Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
SCARPE CHURCH
Proprietario
Tobia Pescia, lettore


Prezzo

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1700 €
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A proposito di questo oggetto...
Esperto in Buio
di Tobia Pescia


Si concentra e trova la forza di staccare le mani dal volante.
Apre la portiera della macchina e manda avanti un piede. La riga perfetta del pantalone nasconde un calzino a righe pastello perfettamente intonato.
Prima di scendere, gli occhi si posano per l'ultima volta sul ritaglio di giornale che senza appigli è rimasto aggrappato al sedile del passeggero. AAA cercasi esperti in Buio, no dilettanti, no perditempo. Via della Capinera 11.
L'asfalto è ruvido. La tomaia delle sue Church estive trasuda ogni singola porosità del terreno. Esce con calma e chiude la portiera accompagnandola con delicatezza finché non la sente scattare. Il pantalone gli si adagia a dovere sulla scarpa. Decide di muoversi.
Il portone, aperto per metà non invita certo ad entrare e lascia presagire un buio pesto al suo interno. Sullo stipite in marmo rosa il numero undici in ottone sonnecchia al bagliore del lampione di fronte. Al piano ammezzato due feritoie sprangate dall'interno. Spinge con la spalla la metà socchiusa del portone, giusto per non sentire il freddo del legno. Sale tre scalini nella completa oscurità. Un campanello illuminato lo guida sulla destra. La scritta balla luminescente riportando un perentorio "QUI". Con il dito cerca ondeggiando di seguirne la scia: con fermezza, ultimata la traiettoria spinge il bottone. Un suono privo di onde sonore, privo di larghezza e di profondità, rimbalza verso l'esterno. Un semplice trin come ci si può immaginare il suono di un campanello senza sentirlo davvero. Come imprigionato tra le lastre di compensato della porta.
Niente oltre.
L’esperto in Buio maledice la sua mano per il gesto avventato. Ora deve trovare il coraggio di toccarla, questa porta. E non solo. Impugna la maniglia proprio dove immagina che sia. Una maniglia da interni. Imprime la forza che reputa necessaria e la porta si apre docile al suo passare.
È nervoso. Nonostante la perfetta riga dei suoi pantaloni, nonostante le sue Church lucide.
Chiude la porta. Un suono ovattato riecheggia all'esterno. Nessuna onda sonora all’interno. Stende le braccia lungo il corpo avvertendo l'inutilità di protrarle in avanti come consiglierebbe l’istinto.
L'oscurità brucia. Ne può avvertire l'odore, gustarne il sapore. Ma tutto è frutto della sua fantasia, nulla si propaga dentro ad un Buio: né odori né suoni né tantomeno luce.
Sa cosa fare. Non è certo la sua prima volta.
Lui è l’esperto in Buio. Ora però è nervoso. Non fa piacere sapere per certo cosa ti aspetta.
In passato c’era stato un margine di incertezza che gli liberava la mente. Oggi no: il Buio è qui. Di sicuro. Prima ancora di entrare ne ha sentito l'odore. Lo ha avvertito razzolare nei gangli del suo cervello, scivolare all'interno dei pensieri come una goccia di mercurio. Il suo lavoro, l'esperto in Buio, è uno di quei lavori in cui rischi meno se non sai cosa ti aspetti. Proprio perché un Buio è ciò che non hai previsto, la paura che non hai provato, la prontezza che non hai avuto, la mossa che non hai fatto. È lì nascosto nell'oscurità, pronta a fregarti. A farti fuori. Ad invaderti ed annientarti come un parassita. Se credi in lui è già in vantaggio.
Chiude gli occhi e chissà per qual ragione ha voglia di mare. Giusto in tempo. Da un luogo che un attimo prima non esisteva con un rumore assordante si spalanca una finestra. Le imposte battono furiosamente ad un maestrale di tempesta, una luce marina di quelle scure d'ottobre lo inonda facendolo retrocedere fino quasi a toccare la porta. Vede la riga perfetta dei suoi pantaloni incresparsi al vento. Crede in quella luce e vi si abbandona. Adesso sente odore di salsedine, i piedi affondano nella sabbia, un vento fatto di aghi gli sferza la faccia. Distrarsi è l’unica cosa che non deve fare. Giù dritto fino in fondo al baratro della visione. Nel non luogo creato dal Buio; prima non esisteva e ora è pura luce di mare. “Devi essere un bel po’ solo” ridacchia l’esperto in Buio “se ti lasci andare a questi giochetti da educande.”

“No cazzo così non va! Sono un idiota, un incompetente! È mai possibile che non riesca a trattenermi?” si rimprovera stropicciandosi i baffetti.

Urla, ma nessun suono si trasforma in onda sonora. Una fioca eco dell’urlo rimbalza oltre la porta, fuori, nell’atrio del palazzo. “Smettila di pensare!”

