Antologia - Orbite vuote

Antologia

Orbite vuote
17 storie selezionate dal sito!








 

Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
WEBCAM
Proprietario
Maurizio Barbarisi, autore del blog Briciolanellatte http://briciolanellatte.splinder.com


Prezzo

Acquista ora!


15000 €
scarica racconto pdf

A proposito di questo oggetto...
Penso a tutto io
di Maurizio Barbarisi


Si trovavano entrambi in cucina, immersi nella pace della campagna. Il sole mattutino spandeva nella casa una luce azzurrina che sembrava rendere gli oggetti gelidi e finti. Lui era seduto sulla sua sedia blu a guardare fuori senza muovere il viso. Lei era in piedi, che lo osservava, a sua volta. Avrebbe voluto parlargli ma era riuscita solo a rigirarsi le dita tra le mani fino a farle diventare bianche a forza di stringerle; si mosse in modo confuso attorno al lavello per poi accucciarsi sui talloni e aggiungere un ciocco di legna alla stufa già piena. Un suono di campane risalì a ondate la valle e in qualche modo le infuse coraggio.
«È stato un gran bel gesto da parte tua occuparti del funerale di Menico…» fece lei come stesse parlando al fuoco davanti a sé. Il marito non si mosse, sbatté solo le ciglia come a respingere quelle parole per sparpagliarle distanti tra le querce e le foglie accartocciate dalla brina.
«Tutti in paese pensavano tu lo odiassi, soprattutto dopo quello che era successo… Invece, guarda, ti sei comportato da galantuomo; un uomo buono come so che tu sei e come ho imparato a conoscere e amare in tutti questi anni. Lo so, è stato uno sbaglio la mia relazione con lui. Ma è stato solo un colpo di testa, lo sai, non ha contato nulla per me; te l’ho detto. Non so davvero che cosa mi abbia preso. Io so solo invece che ho sempre amato te e solamente te. Tu mi hai perdonata, vero?».
Un uccello grigio ma dalla pancia arancione rigò il cielo con un volo discontinuo nel tentativo di vincere la gravità. Sparì oltre il muro divisorio che separava il giardino dai terreni vicini volando sulle zolle spaccate dalla motozappa e mostrate senza ritegno come ferite dolorose.
«Sì, offrirti di pagare il funerale, la cassa, il cimitero e tutto quanto è stato proprio un bel gesto di riconciliazione» fece ancora la moglie girando gli occhi verso il marito nel tentativo di cogliere un moto di consenso. Poi posò il ferro per rattizzare il fuoco e si levò in piedi; squadrò l’uomo standogli di fianco per intercettarne lo sguardo. Ma colse solo il suo profilo cereo, esangue. Il naso gli si era affilato e la barba, che non aveva più tagliato, non era cresciuta. Pareva non respirasse neppure. Era un blocco granitico di rabbia raggrumata, una pelle di cartone sopra a una vita sopita o spenta. Non rispose. L’angoscia si riappropriò di quelle poche stanze, masticando pensieri e attese, in un’unica poltiglia incolore.
«Per un attimo, quando Menico è morto, ho finanche pensato l’avessi ucciso tu» disse ancora la donna in un fiato solo. E quelle parole rimasero a galleggiare nell’aria, solide, livide tanto che il loro suono non accennò a spegnersi continuando a ronzare nelle orecchie come un vecchio trattore che si affaticasse, in lontananza, su per la salita. L’uomo mosse appena le gambe facendo cigolare la sedia e poi, con un movimento secco, si alzò e senza dir nulla uscì in giardino. La moglie emise un sospiro sottile, in quel vuoto, quasi fosse stata la casa stessa a sospirare, proprio ora che lui era uscito. Si mise a rassettare le poche cose servite per la colazione, anche se il marito non aveva toccato cibo e il caffè si stava raffreddando nella tazza. Fece rumore con i piatti per vincere quel silenzio pungente che le dilagava nel cuore. Poi riscaldò il caffè: forse, se avesse insistito, lui l’avrebbe bevuto anche se, a dire il vero, da diversi giorni lo vedeva solo spostarsi per casa come un fantoccio, senza mangiare e dormire. La moglie uscì in giardino con la tazza fumante tra le mani cercandolo con gli occhi. Vide la sua ombra allungarsi dal garage che lui utilizzava come legnaia e per il ricovero degli attrezzi da campo. Gli arrivò alle spalle, senza far rumore, come non fanno rumore i sospetti che si nutrono di se stessi e non dormono mai. E quando lui sentì la sua presenza, che già gli era dietro, non provò neppure a chiudere lo sportello. Se ne rimase lì, immobile, lasciando tutto in bella vista. Forse era arrivato il momento che lei sapesse e lui si arrendesse all’ineluttabile.
«E quello cos’è?» chiese lei avvicinandosi guardinga allo sportello. Il marito si spostò di lato lasciando intravedere un monitor che inquadrava il viso di un morto. Lei si tappò la bocca per non urlare facendo cadere la tazza che schizzò il caffè dappertutto sull’erba gelata.
«Occupandomi del funerale ho fatto piazzare una webcam nella bara di Menico» confessò lui inespressivo e senza la minima emozione. «È puntata dritta sulla sua faccia. Ogni giorno che passa vengo qui a godermi lo spettacolo di come la morte riduce quel porco… La mia vita ora sì che ha un senso».


altri articoli horror
acquista oggetto horror