Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
PORTACENERE
Proprietario
Paolo Di Crescenzo, autore di "Sguardo Rosso Sangue" (Ennepilibri, 2007)


Prezzo

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10000 €
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A proposito di questo oggetto...
Mi ami?
di Paolo Di Crescenzo

Fabio richiuse la porta alle spalle, ansante. Vi si poggiò contro e rimase qualche istante con gli occhi chiusi ad ascoltare il rantolo del suo respiro. La camicia bagnata gli si era appiccicata addosso, così come i jeans, scuriti dall’acqua.
Fuori la pioggia impattava con violenza inaudita sul terreno, quasi tentasse di forarlo come uno scolapasta. In lontananza l’eco di un temporale in avvicinamento rumoreggiava nel cielo.
Fabio sospirò. Era stanco, le articolazioni delle mani gli dolevano. Era stata una lunga giornata dopotutto. Guardò la pozza d’acqua che si stava velocemente formando tra i piedi. Gocciolava come se fosse lui la nuvola e il temporale si stesse abbattendo nel suo animo. Con una mano si scostò la ciocca di capelli che sembrava incollata alla fronte. Scalzò le scarpe e le lasciò in un angolo. Camminò fino al bagno, le calze fradice sciabordavano sul parquet, segnandolo con impronte umide che anche da asciutte avrebbero lasciato un alone sul pavimento. Nel tiepido tepore del piccolo bagno iniziò a spogliarsi…

…la mano era sulla camicetta e ne aveva cominciato a slacciare i bottoni.
“Fabio no” gli disse decisa Alice e posò la propria mano sulla sua, bloccandola. “No, non voglio ricominciare”. Si allontanò un po’ da lui, poggiando il capo contro il finestrino dell’auto.
Fabio si raddrizzò sul sedile. “Cosa vuol dire non voglio ricominciare?” chiese. Il volto adombrato era sinistramente illuminato dalla luce di un lampione.
“Vuol dire quello che significa – rispose Alice, tenendo lo sguardo fiero e intristito su quello dell’uomo – ci abbiamo provato, ci ho riprovato ancora, ma non funziona Fabio, non potrà mai funzionare…”
Una lacrima, vera, scivolò sulla guancia, ma Alice non abbassò lo sguardo, nemmeno quando Fabio batté un pugno sul volante.
“Cazzo Alice, ti ho detto che cambierò, te l’ho giurato” gridò e la voce rimbombò all’interno della vettura. “Cos’è, non ti fidi?”
Alice scavò con gli occhi nella mente dell’uomo. Aveva paura e questo era il suo modo per batterla. “No Fabio, non mi fido più di te” mormorò la donna con un tono affilato come la lama di un coltello.
“Cazzo, cazzo, cazzo” imprecò Fabio, i pugni che picchiavano muti contro il volante.
Poi uscì dall’auto, lasciando la portiera aperta, incurante della pioggia che era aumentata di intensità, si portò le mani alla testa e…

… rimase appoggiato al lavabo con la schiena rivolta allo specchio.
I pantaloni giacevano ammucchiati sulle piastrelle come un animale addormentato, la camicia era finita sul bidè. Una manica penzolava sfiorando il pavimento come un corpo impiccato. Le tempie gli pulsavano, forse aveva gridato troppo giù al parco. Si voltò e si guardò allo specchio. Gli occhi erano ancora arrossati dal pianto, i lineamenti parevano essersi disciolti con la pioggia, la barba sembrava essere cresciuta di due giorni nelle ultime due ore.
Alice. Tutto per colpa sua.
Fabio sospirò. Era inutile continuare a pensare ancora a lei. Era andata, volata via, partita per un’altra strada che non avrebbe più incrociato la sua.
Si tolse le mutande e si gettò sotto il caldo getto della doccia che aveva aperto appena entrato in bagno. Restò immobile sotto lo spruzzo che gli inondava il capo, le palpebre abbassate, le braccia distese lungo il corpo, nella mente la voce di Alice che lo chiamava…

…Fabio si voltò. Aveva corso come un forsennato dentro al parco, alla cieca, senza sapere precisamente dove andare. Voleva soltanto correre, correre e correre fino a quando i polmoni non gli avrebbero urlato che ne avevano abbastanza, fino a quando i conati di vomito l’avrebbero piegato in due.
Alice era dietro di lui, a pochi metri di distanza. Per un attimo Fabio si meravigliò. Gli era sembrato di aver percorso dei chilometri e invece, con ogni probabilità aveva girato in tondo come un cane che cerca di mordersi la coda.
“Cosa vuoi da me? Vattene puttana!” le gridò con tutto il fiato che aveva in gola. “Lo so che c’è un altro, cosa ti credi? Che sia uno stupido!” Sentì il petto bruciargli, la gola raschiare contro le pesanti accuse facendolo tossire. La pioggia tentava di dissetare la sua rabbia senza successo.
“Vai a fare in culo Fabio. Non cambierai mai!” gli strillò di rimando Alice, quindi scoppiò a singhiozzare, tirò su il cappuccio della felpa e tornò verso l’auto.
“Troiaaaaaaaaa” sentì urlare alle spalle, poi un rumore di passi, attutiti dal terreno bagnato. Alice si girò e lui era lì, davanti a lei, con un grosso ramo in mano…