Sfiora la riga dei pantaloni con l'indice. La sua mente è di nuovo tersa e cristallina come una giornata di gennaio. Una goccia fredda di sudore si è impiccata all'orlo del colletto, quasi dietro la nuca. Prova ad alzare la mano ma i nervi non comunicano nessun impulso agli arti. Ha pensato troppo e il Buio si è irritato. Ne è certo. Non sente più odore di salsedine né di mare. Il vento è cessato e sente i confini di una stanza angusta, sicuramente una segreta. Rivoli giallastri corrono agli angoli delle pareti e si condensano come cera di una candela poco sopra ad un pavimento sconnesso e bagnaticcio. È a piedi nudi. Addio Church. Un saio ruvido e tagliato male lo copre. Sente le cuciture di corda spessa sfregargli la pelle. Il non odore si tramuta lentamente in odore di muffa, di umido. Di stanze chiuse al profumo del sole. Di incenso rappreso misto a sangue. Un’oscurità carica di dolore gli sbatte addosso. Dietro alle spalle cresce un sibilo mormorato, una cantilena biascicata. Si volta di scatto. Intravede solo l’ultimo barlume di una scena agghiacciante. L’ultimo frame di una pellicola prima che si sfili dalla bobina. Una fila di monache chine e con i cappucci bianchi scompaiono nell’oscurità. Masticano rosari a denti stretti. Ossa di dita che scricchiolano. La goccia gli si gela sul collo. Cerca di scuotersi ma le membra sono ormai governate da questa visione. Una fitta lancinante alla caviglia. Pensa subito alle Church. Riesce con grande sforzo a dirigere lo sguardo verso il basso. Quello che vede non gli piace affatto: un essere pieno di muco gli sta rodendo la caviglia. Proprio sopra il malleolo. Completamente glabro, dagli arti tumefatti e lividi. Una catena gli stringe il collo privo di muscoli. Vede le ossa identificandole attraverso la pelle trasparente. Quasi una placenta traslucida che lo ricopre. E rode, rode con occhi famelici e denti aguzzi. E lui è come di pietra. E ai suoi piedi un tipo ricoperto di muco lo rode. Inaccettabile.
Ora è il momento di pensare. Di intrigare il Buio con un pensiero che lo distragga. Basta un frame, un singolo maledetto frame che gli regali un’immagine in cui il buio possa perdersi. Ma niente! La mente sembra intorpidita e il tipo pieno di muco continua a rodere. Da dietro qualcosa lo urta senza troppa grazia. Brancola nel vuoto e non riesce a frenare l’istinto di guardare alle proprie spalle. Appeso ad un gancio che bascula nell’oscurità, un corpo privo d’arti ondeggia con cadenza innaturale dopo aver impattato con la sua schiena. L’uncino penetra la carne irrancidita all’altezza della scapola, ancorandosi ad una delle ultime vertebre. Niente testa. Niente braccia. Niente di niente. Solo stretto alla vita un cilicio penzola zuppo di sangue.

“Bravo, bravo!” dice deglutendo un bolo di paura. “Sei uno in gamba tu. Quanti secoli hai? Devi essere bello anzianotto se hai ricordi di monasteri del genere. Chi era l’inquisitore? Dimmi! Quanti ne ha fatti fuori? E tu dove stavi? In una delle segrete? Era lì che ti tenevano!? L’inquisitore ti consegnava i più irriducibili?”.
Parla per non sentire il dolore alla caviglia. E per non pensare a quell’essere ripugnante. Sente nuovamente sibilare alle sue spalle. Strusciare di piedi e sibilare. Le monache, tutte in fila, alla luce di una sola candela ricompaiono dall’oscurità. Prima non è riuscito a vederle in volto. Adesso che barcollano come un campo di grano nella sua direzione, tra le pieghe dei cappucci e i bagliori delle fiaccole le vede una dopo l’altra. Sono tutte bambine, magre e curve. Brontolano il rosario con voce da vecchia, passano senza degnarlo di uno sguardo, dalle labbra livide gli esce una lingua verdastra e biforcuta.

Trova una crepa nella volontà del Buio. Si accorge della sua noia. L’immagine lo ha gratificato ma adesso inizia ad annoiarsi. Fanno sempre così. Si esaltano per un nonnulla e un attimo dopo sono già altrove e ne perdi le tracce. La vera arte dunque è quella di tenerlo sempre in tensione, di non annoiarlo ma nemmeno di farlo indugiare troppo in una visione. Potrebbe incattivirsi e diventare pericoloso. L’esperto in Buio segue quella sottile crepa e inizia a solleticarlo con altri pensieri. Una buona tecnica è quella di percorrere scene luminose e colorate, cercando di non fornirgli particolari per visioni più truci. Ha sbagliato prima a pensare alle educande. Proprio perché non l’ha fatto con un intento particolare, il Buio si è aggrappato a quel pensiero e lo ha elaborato. Ora è già oltre, di nuovo rintanato nell’oscurità a proteggersi dai pensieri degli umani. Probabilmente già dal momento in cui le suore sono sparite. Tutto il resto era uno strascico della visione creata dal Buio, mista alle sue perversioni e alle sue paure. Per questo un esperto in Buio non deve essere mai troppo creativo. Anzi è necessario che si attacchi alla sua pignoleria, alle sue sicurezze quotidiane. Senza tanti voli pindarici.

