata attraverso il mare di nebbia e mi aveva sbucciato il cervello. Sentii un varco aprirsi tra gli occhi, la realtà cambiava colore e forma, intorno a me mille maschere si accalcavano, mi spingevano più in su, verso la cima del ponte.
Là c’erano i miei amici e mani visibili a me soltanto li spingevano giù dal ponte, uno dopo l’altro, senza pietà.
L’acqua rossa come vino fermentato li inghiottì, sangue denso che riempiva i loro polmoni e li trascinava giù, nell’oblio perpetuo.
Dovevo aiutarli, salvarli da quel delirio ma ero incatenata lì, destinata ad essere spettatrice impotente, colpevole anch’io di quell’inganno fatto di nebbia.
Li vidi annegare così davanti ai miei occhi e quando infine svenni sull’asfalto invocando i loro nomi sentii la nebbia avvolgersi morbida lungo il mio corpo, dentro i miei pensieri.
Questo dissi ai medici sull’ambulanza che mi portò via all’alba, lo raccontai fino all’esaurimento ai parenti di tutti loro e allo psichiatra del tribunale che preferì lavarsene le mani di me e mi bollò con l’infermità mentale.

Questo ancora narro nelle lunghe notti in ospedale a chiunque voglia starmi a sentire, a chiunque non riesca a credere che sia stata io a spingerli di sotto dal ponte uno ad uno, per poi ridere guardandoli affogare.
Ma non c’è più nessuno a cui interessi la mia storia, ormai.
Solo la luna ancora mi dà ascolto nelle lunghe notti come questa. Nelle notti di nebbia cannibale.


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