…Fabio uscì dalla doccia. Si sentiva meglio, rinvigorito e accaldato. Anche l’aspetto allo specchio era notevolmente migliorato. Abbozzò un sorriso che risultò un ghigno, ma andava bene lo stesso. Si rimirò il petto muscoloso di cui andava tanto fiero, gli addominali scolpiti come quelli di una statua.
Come aveva potuto Alice rifiutare una bellezza del genere? Al diavolo, che importava. E poi non lo doveva mandare affanculo e girarsi così, con quella superficialità da ignorante, con quella irriverente altezzosità. Al massimo era lui che avrebbe dovuto comportarsi in quel modo, non lei.
Prese il phon e cominciò ad asciugarsi i capelli. Aveva male alle braccia. Faceva fatica perfino a tenere quel cazzo di phon alzato. Forse aveva davvero esagerato. Non era la prima volta che si lasciava andare in quel modo, però…
Spense il phon e lo lasciò sul piano del lavabo. I capelli erano ancora umidi, ma non riusciva più a stare con le braccia tirate su. Andò in camera da letto e si infilò sotto il lenzuolo. La luce della lampada sul comodino rischiarava l’oscurità della stanza, creando ombre indefinite e amorfe. Prese un libro e cercò di leggere qualche pagina, ma gli occhi avevano voglia di chiudersi e di riposare, di far terminare quella giornata nella quale avevano visto cose che forse non avrebbero voluto vedere.
“Solo fino alla fine del paragrafo…” sospirò Fabio, ma le frasi si sovrapponevano davanti a lui, le righe si confondevano, la pagina era diventata un miscuglio senza senso di lettere, un’accozzaglia indecifrabile e incomprensibile di parole.
Chiuse gli occhi…

…e quando li riaprì vide quello che aveva fatto.
Alice giaceva ai suoi piedi. La fronte era sporca di sangue, gonfia di un livido violaceo che si stava allargando velocemente. I capelli erano un’umida corona imbrattata di fango. Le pioveva sul viso e delle piccole pozzanghere si erano formate sotto gli occhi.
Fabio si guardò incredulo le mani che ancora stringevano il ramo. Un lampo illuminò il volto sfiorito di vita di Alice e subito dopo un tuono esternò il proprio orrore.
“Oh cazzo…” imprecò, poi si guardò intorno. Non c’era nessuno, d’altronde chi avrebbe dovuto esserci in un parco alle undici di sera con un acquazzone del genere?
Decise che non poteva lasciarla lì, così, tanto era morta ormai, ne era certo. La prese dalle ascelle e la trascinò per qualche metro. L’idea che gli era saltata in mente era agghiacciante, ma, allo stesso tempo l’unica plausibile. Arrivò sotto un piccolo ponte sotto il quale proseguiva la pista ciclabile.
Sì, poteva andare. Corse a prendere il bastone e come una furia impazzita cominciò a scavare una buca, infilzando il terreno inumidito dalla pioggia, raccogliendo le zolle di terra appesantite dall’acqua per spostarle da un lato, lavorando con un accanimento assurdo, la mente estraniata dal resto del mondo. Quasi non sentiva più il temporale, i vestiti appiccicati, quasi non aveva più paura che qualcuno lo scorgesse.
Scavò fino a quando le braccia cominciarono a dolergli, le mani a irrigidirsi dalla fatica, la vista annebbiarsi. Scavò fino a quando la buca non gli sembrò sufficientemente ampia e profonda.
Si drizzò e la schiena lamentò il lungo tempo trascorso piegata. Alice era lì, sembrava quasi che dormisse, ma Fabio sapeva che non era così. Le si avvicinò, la prese per le caviglie e la trascinò dentro il fosso. Alice rimase storta, la testa contro il fondo e i piedi che uscivano in un ultimo gesto di ribellione.
Fabio sorrise nervosamente. Alice voleva creargli problemi anche da morta, quella stronza. La buca non si rivelò abbastanza ampia da contenerla, ma Fabio si accorse di essere troppo esausto per completare il proprio lavoro. Le prese le gambe e le piegò contro il petto, in una macabra posizione fetale, quindi cominciò a ricoprirla con il mucchio di terra che lo scavo aveva innalzato al suo fianco.
Il risultato finale fu una leggera protuberanza sul terreno. Alice era stata sotterrata, di meglio proprio non avrebbe potuto fare.
Fabio raccolse il bastone e lo gettò lontano con tutta la forza che gli era rimasta in corpo. Non vide dove andò a cadere, ne udì solo il tonfo intorpidito sull’erba.
La pioggia era diminuita d’intensità, i bagliori del temporale si intravedevano oltre le montagne, i rumori del mondo tornarono a riempire il silenzio ovattato, uniforme e noioso che la pioggia aveva creato durante la sua fervida discesa.
Fabio s’incamminò verso l’auto…