“Se dopo tanti anni sono ancora vivo” tenta di rincuorarsi “non devo essere così sprovveduto. Devo solo tenere a freno la mia fantasia”.

Meglio fornirgli visioni ben definite. Pensa ad un giardino in fiore. Non ci sono pericoli in un giardino in fiore, si dice senza parlare.

Niente, niente di niente. La stessa intensa oscurità di quando è entrato. Di nuovo niente odori. L’ha perso. Lasciandosi andare ad un moto di stanchezza, fa come per sedersi per terra. Mai mossa si rivela più sbagliata. Il Buio agisce tra lo sbatter d’ali d’un colibrì. Qualcosa lo tira verso il basso. E poi sprofonda ancora più giù, come in un pozzo di velluto nero. Una vertigine gli scuote la schiena. Precipita, precipita nel buio più assoluto, nel silenzio più oleoso che ha mai avuto intorno. Non una flebile eco. Solo una forza che lo trascina nelle viscere della terra. Rotola, si capovolge, si trova a pancia in su e dritto con la testa verso il basso. Guardando bene nella pece oscura, scorge il riflesso del mondo che sta lasciando. Il pavimento della casa, la strada, il portone, il corridoio, forse anche il fioco tremolare della luce del campanello. Un attimo prima di dirsi spacciato, e lo sarebbe stato davvero se si fosse lasciato sconvolgere da quella creazione sensoriale, avverte nuovamente la noia del Buio. Ha lasciato entrare un po’ di luce e questo è sintomo di noia, di estrema noia. Non c’è motivo perché in quella visione perfetta e letale, il Buio introduca il patetico particolare del mondo da sotto. Questa è noia. Ed il Buio appena sente noia si distoglie immediatamente dalla sua creazione. Conscio di questo, immagina di sedersi in terra, come ha cercato di fare all’inizio della visone. E ci riesce. Smette immediatamente di cadere e sente sotto le dita il pavimento freddo, ne indovina i disegni delle piastrelle. Si rialza e si sistema con cura la riga dei pantaloni. Spazza via dalla testa ogni pensiero.

“So che sei stanco, adesso io ti farò riposare.” Sussurra l’esperto in Buio facendo due passi nell’oscurità. Un Buio si nasconde in uno spazio finito e lo modella a suo piacimento ma solo a livello sensoriale. La parete non dev’essere lontana: ha contato già cinque passi da quando è entrato.

Le Church impattano il battiscopa. Alza le braccia e sfiora con il palmo della mano la carta da parati. Poi la cornice di un quadro e finalmente la mano sprofonda in quello che spera sia l’incavo della finestra. Si butta in avanti e cerca la maniglia. La trova proprio dove l’ha immaginata e gli imprime la forza necessaria perché si apra.

Niente.

E in quel preciso istante lo assale la profonda certezza di esser già morto. Forse addirittura nel momento stesso in cui ha suonato il campanello. Prima di entrare. Si mette una mano sul cuore. Fermo. Una pietra tra le costole. Stringe la maniglia più forte, cerca di non pensare che all’essenza del verbo “aprire”, al concetto metafisico di maniglia, di fuori, di luce. Sente il rigor mortis fasciargli le gambe e salire verso la cintura. È dunque questo quello che succede quando si muore? Il cervello continua a mandare impulsi al corpo come se fosse ancora vivo? Si continua ad immaginare di camminare o che ne so di parlare con qualcuno ma in realtà si è morti? In effetti, pensa, il cervello non muore subito. Tutto quello che ha vissuto dopo aver suonato il campanello dunque non è veramente successo? Vede il suo corpo accasciato sul pianerottolo.

Le forze lo abbandonano, le palpebre diventano pesanti, il pensiero sempre più flebile, finché il buio e la sensazione di morte non diventano totali.

“Hai vinto” pensa “avevi già vinto prima che entrassi” una pece nera cola appiccicosa nei suoi pensieri. Sente la maniglia cedere leggermente. Poi più nulla.

Apre la porta della Buick, con l’indice ed il pollice solleva leggermente la riga dei pantaloni, si siede, straccia il ritaglio di giornale, ispira profondamente e prima di partire srotola lo sguardo fino alla parete del palazzo di via della Capinera 11.

Dove prima c’erano due feritoie, una bella finestra socchiusa lascia entrare il caldo sole del mattino, la tenda ondeggia lasciando intravedere il verde acqua della carta da parati.

“Siete tutti uguali, degli imperdonabili narcisi…non sopportate che qualcuno smetta di giocare al vostro gioco.”
Appoggia il cubo nero perfetto e levigato sul sedile del passeggero, mette in moto e se ne va.


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