…quando un rumore lo fece sobbalzare sul letto.
Accese prontamente la luce della lampada sopra al comodino e rimase in silenzio ad ascoltare, sentendo soltanto i rimbombi del cuore spaventato nel petto.
Gli era parso…no, forse era stato un sogno…eppure…
Ancora quel suono, questa volta nitido come la linea dell’orizzonte in un’alba invernale. Erano chiavi che entravano nella toppa della serratura della porta d’ingresso.
Chi mai…
Alice. Era lei, soltanto lei poteva essere.
Fabio si scoprì, pronto a correrle incontro, poi si fermò, indeciso. Si era pentita ed era tornata per chiedergli scusa. Non doveva mostrarsi troppo accondiscendente, doveva farle capire che aveva sbagliato a trattarlo in quel modo, dopo sì, dopo l’avrebbe perdonata, ma prima…
La porta si aprì e si richiuse. Passi nel corridoio, lenti, un po’ strascicati sul parquet.
Gli sembrava già di sentire il suo odore. Come poteva non perdonarla, era il suo amore.
Alice apparve sulla soglia della camera da letto. L’aspetto era orribile, ma d’altronde non aveva trascorso una piacevole serata.
Fabio rimase a osservare come la cicatrice sulla fronte si era rimarginata, i contorni anneriti dal sangue incrostato, il livido ormai viola scuro con sfumature porpora parzialmente nascosto dai capelli infangati. Un filo di sangue le scendeva da un angolo delle labbra, gli occhi erano cerchiati di nero, come scure e abissali erano le borse formatesi sotto le palpebre inferiori. I pantaloni si erano strappati all’altezza delle ginocchia, rivelando il biancore quasi accecante della sua pelle.
“Ciao” mormorò Fabio, tentando di trattenere l’emozione di riavere nuovamente Alice al suo fianco.
Alice non rispose al saluto. Le labbra erano gonfie, forse era per quello.
“Non dire nulla, non è importante – la rassicurò Fabio – rispondi soltanto a questa domanda… Mi ami?”
Alice chiuse per un breve istante gli occhi.
“Speravo nel tuo ritorno” rivelò Fabio senza più troppi indugi, quindi si alzò e le andò incontro, allargando le braccia per cingerla con tutto il proprio amore. Alice si lasciò abbracciare e dondolare con dolcezza, gli permise di accarezzarle i capelli, di sfiorarle la cicatrice con la punta delle dita, di coccolarla come mai era stato capace di fare.
“No, non ti amo” sussurrò con un filo di voce.
Fabio la allontanò da sé. L’orrore per ciò che aveva sentito gli aveva disegnato una strana curva sulle labbra. Non era possibile, ancora una volta. Si voltò, afferrò un soprammobile e…

…aveva trovato una pala nel cofano dell’auto, una vecchia vanga arrugginita e con il manico scrostato, ancora valida e perfettamente funzionante. Che cosa ci facesse lì non lo sapeva, ma era poco rilevante.
Con l’aiuto della pala aveva allargato un po’ la buca, poi vi aveva fatto ruzzolare dentro il corpo. Ci stava alla perfezione, manco avesse preso le misure prima.
Un sorriso nervoso alterò i suoi lineamenti. Qualche lacrima aveva cominciato a scivolare lungo le guance. La notte sembrava non essersi accorta di nulla, persa nel suo silenzio, ancora sballottata dal forte temporale che ne aveva squarciato la tranquillità.
Riempì la buca, provando una strana sensazione di appagamento nel sentire il tonfo della terra che picchiava contro il corpo. Guardò il viso scomparire a poco a poco, rabbrividendo di piacere. Il naso, la bocca, gli occhi. Non c’era più. Solo terra, umida e pesante, come pietre.
Stava forse impazzendo?
Batté il terriccio smosso, cercando di appiattire il più possibile il terreno. Quando terminò drizzò la schiena e fitte di dolore consigliarono un meritato riposo.
Aveva fatto davvero un ottimo lavoro.
Si accorse di piangere dalla gioia. Una stella era apparsa nel cielo, un puntino luminoso circondato da nembi scuri e minacciosi, che sembravano non essere più in grado di inghiottirlo nella loro oscurità. Era un segno del destino che stava cambiando.
Alice si asciugò le lacrime con la manica della felpa. L’aveva colpito con un portacenere, sulla nuca, quando si era girato. Era stato soltanto un attimo e lei era scattata come una molla. Aveva scoperto in quel frangente di avere una forza e una prontezza che pensava di non possedere. Un colpo non le era bastato. O forse sì, ma lei non lo avrebbe potuto sapere. La rabbia che le rodeva l’animo l’avevano spinta a colpirlo ripetutamente, anche quando Fabio, ormai, era stramazzato sul pavimento senza un solo gemito, cozzando con la fronte contro la ringhiera del letto.
Alice tirò su con il naso. Era tutto finito ora. Qualunque cosa le avrebbe riservato il futuro quella storia era davvero terminata. Salì sull’auto e mise in moto, scossa dai singhiozzi, la vista annebbiata dalle lacrime. Poi inserì la marcia e partì.
La destinazione non era importante.
La sua vita sì.


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